Il Festival di Sanremo 2026 arriva ai nastri di partenza in un clima diverso dal recente passato, tra polemiche, aspettative e una parola che per settimane ha dominato il dibattito: rifiuti. A chiarire la situazione è stato Carlo Conti, tornato alla guida del Festival dopo gli anni di Amadeus, che ha ammesso apertamente che non tutti gli artisti contattati hanno accettato l’invito. Un passaggio insolito per un evento che, per lungo tempo, è stato visto come una meta quasi obbligata per la musica italiana.
Intervenendo al podcast Pezzi – Dentro la Musica di Luca Dondoni, Andrea Laffranchi e Paolo Giordano, Conti ha spiegato che il cast dell’edizione 2026 è anche il risultato di una serie di “no” ricevuti lungo il percorso. Alcuni artisti avevano partecipato all’edizione precedente e non volevano replicare, altri non avevano un disco pronto, altri ancora si trovavano in momenti personali incompatibili con la gara, come una maternità appena iniziata. Di fronte a queste rinunce, ha raccontato, ha dovuto necessariamente “virare su altri”, rivendicando però la solidità delle scelte finali.
Il conduttore e direttore artistico ha respinto con decisione l’idea che Sanremo 2026 sia povero di nomi importanti. Ha citato una lunga lista di artisti che, a suo giudizio, rientrano pienamente nella categoria dei Big: Francesco Renga, Raf, Patty Pravo, Luchè, Marco Masini, Fedez, Malika Ayane, Arisa, sottolineando come il concetto di “grande nome” non possa essere ridotto solo alla presenza di artisti costantemente in cima alle classifiche. Per spiegare la sua visione, Conti ha usato una metafora destinata a far discutere: quella del fioraio. Si entra per comprare un mazzo di rose di colori diversi, ma si scopre che alcune non sono disponibili o sono appassite, e allora si scelgono altri fiori, magari meno noti, ma capaci di stare bene insieme.
Dietro queste parole si intravede una situazione più complessa, raccontata anche dai retroscena emersi nei mesi precedenti. Secondo diverse ricostruzioni, numerosi artisti di primo piano avrebbero declinato l’invito: Tiziano Ferro, Annalisa, Emma, Noemi, Carmen Consoli, i Pooh, Ernia, Alfa, Anna. A questi si aggiungono silenzi significativi da parte di protagonisti degli stadi e delle classifiche come Irama e Tedua, oltre ai dubbi di artisti storicamente legati all’Ariston come Fabrizio Moro, Enrico Ruggeri e Sergio Cammariere. Non si tratta, in molti casi, di rifiuti polemici, ma di scelte legate a tempi artistici, strategie di carriera o a una diversa percezione del ruolo del Festival.
Il contesto rende il lavoro di Conti più complicato rispetto al passato. L’effetto Amadeus ha alzato l’asticella, costruendo un Sanremo capace di mescolare mainstream, giovani virali, grandi ritorni e forte impatto televisivo. Tornare a un equilibrio diverso significa inevitabilmente scontentare qualcuno e accettare che il Festival non sia più percepito come un passaggio imprescindibile da tutti. Per questo motivo, la direzione artistica ha anche valutato l’allargamento del cast dei Big, da 26 a 30, nel tentativo di dare più spazio alle trattative con le case discografiche, non sempre entusiaste delle nuove condizioni richieste dalla Rai.
Nonostante le difficoltà, Conti ha rivendicato con forza la sua idea di Festival. Sanremo 2026, in programma dal 24 febbraio, promette una maggiore varietà musicale rispetto all’anno precedente: rock, country, rap puro, sonorità latine, pop e brani più classici, anche senza ritornello. Per il direttore artistico, la parte più entusiasmante del lavoro resta proprio la costruzione della proposta musicale, mentre considera concluso il suo compito creativo una volta annunciati i nomi al Tg1. Da quel momento in poi, il Festival diventa soprattutto un prodotto televisivo. Guardando oltre, Conti ha anche escluso l’ipotesi di una sua presenza a Sanremo 2027, auspicando che il testimone passi a qualcun altro, magari più giovane. Un segnale che rafforza l’idea di un’edizione di transizione, chiamata a ridefinire l’identità del Festival dopo anni di enorme esposizione mediatica.



