Il palco di Vienna ospiterà quest’anno la settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest, ma qualcosa di storico sta accadendo dietro le quinte. Per la prima volta nella lunga storia della manifestazione, cinque paesi hanno deciso di voltare le spalle al contest in segno di protesta contro la partecipazione di Israele. Una frattura che va ben oltre la musica e che rivela tensioni geopolitiche profonde all’interno dell’Unione Europea di Radiodiffusione.
Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna hanno ufficializzato il loro ritiro nell’arco di poche settimane, tutte concentrate tra dicembre 2025 e l’inizio del 2026. Le emittenti RÚV, RTÉ, AVROTROS, RTVSLO e RTVE hanno comunicato la decisione praticamente all’unisono, dopo un incontro cruciale dell’EBU tenutosi a Ginevra nel dicembre 2025. Il messaggio è chiaro e inequivocabile: finché Israele continuerà a partecipare al contest, loro non ci saranno.
La questione ha radici complesse. Israele partecipa regolarmente all’Eurovision sin dal 1973 e ha vinto il contest quattro volte, l’ultima nel 2018 con Netta Barzilai. Tuttavia, il conflitto israelo-palestinese e le sue recenti escalation hanno portato una parte significativa dell’opinione pubblica europea a chiedere l’esclusione dello stato mediorientale dalle competizioni culturali internazionali. Un dibattito che ricorda quanto accaduto con la Russia, esclusa dall’Eurovision dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.

Ma c’è una differenza fondamentale: mentre la Russia fu espulsa dall’EBU, Israele mantiene il suo status di membro attivo. Questa disparità di trattamento ha scatenato le ire di molti, dentro e fuori le emittenti pubbliche. I paesi che hanno scelto di ritirarsi non hanno nascosto la loro frustrazione verso quella che considerano una doppia morale dell’organizzazione.L’assenza di questi cinque paesi non è solo simbolica, visto che stiamo parlando di nazioni con una tradizione eurovisiva importante. I Paesi Bassi hanno vinto il contest cinque volte e sono uno dei membri fondatori.
L’Irlanda detiene il record assoluto con sette vittorie, di cui tre consecutive negli anni Novanta. La Spagna fa parte dei cosiddetti Big Five, i paesi che accedono direttamente alla finale grazie al loro contributo finanziario sostanzioso all’EBU. La defezione spagnola è particolarmente significativa proprio per questo motivo. RTVE, che garantisce all’Eurovision una parte importante del budget, ha scelto di rinunciare al privilegio della finale automatica per una questione di principio. Un gesto che non è passato inosservato e che potrebbe aprire la strada a ulteriori defezioni nelle prossime edizioni.

In totale, quest’anno vedremo sul palco di Vienna solo trentacinque paesi, a fronte dei cinquantadue che hanno partecipato almeno una volta nella storia del contest dal 1956 ad oggi. Ma non tutti gli assenti lo sono per protesta politica. Alcune defezioni hanno ragioni più prosaiche, legate a difficoltà finanziarie o scelte editoriali.Questa situazione solleva domande fondamentali sul futuro dell’Eurovision. Il contest è nato nel 1956 con l’ambizione di unire l’Europa attraverso la musica, superando le divisioni della Seconda Guerra Mondiale. Oggi, settant’anni dopo, si trova a fare i conti con nuove fratture che la musica da sola non sembra più in grado di sanare.
L’EBU si trova in una posizione scomoda. Da un lato deve rispettare i propri statuti che garantiscono la partecipazione a tutti i membri in regola, dall’altro deve gestire una crisi di immagine senza precedenti. La decisione di escludere la Russia ma non Israele viene percepita da molti come politicamente motivata, minando la credibilità dell’organizzazione come ente neutrale. Priori in tal senso, si temono delle proteste senza precedenti nel corso dei prossimi giorni.
Alcuni osservatori temono che questo sia solo l’inizio di una disgregazione più ampia. Se altri paesi dovessero seguire l’esempio dei cinque dissidenti, l’Eurovision potrebbe trovarsi a perdere la sua natura paneuropea, trasformandosi in un contest più piccolo e meno rappresentativo. Altri invece vedono in questa crisi un’opportunità per ridefinire i valori del contest e renderlo più coerente con i principi che dichiara di rappresentare.
Intanto, a Vienna, lo show continua. La macchina organizzativa dell’ORF, la televisione pubblica austriaca, sta lavorando per garantire uno spettacolo ottimo. Ma nell’aria aleggia una consapevolezza nuova: che la musica, con ogni nota cantata sul palco dell’Eurovision, porta con sé il peso di scelte che vanno ben oltre la performance artistica.
