Per anni, chi ha scelto Linux come sistema operativo principale ha dovuto fare i conti con un’assenza pesante: quella di Adobe Creative Cloud. Photoshop, Illustrator, Premiere Pro, strumenti irrinunciabili per chi lavora nel settore creativo, restano ostinatamente ancorati a Windows e macOS. Un vuoto che ha frenato l’adozione di Linux in ambito professionale, costringendo designer, fotografi e video editor a compromessi scomodi: dual boot, macchine virtuali, software alternativi spesso meno potenti. Ora però qualcosa si è mosso. E non grazie ad Adobe, ma a uno sviluppatore indipendente che ha deciso di mettere le mani dove il colosso californiano non ha mai voluto guardarci. PhialsBasement, questo il nickname con cui è conosciuto nella community, è riuscito nell’impresa che molti consideravano impossibile: far girare Photoshop 2021 e 2025 su Linux attraverso Wine, senza virtualizzazioni, con una fluidità paragonabile a quella delle applicazioni native.
La dimostrazione è arrivata attraverso un video condiviso su Reddit, dove l’interfaccia di Photoshop scorre senza impuntamenti, i pennelli rispondono con naturalezza, i filtri si applicano senza lag. Non è magia, è ingegneria. Ma per capire la portata di questo risultato, bisogna scavare nel problema che ha bloccato ogni tentativo precedente. Il nodo della questione risiedeva nell’installer di Adobe Creative Cloud. Wine, lo strato di compatibilità che permette di eseguire applicazioni Windows su Linux, si è sempre scontrato contro un muro specifico: l’assenza di supporto per le librerie MSHTML e MSXML3. Componenti che per Windows sono banali, parte integrante del sistema, ma che Wine non riesce a interpretare correttamente. Servono per il rendering dell’interfaccia di installazione e per gestire i file di configurazione XML che Adobe usa per orchestrare il processo.

Quando provavi a installare Photoshop attraverso Wine, l’installer andava in crash prima ancora di mostrare la prima schermata. Un vicolo cieco tecnico che ha scoraggiato generazioni di smanettoni e sviluppatori. PhialsBasement ha affrontato il problema da un’angolazione diversa: invece di cercare di forzare Wine a supportare direttamente quelle librerie, ha creato una serie di patch che fanno leva su un vecchio amico dimenticato, Internet Explorer 9. Sì, avete letto bene. La soluzione passa attraverso l’emulazione di un browser che Microsoft stessa ha mandato in pensione anni fa. Ma in questo contesto specifico, IE9 fornisce esattamente l’ambiente che l’installer Adobe cerca: le chiamate MSHTML vengono soddisfatte, MSXML3 trova quello che serve, il processo di installazione procede senza intoppi. Una soluzione che puzza di hack, certo, ma che funziona. E nella community open source, ciò che funziona conta più dell’eleganza formale.
Il risultato pratico è che Photoshop si installa e gira. Non in una sandbox isolata, non attraverso layer di virtualizzazione che divorano risorse, ma direttamente sul sistema Linux come se fosse un’applicazione pensata per quell’ambiente. I test mostrati da PhialsBasement documentano un’esperienza d’uso stabile, senza crash ricorrenti, con la maggior parte delle funzionalità operative. Ma questa è solo metà della storia. L’altra metà riguarda cosa succederà a queste patch. PhialsBasement ha tentato di contribuire il suo lavoro al progetto Wine ufficiale attraverso una pull request, seguendo il processo standard della comunità open source. La risposta iniziale è stata un rifiuto, ma per ragioni puramente procedurali: le modifiche erano state inviate al team di Proton, il fork di Wine sviluppato da Valve specificamente per far girare i giochi Windows su Steam Deck e Linux in generale.

Proton ha un mandato chiaro: gaming. Tutto ciò che esula da quell’ambito non rientra nel loro perimetro di intervento. Il suggerimento è stato quindi di rivolgersi direttamente al progetto principale di Wine, quello upstream che gestisce la compatibilità software in senso ampio. Al momento in cui scriviamo, quella conversazione non si è ancora concretizzata in un’integrazione ufficiale. Nel frattempo, la patch esiste, è disponibile pubblicamente, e richiede una certa dimestichezza tecnica per essere applicata. Non è un processo point-and-click, non c’è un installer che fa tutto da solo. Serve compilare Wine con le modifiche incluse, configurare l’ambiente correttamente, gestire le dipendenze. Roba da appassionati, almeno per ora.
Ma l’esistenza stessa di questa soluzione cambia la prospettiva. Dimostra che il problema non è tecnicamente insormontabile, che la distanza tra impossibile e funzionante è più sottile di quanto Adobe abbia sempre lasciato intendere. E pone una domanda scomoda: se uno sviluppatore indipendente, lavorando nel tempo libero, riesce a far girare Photoshop su Linux, perché Adobe non ha mai investito risorse in una versione nativa? La risposta è probabilmente economica. Il mercato Linux desktop rappresenta una frazione minuscola rispetto a Windows e macOS. Adobe ha fatto i suoi conti e ha deciso che non vale la pena. Ma per chi sceglie Linux per ragioni filosofiche, per chi preferisce il controllo totale sul proprio sistema, per chi lavora in ambienti enterprise dove il pinguino è lo standard, questa assenza resta una spina nel fianco.



