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Cambiare operatore per la connessione domestica è diventato, negli ultimi anni, un gesto quasi automatico. Offerte sempre più aggressive, velocità promesse in crescita e campagne pubblicitarie martellanti spingono milioni di italiani a valutare il passaggio verso soluzioni apparentemente più convenienti. Ma dietro la promessa di risparmio, si nasconde spesso un conto finale ben più complesso.

Il mercato della fibra e dell’Internet casa è oggi uno dei più competitivi, ma anche uno dei più intricati. E proprio nel momento in cui si decide di cambiare gestore emergono i costi meno visibili, quelli che raramente vengono messi in primo piano.

Il primo ostacolo: il costo di disattivazione

La normativa è chiara: il contributo di disattivazione non può superare il costo di una mensilità. Tuttavia, nella pratica, questo significa comunque dover sostenere una spesa aggiuntiva.

Nel 2026, il costo medio si aggira intorno ai 17 euro per il passaggio ad altro operatore, mentre può superare i 22 euro in caso di cessazione completa della linea. Cifre apparentemente contenute, ma che rappresentano solo una parte del quadro.

Il dato più significativo è un altro: queste spese sono in crescita. Rispetto all’anno precedente, si registra un aumento vicino al 10%, segnale di un mercato che, pur mantenendo canoni stabili, scarica parte dei costi sulle fasi di uscita.

Il vero nodo: le rate nascoste nel canone

Il punto più critico non è tanto la disattivazione, quanto ciò che resta “sospeso” nel contratto. Molte offerte includono modem, attivazioni o servizi aggiuntivi diluiti nel tempo all’interno del canone mensile.

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Finché il contratto resta attivo, questi costi passano quasi inosservati. Ma nel momento in cui si decide di cambiare operatore, il meccanismo si ribalta: tutte le rate residue devono essere saldate immediatamente.

È qui che la spesa può lievitare rapidamente, arrivando anche a 150 o 170 euro complessivi. Una cifra che spesso annulla il risparmio ottenuto con il cambio.

Negli ultimi mesi si registra comunque un segnale positivo. Il costo medio dei dispositivi inclusi nei contratti è in calo, passando da oltre 250 euro a circa 158 euro. Anche la diffusione di offerte vincolanti si è ridotta.

Tuttavia, il problema della trasparenza resta. Molti consumatori continuano a concentrarsi sul prezzo mensile, senza valutare le condizioni di uscita. Ed è proprio questa omissione a trasformare un’offerta vantaggiosa in un potenziale costo inatteso.

Le alternative: offerte senza vincoli e diritto di recesso

Non mancano, però, le opzioni più flessibili. Una quota crescente di offerte (circa il 15%) non prevede costi di uscita. Si tratta di soluzioni pensate per intercettare un pubblico più consapevole, che preferisce mantenere libertà di scelta anche a fronte di un canone leggermente più alto.

A questo si aggiunge uno strumento spesso sottovalutato: il diritto di recesso gratuito in caso di modifica unilaterale del contratto. Quando l’operatore cambia condizioni o tariffe, il cliente ha 60 giorni per recedere senza penali. Una leva importante, ma che richiede attenzione e tempestività.

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