X

L’Australia ha avviato un esperimento senza precedenti nella regolazione dei social media e i primi numeri stanno facendo il giro del mondo. Nel giro di poche settimane, milioni di account riconducibili a minori di 16 anni sono stati rimossi o limitati. Il governo parla di un effetto immediato e concreto sulla vita dei più giovani. Intanto, anche la Gran Bretagna guarda con sempre maggiore attenzione a questa scelta. La domanda è ormai centrale: vietare i social ai minori è davvero la strada giusta per proteggerli? Dal 10 dicembre, con l’entrata in vigore dell’Online Safety Amendment Act, in Australia ai minori di 16 anni è vietato possedere un account sui social media. Secondo i dati ufficiali diffusi dal governo e confermati dall’autorità per la sicurezza online eSafety, sono già stati disattivati, cancellati o limitati circa 4,7 milioni di account. Le piattaforme coinvolte includono Instagram, TikTok, Snapchat, Facebook, YouTube, X, Reddit, Twitch, oltre a servizi come Threads, Kick e altri. Restano esclusi dal divieto alcuni servizi di messaggistica e giochi online, come WhatsApp, Facebook Messenger e Roblox. Il governo australiano ha definito l’effetto della legge “rapido e di vasta portata”. La ministra delle Comunicazioni Anika Wells ha rivendicato la scelta come una sfida vinta contro i colossi tecnologici, sottolineando che l’obiettivo è restituire ai bambini tempo, relazioni e spazi tipici dell’infanzia.

Già nel primo giorno di applicazione del divieto, l’uso delle VPN in Australia è aumentato del 170%, segno che molti adolescenti hanno tentato di aggirare i controlli basati sulla geolocalizzazione. Le piattaforme sono ora obbligate a contrastare attivamente questi tentativi e rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani se non lo fanno. Le stesse autorità ammettono che alcuni account di under 16 restano ancora attivi e che serviranno anni per valutare l’impatto reale del provvedimento sulla salute mentale, sul benessere e sullo sviluppo sociale dei giovani. Nonostante le critiche delle aziende tecnologiche e dei sostenitori della libertà di espressione, il consenso tra i genitori australiani resta elevato, intorno al 77%. La legge nasce infatti per ridurre stress psicologico, cyberbullismo, esposizione a contenuti dannosi e contatti con predatori online, oltre ai rischi legati a sonno, attenzione e sviluppo cognitivo. L’esperienza australiana ha riacceso il confronto nel Regno Unito. Il premier Keir Starmer, che in passato aveva escluso un divieto, ha recentemente dichiarato che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, citando proprio il caso australiano e manifestando forte preoccupazione per l’uso precoce della tecnologia.

Parallelamente alle iniziative europee, anche in Italia si sta intensificando il dibattito sul fenomeno dello sharenting, ovvero la pratica dei genitori
La battaglia contro lo sharenting e la tutela dei minori online in Italia e in Europa(screenworld.it)

Il ministro della Salute Wes Streeting ha usato un paragone netto, sostenendo che affidare uno smartphone a un bambino senza adeguate protezioni equivale a lasciarlo incustodito in una situazione pericolosa. Streeting ha inoltre coinvolto Jonathan Haidt, autore di The Anxious Generation, per approfondire gli effetti degli smartphone sulla salute mentale dei giovani. A spingere ulteriormente il dibattito britannico è stato anche lo scandalo legato a Grok, il chatbot di intelligenza artificiale sviluppato da xAI e integrato su X, accusato di aver generato deepfake pornografici e sessualizzati, inclusi contenuti che coinvolgono minori. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, il caso ha avuto grande risonanza mediatica e politica. La presidente della Commissione Istruzione della Camera dei Comuni, Helen Hayes, ha parlato di “danno sociale gravissimo”, mentre l’autorità di vigilanza Ofcom ha avviato un’indagine. Il governo ha accelerato l’entrata in vigore di norme che rendono illegale la creazione di intimate deepfake non consensuali.

Sul piano scientifico, le posizioni restano contrastanti. Da un lato, studiosi come Haidt ritengono essenziale vietare l’accesso ai social prima dei 16 anni per tutelare lo sviluppo emotivo e cognitivo. Dall’altro, fondazioni come la Molly Rose Foundation ed esperti di cybersecurity avvertono che un divieto rigido potrebbe spingere i ragazzi verso piattaforme non regolamentate o addirittura nel dark web, oltre a sollevare seri problemi di privacy legati ai sistemi di verifica dell’età, basati su documenti, scansioni facciali o dati biometrici esposti al rischio di violazioni. Altri Paesi stanno valutando misure simili: la Danimarca discute un divieto sotto i 15 anni e nel Regno Unito un progetto pilota ha già portato alla rimozione di migliaia di account under 13. In parallelo, anche le piattaforme si muovono: TikTok ha annunciato l’introduzione in Europa di una nuova tecnologia di rilevamento dell’età, basata su segnali comportamentali e contenuti del profilo, con controlli affidati a moderatori umani.

Condividi.

Figlia degli anni 2000. Amante del cinema fin da quando vide Pride & Prejudice per la prima volta. Laureata in Lettere Moderne, continua a scrivere di cinema sperando di farlo per sempre.