Le emoji sono diventate una lingua parallela nella comunicazione digitale. Eppure, proprio come accade per le espressioni gergali o i modi di dire, anche questi piccoli simboli colorati seguono mode, evoluzioni e trasformazioni che possono dire molto di chi li usa. E soprattutto, della sua età. Se pensavi che inviare un pollice in su o un cuore rosso fosse un gesto neutrale e universale, preparati a ricrederti. Un recente sondaggio condotto dalla società di ricerche britannica Perspectus Global su duemila giovani under 30 ha rivelato una verità scomoda per gli over 30: molte delle emoji che utilizziamo quotidianamente sono considerate dalle nuove generazioni come veri e propri marcatori anagrafici, simboli che gridano boome anche quando hai appena superato la trentina.
Il linguaggio delle emoji è in costante evoluzione, proprio come qualsiasi forma di comunicazione viva. Alcune faccine che sembravano avere un significato consolidato non solo possono essere fraintese, ma cambiano radicalmente senso nel corso del tempo. È successo alla classica faccina sorridente, che la Generazione Z ha trasformato in uno strumento di aggressività passiva e sprezzante, capovolgendone completamente l’uso originario. Questo scontro generazionale tra giovani e anziani digitali trasforma le emoji in una vera linea di confine culturale, un test silenzioso che rivela immediatamente a quale fascia d’età appartieni. Ma quali sono esattamente i simboli che stanno diventando obsoleti agli occhi dei più giovani.

In cima alla lista delle emoji considerate fuori moda c’è il pollice in alto, votato dal 24 per cento degli intervistati come simbolo da vecchi. Subito dopo troviamo il cuore rosso, indicato dal 22 per cento dei giovani come emoji antiquata, seguito dall’ok fatto con la mano al 20 per cento. Un quarto delle persone sotto i 30 anni ha dichiarato che solo gli over 30 utilizzano la scimmietta che si copre gli occhi e il pollice che dà l’ok, demolendo praticamente alcune delle emoticon più popolari degli ultimi anni. La lista nera prosegue con il segno di spunta verde, le feci sorridenti, la faccina che piange a dirotto, le mani che applaudono, lo stampo del bacio con il rossetto e la faccina sorridente che mostra tutti i denti. Simboli che per anni hanno dominato le conversazioni digitali e che ora vengono relegati al ruolo di reperti archeologici della comunicazione mobile.
Chi ha meno di 30 anni utilizza con estrema rarità questo tipo di emoji e guarda con sospetto chi continua a farne uso, considerandolo parte di un linguaggio da anziani digitali da prendere con le molle. Ma se queste sono le emoji da evitare, verso quali simboli bisogna virare per restare al passo con i tempi. Al primo posto tra le preferenze della Gen Z troviamo la fiamma, seguita dalla faccina con gli occhi a cuore e dalla melanzana. Quest’ultima, in particolare, ha visto un’impennata di utilizzo probabilmente legata all’aumento delle chat a sfondo erotico durante la pandemia e alla ricerca di partner attraverso app di incontri. Sono emoji che parlano un linguaggio più diretto, meno formale, più legato all’immediatezza espressiva che caratterizza la comunicazione delle nuove generazioni.

Esiste però un punto di incontro intergenerazionale. Il sondaggio ha rivelato che sia giovani che meno giovani concordano su un’emoji: la faccina che piange dal ridere resta la più amata in assoluto da tutte le fasce d’età, confermandosi anche come quella più utilizzata a livello globale. È un simbolo che riesce a superare le barriere anagrafiche, probabilmente perché esprime in modo immediato e universale un’emozione genuina e positiva. All’estremo opposto della classifica troviamo invece il teschio con le ossa incrociate, considerato l’emoji più sgradita da tutti, un simbolo che non riesce a trovare cittadinanza né tra i giovani né tra gli adulti. Forse troppo macabro, forse troppo ambiguo nel significato, resta un’icona sostanzialmente ignorata dalla maggior parte degli utenti.
Ma perché questo divario generazionale è così marcato proprio nel linguaggio delle emoji. La risposta va cercata nel modo in cui le diverse generazioni approcciano la comunicazione digitale. Per chi ha iniziato a usare le emoji nei primi anni Duemila, questi simboli avevano principalmente una funzione decorativa o di chiarimento emotivo: servivano a evitare fraintendimenti, a stemperare messaggi che potevano sembrare troppo bruschi, a colorare conversazioni altrimenti piatte. Per la Generazione Z, cresciuta con smartphone e chat sempre a portata di mano, le emoji sono invece un linguaggio stratificato e complesso, con codici precisi, ironia sottile e significati che possono ribaltarsi completamente. Un uso ingenuo o letterale di questi simboli viene percepito come goffo, come quello di qualcuno che non padroneggia davvero il mezzo.

Questo non significa che gli over 30 debbano necessariamente adeguarsi ai nuovi codici o abbandonare le loro emoji preferite. Ma essere consapevoli di come vengono percepiti certi simboli può aiutare a comunicare meglio, soprattutto in contesti lavorativi o quando si interagisce con persone più giovani. Dopotutto, la comunicazione efficace passa anche dalla comprensione dei linguaggi che attraversano le generazioni, quelli fatti di parole e quelli fatti di piccole faccine colorate che dicono molto più di quanto sembri.



