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Una sentenza che sa di vittoria a metà. Come riportato da TechCrunch, un giudice federale statunitense ha concesso a WhatsApp, di proprietà della compagnia Meta che da poco sta lanciando i suoi ultimi aggiornamenti dalla prenotazione degli username agli stati generati con IA, un’ingiunzione permanente che impedisce a NSO Group, la controversa azienda israeliana di cyberintelligence, di prendere di mira gli utenti dell’app di messaggistica. È la conclusione di una battaglia legale durata sei anni, nata da una campagna di spionaggio digitale del 2019 che ha colpito oltre 1.400 utenti in tutto il mondo, tra cui attivisti per i diritti umani, giornalisti e dissidenti politici.

Ma c’è un colpo di scena che ha lasciato molti osservatori perplessi. La stessa sentenza ha drasticamente ridotto le sanzioni economiche che NSO Group dovrà pagare a Meta. Da oltre 167 milioni di dollari stabiliti da una giuria all’inizio del 2025, la cifra è crollata a circa 4 milioni. Una riduzione del 97 per cento che trasforma quella che doveva essere una punizione esemplare in qualcosa di molto più gestibile per l’azienda di spyware.

Spyware
Spyware, fonte: Cyber Security 360

Il giudice distrettuale Phyllis Hamilton ha motivato la decisione di venerdì scorso spiegando che la corte non disponeva di prove sufficienti per determinare che il comportamento di NSO Group fosse “particolarmente grave“. Di conseguenza, il rapporto per i danni punitivi è stato limitato a 9 a 1, riducendo drasticamente l’ammontare finale del pagamento. Una formula legale che ha trasformato una vittoria schiacciante in una vittoria simbolica. Will Cathcart, responsabile di WhatsApp, ha comunque accolto positivamente la sentenza. In una dichiarazione fornita a Courthouse News Service, ha sottolineato che la decisione “vieta al produttore di spyware NSO di prendere di mira WhatsApp e i nostri utenti globali mai più. A questa decisione che arriva dopo sei anni di contenzioso per ritenere NSO responsabile di aver preso di mira membri della società civile“.

La campagna di spionaggio al centro della controversia risale al 2019, quando NSO Group ha sfruttato una vulnerabilità in WhatsApp per installare il suo famigerato spyware Pegasus sui dispositivi delle vittime. L’attacco non richiedeva alcuna interazione da parte dell’utente: bastava una chiamata WhatsApp, anche non risposta, per compromettere completamente uno smartphone. Una volta installato, Pegasus poteva accedere a messaggi, fotocamera, microfono, contatti e posizione GPS, trasformando il telefono in un dispositivo di sorveglianza completo. Le vittime identificate includevano avvocati, diplomatici, funzionari governativi e attivisti in almeno venti paesi diversi. Tra questi figuravano collaboratori della giornalista saudita Jamal Khashoggi, assassinato nel consolato saudita a Istanbul nel 2018, e membri di organizzazioni non governative che lavorano in contesti autoritari.

NSO Group è ora legalmente vincolata a non accedere, utilizzare o tentare di compromettere l’infrastruttura di WhatsApp. Qualsiasi violazione di questo ordine potrebbe comportare ulteriori sanzioni legali e penali negli Stati Uniti. Per un’azienda il cui modello di business si basa sulla capacità di penetrare sistemi di comunicazione cifrati, questo rappresenta un ostacolo operativo considerevole. Resta da vedere se questa sentenza rappresenti davvero un punto di svolta nella lotta contro gli spyware commerciali o se sia solo un ostacolo temporaneo per un’industria che continua a prosperare nell’ombra. Una cosa è certa: la battaglia tra aziende tecnologiche che proteggono la privacy degli utenti e società di sorveglianza che cercano di penetrare quelle difese è tutt’altro che finita.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it