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In questi giorni sui social dilaga l’hashtag QuitGPT, un appello a lasciare ChatGPT dopo l’accordo di OpenAI con il Pentagono per l’uso militare dei suoi modelli di intelligenza artificiale. La campagna ha preso piede soprattutto dopo che Anthropic, l’azienda concorrente dietro Claude, avrebbe invece rifiutato alcune clausole sull’uso bellico dei propri sistemi. Il risultato è una migrazione di massa: si abbandona ChatGPT, bollato come guerrafondaio, per passare a Claude, il pacifista digitale. Ma siamo sicuri che questa protesta etica regga davvero a un esame più approfondito? Basta scavare appena sotto la superficie per scoprire che l’intero movimento poggia su fondamenta quanto meno traballanti, quando non completamente contraddittorie.

Partiamo dai fatti. OpenAI, la società fondata da Sam Altman che ha creato ChatGPT, ha effettivamente siglato un accordo con il Dipartimento della Difesa statunitense. Ma il presidente di OpenAI, Greg Brockman, insieme alla moglie, ha fatto qualcosa di ancora più significativo dal punto di vista politico: ha donato 25 milioni di dollari al super PAC di Trump, MAGA Inc., nel 2025. Si tratta della singola donazione più grande ricevuta dal gruppo nel suo ultimo report, superiore di 5 milioni a qualsiasi altra contribuzione. Per metterla in prospettiva, aziende come Palantir e JUUL hanno donato solo un milione. Altman stesso ha versato un milione al fondo inaugurale di Trump nel 2025. Questi numeri rendono OpenAI il più grande donatore corporate nell’orbita trumpiana tra le aziende tecnologiche, superando di 26 volte le donazioni di qualsiasi altra major del settore AI. E non finisce qui: ICE, l’agenzia di immigrazione e controllo delle frontiere degli Stati Uniti, utilizza GPT-4 per lo screening dei curriculum. OpenAI sta inoltre investendo 50 milioni di dollari per impedire agli stati di regolamentare l’intelligenza artificiale, lasciando che sia solo l’amministrazione federale, quindi Trump, a dettare le regole.

Smarthphone con Chat GPT

Di fronte a questi dati, la reazione emotiva è comprensibile. Ma è proprio qui che iniziano le contraddizioni. Innanzitutto, come fanno notare alcuni utenti più accorti, la maggior parte degli utilizzatori di ChatGPT usa la versione gratuita del servizio. Se davvero si volesse danneggiare economicamente OpenAI, la strategia più efficace non sarebbe smettere di usarlo, ma continuare a sfruttarlo gratuitamente il più possibile. Ogni query costa all’azienda in termini di risorse computazionali, e con OpenAI che già brucia tre volte più denaro di quanto ne guadagni, un uso massiccio gratuito sarebbe più dannoso di un abbandono silenzioso. Ma il vero nodo della questione è un altro: l’indignazione selettiva. Chi lancia l’appello QuitGPT lo fa quasi sempre da Instagram, Facebook o Threads, tutte piattaforme di proprietà di Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg. E proprio Meta è al centro di controversie ben più gravi e radicate nel tempo. Lo scandalo Cambridge Analytica del 2018 ha rivelato come i dati di milioni di utenti Facebook venissero utilizzati per profilazione politica, scatenando l’hashtag DeleteFacebook. Eppure, quanti hanno davvero cancellato il proprio account? Meta è attualmente coinvolta in cause legali negli Stati Uniti per aver progettato i social in modo da creare dipendenza nei minori e per non aver controllato adeguatamente la diffusione di annunci fraudolenti.

E che dire di Google? Nel 2018 il Project Maven fece esplodere la polemica: il colosso di Mountain View collaborava con il Dipartimento della Difesa statunitense fornendo intelligenza artificiale per l’analisi delle immagini dei droni militari. Migliaia di dipendenti protestarono e Google annunciò che non avrebbe rinnovato il contratto. Però continua tuttora a lavorare con il governo americano e con il settore della difesa attraverso servizi cloud, cybersicurezza e infrastrutture digitali. Google è da anni una delle grandi aziende tecnologiche più integrate nell’apparato tecnologico dello Stato americano. Se si volesse davvero applicare un criterio etico coerente, bisognerebbe abbandonare non solo ChatGPT, ma anche YouTube, Gmail, Google Maps, Chrome, Android. E naturalmente Amazon, oggetto di campagne di boicottaggio come Boycott Amazon e Make Amazon Pay, rilanciate durante il Black Friday, per le condizioni di lavoro nei magazzini e le politiche fiscali aggressive. E Microsoft, principale finanziatore di OpenAI, con tutto il suo ecosistema: Windows, Office, Teams.

Barra di ricerca di ChatGPT
Barra di ricerca di ChatGPT, fonte: Open AI

Ma c’è di più. La ciliegina sulla torta di questa contraddizione si chiama Google, ancora una volta. Perché uno dei principali finanziatori di Anthropic, l’azienda che produce Claude, l’alternativa etica a ChatGPT, è proprio Google. Quella stessa Google che lavora con il Pentagono, che è integrata nell’apparato militare e di sorveglianza statunitense. Passare da ChatGPT a Claude, quindi, significa solo spostare i propri dati da un’azienda finanziata da Microsoft a una finanziata da Google, entrambe profondamente intrecciate con il complesso militare-industriale americano. E ancora non abbiamo parlato di Nvidia, l’azienda che produce i chip su cui girano praticamente tutti i modelli di intelligenza artificiale, ChatGPT e Claude inclusi. Se si volesse essere davvero radicali, bisognerebbe rinunciare anche a quelli, e insieme a loro alla stragrande maggioranza dei videogiochi moderni.

La petizione QuitGPT, ospitata su MoveOn.org, sostiene che ChatGPT abbia una posizione di mercato fragile, che stia perdendo quote e che OpenAI stia bruciando risorse a un ritmo insostenibile. Gli organizzatori, un gruppo anonimo di attivisti preoccupati per l’autoritarismo crescente negli Stati Uniti, credono che una campagna di boicottaggio possa spingere OpenAI oltre il limite. Il loro obiettivo è mandare un messaggio chiaro: le aziende che si alleano con Trump pagheranno un prezzo. Il problema è che questa battaglia scelta in modo così selettivo rischia di essere più performativa che sostanziale. ChatGPT ha contribuito a diffondere fenomeni preoccupanti come la dipendenza da chatbot, con utenti che sostituiscono relazioni umane con fidanzati o fidanzate virtuali, e casi documentati di psicosi da chatbot. Molti ex dipendenti di OpenAI hanno lasciato l’azienda denunciando bugie, inganni e comportamenti sconsiderati della leadership. Sono tutte ragioni valide per criticare OpenAI.

Immagine promozionale di ChatGPT Pulse
Immagine promozionale di ChatGPT Pulse, fonte: Open AI

Ma se il criterio è l’etica, se la bussola è la coerenza, allora bisogna applicare lo stesso metro a tutte le piattaforme. Amazon sfrutta i lavoratori? Smettiamo di ordinare online. Meta manipola gli utenti e vende i loro dati? Cancelliamo Facebook, Instagram e WhatsApp. Google collabora con il Pentagono? Via Gmail, YouTube e tutto il resto. Microsoft finanzia OpenAI? Addio a Windows e Office. Il punto è che nel mondo interconnesso in cui viviamo, quasi ogni servizio tecnologico che usiamo quotidianamente è in qualche modo collegato a pratiche eticamente discutibili, a finanziamenti opachi, a legami con governi e apparati militari. Spesso le alternative proposte sono finanziate o supportate dagli stessi soggetti che si vorrebbero colpire. Claude è finanziato da Google. Gemini è di Google. Persino i modelli open-source girano su hardware Nvidia o infrastrutture cloud di Amazon, Microsoft o Google.

Questo non significa che la critica sia inutile o che non si debba protestare. Anzi. Ma significa che il boicottaggio selettivo, emotivo, basato sull’indignazione del momento, rischia di trasformarsi in un gesto simbolico privo di reale efficacia. Un modo per sentirsi eticamente a posto senza rinunciare davvero a nulla di sostanziale, spostando l’uso da un’app all’altra mentre si continua a navigare sullo stesso oceano di contraddizioni. Forse, invece di inseguire l’illusione della purezza etica attraverso il boicottaggio di turno, servirebbe un approccio più sistemico: chiedere regolamentazioni trasparenti, sostenere organizzazioni che fanno pressione per leggi più stringenti, informarsi e diffondere consapevolezza sulle pratiche di tutte le grandi aziende tecnologiche, non solo quella del momento. Oppure, se davvero si vuole colpire OpenAI nel portafoglio, continuare a usare ChatGPT gratis fino a prosciugarne le risorse.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.