OpenAI sta valutando seriamente di entrare in un territorio scivoloso e complesso, quello delle applicazioni per la salute dei consumatori. Un mercato che, sulla carta, sembra una miniera d’oro, ma che nella pratica si è rivelato un cimitero di progetti ambiziosi per alcuni dei nomi più grandi della tecnologia mondiale. Microsoft, Google, Apple: tutti ci hanno provato, tutti sono inciampati sulle stesse pietre d’inciampo. Eppure l’azienda di Sam Altman sembra convinta di poter fare meglio. L’indiscrezione arriva da fonti vicine alla società, che confermano come OpenAI stia esplorando diverse soluzioni possibili. Si parla di un assistente personale basato sull’intelligenza artificiale dedicato specificamente alla salute, oppure di un’applicazione capace di aggregare i dati sanitari degli utenti in un unico punto di accesso. Una sorta di cartella sanitaria digitale potenziata dall’AI, un concetto che riecheggia proprio quei progetti falliti del passato.
A dare sostanza a queste voci c’è una mossa concreta. Nel giugno del 2025, OpenAI ha assunto Nate Gross come responsabile dell’area salute. Non un nome qualunque: Gross è il co-fondatore di Doximity, società tecnologica statunitense nata nel 2010 e specializzata in servizi di assistenza sanitaria, una piattaforma che collega medici e professionisti del settore. Un’assunzione strategica che segnala intenzioni serie e competenze specifiche. Ma qual è esattamente il piano di OpenAI? Secondo le indiscrezioni, l’azienda non punterebbe a costruire tutto da zero, ma starebbe valutando collaborazioni con altri attori del settore sanitario. L’obiettivo sarebbe quello di accedere indirettamente ai dati degli utenti, bypassando almeno in parte le complessità burocratiche e tecniche che hanno affossato i tentativi precedenti. Una strategia più cauta, potremialmente più efficace.

Perché, va detto chiaramente, il concetto di cartella sanitaria personale a disposizione dell’utente non è nuovo. Microsoft, Google e Apple hanno tutti investito risorse significative in progetti simili negli anni passati. Il risultato è stato quasi sempre deludente, quando non apertamente fallimentare. Le ragioni? Principalmente tre: le complicazioni legate alla privacy dei dati sanitari, le difficoltà nell’ottenere l’accesso a informazioni sparse tra molteplici sistemi e provider, e la frammentazione delle fonti che rende quasi impossibile creare un quadro completo e affidabile. Anche OpenAI dovrà affrontare queste stesse barriere, che non sono di poco conto. La normativa sulla privacy sanitaria è giustamente rigorosa in tutto il mondo occidentale, e aggregare dati provenienti da ospedali, cliniche, farmacie e laboratori diversi è un’impresa titanica dal punto di vista tecnico e legale. Eppure la società guidata da Altman potrebbe avere alcune carte vincenti che i predecessori non avevano.
La prima è ChatGPT stesso. OpenAI ha già a disposizione un’enorme base di utenti attivi che utilizzano quotidianamente il chatbot, e una parte significativa di questi lo interroga già su questioni legate alla salute. Domande su sintomi, consigli su condizioni mediche, interpretazione di referti: il comportamento è già diffuso, nonostante le limitazioni imposte dalla stessa OpenAI che, nelle sue policy aggiornate, ha cercato di scoraggiare l’uso di ChatGPT per consulti medici veri e propri. Questa base utenti rappresenta un vantaggio competitivo notevole: non si tratterebbe di convincere le persone ad adottare un nuovo strumento da zero, ma di offrire un servizio più strutturato e affidabile a chi già utilizza l’AI per questioni sanitarie in modo informale e non regolamentato. È una distinzione fondamentale rispetto ai tentativi di Google o Apple, che partivano da zero nel tentativo di convincere gli utenti a cambiare abitudini consolidate.

Resta da vedere quale forma prenderà concretamente questo progetto. Un’app dedicata separata da ChatGPT, oppure una funzionalità integrata nell’assistente esistente? Una piattaforma a pagamento o un servizio incluso negli abbonamenti esistenti? E soprattutto, come verrà gestita la questione cruciale della privacy e della sicurezza dei dati, in un momento in cui la fiducia nelle big tech su questi temi è ai minimi storici? La sfida è ambiziosa e rischiosa. Il settore sanitario è notoriamente conservatore, regolamentato e diffidente verso le disruption tecnologiche. Gli utenti sono comprensibilmente cauti nel condividere i propri dati medici, e i professionisti della salute hanno tutto l’interesse a mantenere il controllo sulla relazione con i pazienti. OpenAI dovrà navigare tra queste tensioni con intelligenza, costruendo ponti invece che abbattere porte.



