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Nel mondo frenetico dell’intelligenza artificiale, dove le startup bruciano miliardi di dollari inseguendo visioni sempre più ambiziose, c’è un’azienda che ha scelto una strada diversa. Si chiama Anthropic, e se non ne avete mai sentito parlare non è un caso: mentre OpenAI riempie le prime pagine con ChatGPT e progetti faraonici, questa società ha preferito lavorare nell’ombra, costruendo silenziosamente quello che potrebbe essere il primo modello di business davvero sostenibile del settore. A prima vista, le due aziende sembrano gemelle separate alla nascita. Entrambe sviluppano intelligenze artificiali generative, entrambe hanno un chatbot come prodotto di punta, ChatGPT da una parte, Claude dall’altra. Ma è proprio qui che finiscono le somiglianze e iniziano le differenze che contano davvero, quelle che si leggono nei bilanci e nelle proiezioni finanziarie.

Secondo il Wall Street Journal, Anthropic chiuderà il 2025 con 9 miliardi di dollari di ricavi, contro i 12 miliardi previsti da OpenAI. Numeri importanti, certo, ma non è questo il punto. La vera notizia è che Anthropic prevede di diventare profittevole entro il 2028, mentre OpenAI dovrà aspettare fino al 2030. E per arrivarci, la creatura di Sam Altman consumerà circa 14 volte la liquidità che spenderà Anthropic nello stesso periodo. Come è possibile che un’azienda con un prodotto molto meno conosciuto riesca a ottenere risultati economici migliori del colosso che ha portato l’AI nell’immaginario collettivo? I numeri parlano chiaro: Claude, il chatbot di Anthropic, conta 18,9 milioni di utenti mensili. ChatGPT ne ha 800 milioni settimanali. Eppure, paradossalmente, è proprio questa “piccola” Anthropic a stare meglio finanziariamente.

Immagine dell'intelligenza artificiale
Immagine dell’intelligenza artificiale, fonte: Money.it

Il segreto sta nella strategia. Mentre OpenAI ha puntato tutto sul mercato consumer, cercando di portare l’intelligenza artificiale nelle case e nelle tasche di tutti, Anthropic ha fatto una scelta più pragmatica: concentrarsi sulle aziende. L’80% delle sue entrate deriva da Claude Enterprise, la divisione che vende servizi a imprese e che conta 300 mila utenti. Trecento mila contro 800 milioni può sembrare una battaglia persa in partenza, ma quando quegli utenti sono IBM e altre grandi corporation disposte a pagare cifre importanti per servizi su misura, il conto torna eccome. Oggi Anthropic controlla il 32% del mercato delle intelligenze artificiali in ambito aziendale, superando il 25% di OpenAI. Un risultato ancora più notevole se si considera che due anni fa OpenAI dominava con circa la metà del mercato. La rimonta è stata costruita su un altro pilastro fondamentale della strategia: la generazione di codice informatico.

Claude Code, il servizio dedicato alla programmazione assistita dall’AI, controlla oggi il 42% del mercato legato al coding generato dall’intelligenza artificiale, praticamente il doppio del 21% di OpenAI. Si tratta di uno dei segmenti più redditizi del settore, perché le aziende tecnologiche sono disposte a investire cifre significative per velocizzare lo sviluppo software. E qui emerge l’ironia: proprio Claude Code è stato utilizzato per compiere quello che viene descritto come il più organizzato attacco informatico finora realizzato con l’intelligenza artificiale. Questa settimana Anthropic ha denunciato un gruppo di hacker cinesi che avrebbe utilizzato il suo software per colpire una trentina di obiettivi di alto profilo: grandi aziende tecnologiche, istituzioni finanziarie, produttori di sostanze chimiche e agenzie governative. Claude Code avrebbe eseguito più dell’80% del lavoro normalmente svolto da hacker umani, impiegando però una frazione del tempo. Un campanello d’allarme inquietante sulle potenzialità offensive di questi strumenti, ma anche una dimostrazione involontaria della loro efficacia.

Il futuro dell'intelligenza artificiale
Il futuro dell’intelligenza artificiale

Dietro Anthropic ci sono Dario e Daniela Amodei, due fratelli che nel 2021 lasciarono OpenAI insieme a un gruppo di ricercatori per fondare una nuova azienda con un approccio diverso. Dario Amodei, che oggi è CEO, ha spiegato che la decisione di andarsene fu motivata dalla necessità di adottare un approccio più cauto allo sviluppo di sistemi che stavano diventando sempre più potenti. Le apparizioni pubbliche di Amodei sono più rare di quelle di Sam Altman e hanno un tono decisamente meno visionario, almeno per gli standard del settore. Uno dei suoi interventi più significativi è stato un saggio intitolato “Machines of Loving Grace”, pubblicato nel 2024, in cui presentava una visione ottimista ma misurata sul futuro dell’intelligenza artificiale, criticando esplicitamente la “grandiosità” di alcuni colleghi.

Questa cautela non è solo retorica, ma si riflette nelle scelte operative concrete. Anthropic ha evitato accuratamente di espandersi in ambiti come la generazione di video e immagini, che invece fanno parte dell’offerta di OpenAI, xAI e Google. La ragione è semplice: generare contenuti multimediali è estremamente costoso in termini energetici e di potenza computazionale, e rimane economicamente insostenibile. Meglio concentrarsi su ciò che porta profitti immediati. Anche quando si parla di investimenti infrastrutturali, Anthropic ha mantenuto la linea della prudenza. Solo questa settimana l’azienda ha annunciato un investimento da 50 miliardi di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti, ma si tratta di una cifra ridicola se confrontata con i piani di OpenAI. La scorsa settimana Sam Altman ha dichiarato su X che la sua azienda sta “valutando impegni per circa 1400 miliardi di dollari nei prossimi otto anni”.

AI Vs Umanità

Nel comunicato di Anthropic si sottolinea con forza la natura americana dell’operazione, probabilmente per rispondere alle critiche ricevute dall’amministrazione Trump, che ha accusato l’azienda di voler ostacolare lo sviluppo del settore con la sua eccessiva cautela. Un’accusa paradossale, considerando che Anthropic ha ricevuto nel corso degli anni investimenti significativi da due colossi americani come Amazon (4 miliardi di dollari) e Alphabet, il gruppo di cui fa parte Google. La differenza di approccio tra le due aziende è evidente anche nel modo in cui gestiscono l’espansione. OpenAI ha acquisito io Products, la startup di Jony Ive, lo storico designer di Apple, per sviluppare un misterioso dispositivo hardware pensato per interagire con le intelligenze artificiali. Anthropic ha evitato questo tipo di scommesse costose, preferendo consolidare la propria posizione nei mercati già presidiati.

Quello che emerge è il quadro di due filosofie aziendali opposte. Da un lato OpenAI, che continua a inseguire una visione quasi messianica dell’intelligenza artificiale come tecnologia trasformativa destinata a rivoluzionare ogni aspetto della vita umana. Dall’altro Anthropic, che ha scelto di costruire un business solido su applicazioni concrete e monetizzabili, accettando di rinunciare ai riflettori in cambio di conti in ordine. Nel frenetico mondo delle startup tecnologiche, Anthropic sta dimostrando che esiste un’alternativa. Non si tratta di rinunciare all’innovazione, ma di perseguirla con un approccio più metodico e sostenibile. In un settore dove il 90% delle aziende brucia capitali inseguendo la crescita a ogni costo, essere tra quel 10% che costruisce profitti reali può fare la differenza tra diventare un caso di studio per MBA o finire nella lista delle bolle scoppiate.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.