Dopo quasi dodici mesi di silenzio assordante, DeepSeek è tornata a parlare. E lo ha fatto non per celebrare il proprio trionfo globale, ma per lanciare un allarme che suona come un campanello d’allarme per milioni di lavoratori. L’azienda cinese che ha sconvolto il panorama dell’intelligenza artificiale nel gennaio 2025 con il lancio del suo modello innovativo ha scelto la World Internet Conference di Wuzhen, nella provincia orientale dello Zhejiang, per rompere il silenzio. Sul palco, accanto agli amministratori delegati delle principali aziende cinesi di AI, è salito Chen Deli, ricercatore senior della società, con un messaggio tutt’altro che rassicurante. Mentre il mondo continuava a interrogarsi sul successo dell’approccio open-source di DeepSeek e sui suoi benefici per il progresso tecnologico globale, Deli ha scelto di spostare l’attenzione su un territorio scomodo: l’impatto sociale devastante che l’intelligenza artificiale potrebbe avere nel medio termine. Le sue parole hanno il peso di chi conosce dall’interno le capacità reali di questa tecnologia, non le promesse di marketing o le previsioni ottimistiche che solitamente dominano le conferenze di settore.
Secondo il ricercatore di DeepSeek, l’intelligenza artificiale è in grado di migliorare sensibilmente le condizioni di vita degli esseri umani nel breve periodo. Fin qui, nulla di nuovo, è la narrazione che accompagna ogni rivoluzione tecnologica. Ma è quello che viene dopo a cambiare completamente la prospettiva. Deli ha affermato con una chiarezza disarmante che nel giro di cinque-dieci anni l’AI potrebbe diventare talmente efficiente da causare un’enorme perdita di posti di lavoro. Non un aggiustamento del mercato, non una transizione graduale, ma una vera e propria emorragia occupazionale. La dichiarazione assume un significato ancora più pesante se si considera la fonte. Non si tratta di un commentatore esterno, di un sociologo preoccupato o di un sindacalista in allarme. È un ricercatore di punta di una delle aziende che stanno costruendo attivamente questo futuro. È come se un ingegnere nucleare avvertisse dei rischi di radiazioni mentre continua a progettare reattori: la contraddizione è stridente, ma proprio per questo impossibile da ignorare.

Deli non si è limitato a dipingere uno scenario cupo, ma ha anche indicato dove dovrebbe ricadere la responsabilità quando questo futuro si materializzerà. Secondo il ricercatore, le aziende che sviluppano intelligenza artificiale hanno un obbligo morale nei confronti della società. Quando l’impatto sul mondo del lavoro diventerà tangibile e massiccio, queste società dovranno “assumere il ruolo di difensori”. Un termine forte, che evoca uno scontro, un conflitto in cui qualcuno avrà bisogno di protezione. La posizione espressa da DeepSeek è intrinsecamente paradossale, e forse è proprio questo a renderla così inquietante. Come si può essere entusiasti della tecnologia che si sta sviluppando e al contempo pessimisti sulle sue conseguenze sociali? Deli lo ha ammesso esplicitamente: “Ho un atteggiamento estremamente positivo nei confronti della tecnologia, ma vedo in modo negativo l’impatto che potrebbe avere sulla società“. È una frattura difficile da ricucire, una tensione che attraversa l’intero settore tecnologico ma che raramente viene espressa con questa onestà brutale.
Questa rara apparizione pubblica di DeepSeek arriva in un momento particolare per l’azienda. Dopo il successo internazionale del gennaio 2025, la società cinese è finita nel mirino delle autorità americane. Washington sta cercando di impedire a DeepSeek di acquistare chip Nvidia, classificando ufficialmente l’azienda come una minaccia. In questo contesto geopolitico teso, le parole di Deli acquisiscono una dimensione ulteriore: non è solo una questione di competizione tecnologica tra superpotenze, ma di come questa tecnologia ridisegnerà le strutture sociali ed economiche in tutto il mondo. Le previsioni negative di DeepSeek sull’impatto sociale dell’AI non emergono nel vuoto. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le ricerche e i casi concreti che confermano questa tendenza. Uno studio recente ha dimostrato che sostituire i lavoratori freelance con l’intelligenza artificiale è un’operazione fallimentare: solamente nel tre per cento dei casi i chatbot sono stati in grado di svolgere i compiti assegnati con la stessa accuratezza umana. Eppure, nonostante questi dati, le aziende continuano a investire massicciamente in questa direzione.

Amazon ha annunciato il taglio di quattordicimila dipendenti, il quattro per cento del totale degli impiegati negli uffici, sostituiti da sistemi di intelligenza artificiale. Meta ha eliminato circa seicento posizioni nella sua unità AI, sostenendo che i tagli renderanno il team più efficiente. Anthropic ha rivelato che il novanta per cento del suo codice è scritto dall’AI, anche se il ruolo degli ingegneri rimane centrale. Sono segnali che vanno tutti nella stessa direzione, quella indicata da Chen Deli: l’impatto sul lavoro non è più una possibilità remota, è una trasformazione in corso. Secondo un’indagine di Adobe, chi ha già un lavoro spesso non sta investendo nelle competenze legate all’intelligenza artificiale, sottovalutando la velocità con cui questa tecnologia sta penetrando in ogni settore. È un atteggiamento rischioso in un momento in cui la capacità di convivere con l’AI, di integrarla nel proprio lavoro anziché esserne sostituiti, potrebbe fare la differenza tra mantenere un’occupazione o perderla.
Il messaggio di DeepSeek suona come un monito: la tecnologia avanza a una velocità superiore alla capacità della società di adattarsi. E quando il divario diventa troppo ampio, sono le persone a pagarne il prezzo. Le aziende di AI hanno una responsabilità, ha detto Deli, e devono essere consapevoli dei rischi. Ma basterà questa consapevolezza a frenare una corsa che sembra ormai inarrestabile? O le parole del ricercatore rimarranno un avvertimento inascoltato, una nota a margine in una conferenza dimenticata, mentre il futuro da lui descritto si materializza inesorabilmente? Quello che è certo è che DeepSeek, con la sua prima vera dichiarazione pubblica dopo il successo globale, ha scelto di non autocelebrarsi. Ha scelto invece di mettere sul tavolo la domanda più scomoda, ovvero cosa succederà quando questa tecnologia che stiamo costruendo diventerà davvero efficiente? Chi si assumerà la responsabilità delle conseguenze? E soprattutto, siamo pronti a quello che sta per arrivare?



