L’intelligenza artificiale ha fame di elettricità, spazio e denaro. Una fame vorace che nemmeno OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT, e anche dietro Sora che ha generato scandali su furti di identità, e una delle società tech più finanziate al mondo, può saziare da sola. E così, mentre il 2025 si avvia alla conclusione, emerge un dettaglio che racconta molto del momento che stiamo vivendo. OpenAI ha chiesto formalmente all’amministrazione Trump di estendere gli incentivi fiscali federali destinati ai semiconduttori anche ai data center per l’intelligenza artificiale. Il tutto a spese dei contribuenti americani. Una scelta che non è stata accolta benissimo.

La richiesta è contenuta in una lettera datata 27 ottobre 2025, firmata da Chris Lehane, responsabile degli affari globali di OpenAI, e indirizzata a Michael Kratsios, direttore dell’Ufficio per la politica scientifica e tecnologica della Casa Bianca. Il documento, pubblicato inizialmente senza troppo clamore, è finito sotto i riflettori solo questa settimana quando alcuni dirigenti di OpenAI hanno iniziato a parlare pubblicamente delle ambizioni infrastrutturali della compagnia, scatenando un dibattito acceso su cosa significhi davvero chiedere aiuto al governo federale.

ChatGPT Atlas
ChatGPT Atlas, fonte: Open AI

Al centro della proposta c’è l’Advanced Manufacturing Investment Credit, un credito d’imposta del 35% introdotto dal Chips Act dell’amministrazione Biden per incentivare la produzione di semiconduttori negli Stati Uniti. OpenAI vuole che questa agevolazione fiscale venga allargata oltre la fabbricazione di chip, includendo componenti della rete elettrica, server per l’AI e, soprattutto, data center progettati per far girare modelli di intelligenza artificiale. La motivazione è ridurre il costo effettivo del capitale, de-rischiare gli investimenti iniziali e sbloccare capitali privati per accelerare quella che Lehane definisce “la costruzione dell’AI negli Stati Uniti“.

Non è solo una questione di sgravi fiscali. La lettera propone anche di accelerare i processi di autorizzazione ambientale per questi progetti infrastrutturali e suggerisce la creazione di una riserva strategica nazionale di materie prime essenziali: rame, alluminio e minerali delle terre rare lavorati. Materiali senza i quali non si costruisce nulla, né chip né data center, e che oggi dipendono largamente da catene di approvvigionamento internazionali fragili e geopoliticamente complicate.

Condivisione dei propri dati da OpenAI
Condivisione dei propri dati da OpenAI, fonte: Wired Italia

Ma perché OpenAI, che ha appena chiuso il 2025 con un fatturato annualizzato superiore ai 20 miliardi di dollari e proietta di arrivare a centinaia di miliardi entro il 2030, ha bisogno del sostegno governativo? La risposta sta nei numeri che Sam Altman, CEO dell’azienda, ha condiviso recentemente: OpenAI ha già impegnato 1.400 miliardi di dollari in capitale per i prossimi otto anni, destinati alla costruzione di infrastrutture per l’AI. Una cifra che fa girare la testa e che rende evidente la scala del problema, anche per una società con le tasche profonde, costruire la rete di data center necessaria a far funzionare modelli sempre più potenti è un’impresa al limite del sostenibile.

Resta da vedere come l’amministrazione Trump risponderà. Il Chips Act è una creatura bipartisan, ma allargarlo ai data center richiederebbe un consenso politico non scontato, soprattutto in un clima in cui le grandi aziende tecnologiche sono guardate con crescente sospetto sia a destra che a sinistra. Nel frattempo, OpenAI continua a crescere a ritmi vertiginosi, bruciando capitale e ampliando la propria infrastruttura. Con o senza sgravi fiscali, la domanda rimane: chi pagherà davvero il conto dell’intelligenza artificiale?

Condividi.

Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it