Nel panorama degli smartphone moderni, dove Android e iOS governano incontrastati dividendosi oltre il 99% del mercato globale, l’idea di un’alternativa concreta sembra quasi utopica. Eppure c’è chi non si arrende. La finlandese Jolla torna alla carica con un nuovo dispositivo che porta il suo stesso nome e che promette di offrire qualcosa di radicalmente diverso: uno smartphone che nasce e vive al di fuori dell’orbita delle big tech americane. Non si tratta di un debutto. Jolla porta avanti da oltre un decennio Sailfish OS, un sistema operativo basato su Linux che rifiuta il modello classico imposto da Google e Apple. Dopo anni passati a distribuire il proprio software in licenza ad aziende automobilistiche e governi, e dopo essere arrivata vicino al fallimento in seguito al complicato lancio del suo tablet nel 2015, l’azienda ha deciso di tornare nel mercato consumer. Il nuovo Jolla phone, presentato a dicembre 2025 e atteso per settembre 2026, ha già superato i 10.000 preordini. Un numero che può sembrare modesto se paragonato ai milioni di unità vendute dai grandi marchi, ma significativo per un prodotto di nicchia che si rivolge a un pubblico ben preciso.
Il posizionamento scelto da Jolla intercetta un sentimento crescente in Europa: la diffidenza verso i servizi e le piattaforme digitali statunitensi, accentuata dall’avvicinamento delle big tech alla seconda amministrazione Trump. Come racconta Sami Pienimäki, amministratore delegato di Jolla mobile, gli europei vogliono più tecnologia europea, vogliono allontanarsi dalle grandi multinazionali e chiedono sempre più frequentemente soluzioni che garantiscano sovranità digitale. Per un’azienda come Jolla, questo cambiamento culturale rende finalmente possibile ritagliarsi uno spazio nel mercato. Il nuovo Jolla phone viene assemblato interamente a Salo, in Finlandia, la stessa città che per anni ha ospitato la produzione dei leggendari telefoni Nokia. Un dettaglio che non è solo operativo, ma anche simbolico. L’azienda insiste sul concetto di telefono europeo, sottolineando il controllo del software e del processo di installazione in territorio finlandese, elementi che secondo Jolla permettono di tutelare meglio l’integrità del prodotto e ridurre il rischio di interferenze esterne sul sistema operativo.
Questo non significa che il telefono sia interamente europeo nella sua catena di fornitura. Il chip è un MediaTek Dimensity 7100 5G che arriva da Taiwan, i sensori fotografici Sony provengono dal Giappone, mentre i moduli di memoria RAM da 8 o 12 gigabyte sono forniti dalla coreana SK hynix. L’azienda ammette la presenza di componenti cinesi e non prova a mascherarla. Il punto fondamentale, ribadisce Pienimäki, non sta nell’origine geografica di ogni singolo componente, ma nel controllo del software e nel luogo in cui viene assemblato e configurato il dispositivo finale. Il cuore del progetto resta Sailfish OS, un sistema operativo che segue una strada più autonoma rispetto ad alternative come GrapheneOS o e/OS, che derivano comunque dal codice Android open source. Sailfish nasce direttamente su base Linux, senza legami diretti con Google e senza necessità di processi di de-Googlizzazione. Non c’è Play Store, non ci sono servizi Google preinstallati, niente integrazioni predefinite con l’ecosistema di Mountain View.
L’utente può comunque eseguire molte app Android grazie a un livello di compatibilità integrato, anche se l’implementazione non è perfetta e alcune applicazioni possono mostrare problemi. Per facilitare la transizione a chi arriva da uno smartphone tradizionale, durante la configurazione iniziale il telefono propone l’installazione di microG, un progetto open source che replica alcune funzioni dei servizi Google su dispositivi senza Play Store. In questo modo molte app che si aspettano quelle API riescono a funzionare meglio, pur senza dipendere direttamente dall’infrastruttura del colosso di Mountain View. Sul fronte sicurezza, diversi osservatori sottolineano che Sailfish OS non offre lo stesso livello di compartimentazione di sistemi come GrapheneOS, dove ogni app vive in una sandbox molto rigida. Qui l’approccio è meno estremo, con un equilibrio più orientato all’uso quotidiano che alla massima blindatura possibile. Un altro dettaglio significativo: per usare il Jolla phone non serve creare un account Sailfish OS. Questo riduce la quantità di dati centralizzati dall’azienda, ma toglie anche qualche comodità tipica degli ecosistemi più integrati.
Sul piano hardware, il nuovo Jolla phone sarà disponibile da settembre 2026 a 649 euro. Il posizionamento resta da prodotto di nicchia, con un rapporto tra specifiche tecniche e prezzo che non punta a competere con i grandi marchi sul puro listino. Come spesso accade per gli smartphone prodotti in volumi ridotti, il costo risente dell’assenza delle economie di scala di cui godono i giganti del settore. Sotto la scocca troviamo il chip MediaTek Dimensity 7100 5G, una soluzione di fascia media pensata per bilanciare consumi e prestazioni. La memoria RAM è da 8 gigabyte, con opzione fino a 12 gigabyte a seconda della configurazione, mentre lo spazio di archiviazione interno è di 256 gigabyte, espandibile tramite microSD. Non manca il supporto dual SIM, utile per chi gestisce numero personale e lavoro sullo stesso dispositivo.
Lo schermo è un pannello AMOLED da 6,36 pollici con risoluzione 1080p, quindi in linea con molti smartphone di fascia media attuali. Sul retro ci sono due fotocamere: un sensore principale da 50 megapixel e un ultra-grandangolare da 13 megapixel, entrambi forniti da Sony. Davanti, la fotocamera per selfie arriva a 32 megapixel. La batteria da 5.500 mAh risulta piuttosto generosa rispetto alle dimensioni del telefono e punta a garantire una buona autonomia. Sul fronte connettività, invece, Jolla resta più conservativa: troviamo Wi-Fi 6 e Bluetooth 5.4, quindi niente Wi-Fi 7 o altre soluzioni di ultimissima generazione. Jolla non è certo la prima a puntare su una narrazione anti-big tech. Negli ultimi anni diverse aziende di hardware e software hanno offerto un’esperienza senza Google, dalla francese Murena con il suo sistema operativo orientato alla privacy e/OS, fino al canadese GrapheneOS, che di recente ha annunciato una partnership con Motorola. Al Consumer Electronics Show di inizio anno, la svizzera Punkt ha svelato una collaborazione con ApostrophyOS per portare il proprio software sul nuovo smartphone MC03.
Il nuovo Jolla phone si inserisce quindi nella più ampia tendenza europea a ridurre la dipendenza dalle grandi aziende statunitensi, come dimostra la recente scelta della Francia di abbandonare Zoom a favore di un software locale per le videoconferenze della pubblica amministrazione. Se oltre dieci anni fa costruire uno smartphone da zero era molto più difficile, oggi il processo può essere piuttosto snello e non richiede investimenti proibitivi in anticipo, come sottolinea Pienimäki. La storia di Jolla è stata tutt’altro che lineare. Dopo il complicato lancio del suo tablet nel 2015, la società è arrivata vicino al fallimento e ha cambiato rotta, iniziando a distribuire Sailfish OS in licenza a case automobilistiche e governi, tra cui la Russia. Dopo l’invasione dell’Ucraina, i rapporti con Mosca sono stati interrotti, mentre una ristrutturazione societaria ha fatto sì che gli asset dell’azienda venissero acquisiti dall’ex management, confluito in una nuova realtà chiamata Jollyboys.
Il rientro nel mercato degli smartphone è avvenuto nel 2024 con il Jolla C2 community phone, sviluppato in collaborazione con un’azienda turca. È stata proprio quell’esperienza a convincere Jolla a scommettere di nuovo sull’hardware con un nuovo dispositivo più ambizioso. A differenza del C2, lo Jolla phone punta a essere qualcosa di più di un esperimento per la community: vuole essere una proposta credibile per chi cerca un’alternativa reale al duopolio Google-Apple senza doversi trasformare in un esperto di modding o rinunciare completamente alle comodità moderne. Resta da capire se il mercato sarà pronto ad accogliere questa proposta. I numeri dei preordini sono incoraggianti per una realtà delle dimensioni di Jolla, ma restano microscopici rispetto ai volumi dell’industria globale. Il prezzo di 649 euro posiziona il dispositivo in una fascia dove la concorrenza offre hardware spesso più performante, e la base utenti potenziale rimane confinata a chi è disposto a fare compromessi in nome dell’indipendenza tecnologica.



