C’è voluta la vicenda di una professoressa, aggredita da un tredicenne in una scuola media di Trescore Balneario, per riaccendere i riflettori su una questione che l’Italia continua a rimandare: perché il disegno di legge per vietare i social network ai minori di 15 anni giace immobile nei cassetti del Senato dal 21 ottobre 2025, mentre mezza Europa accelera per proteggere i più giovani dalla dipendenza digitale? Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha parlato di “motivi tecnici legati alla riservatezza“, invocando l’urgenza di accelerare perché il divieto “non è più rinviabile“. Ma la sua versione è stata smentita seccamente dal Garante della privacy, che il 30 marzo ha pubblicato un comunicato per chiarire di essere stato “coinvolto dal governo nella risoluzione delle criticità” e che il testo “ha recepito le indicazioni formulate“. Dunque il ddl n. 1136 è fermo “per ragioni che non risultano note“.
La senatrice del Partito democratico Simona Malpezzi punta il dito dritto su palazzo Chigi: “Mancano ancora i pareri del governo, che da mesi sta inspiegabilmente bloccando un provvedimento sottoscritto da tutte le forze politiche“. Un paradosso tutto italiano, in un momento in cui il resto del mondo si muove con decisione. Le procedure tecniche per verificare l’età degli utenti online non sono fantascienza. L’Agcom le ha già messe nero su bianco con la delibera n. 96/25 del 12 maggio scorso, pensata inizialmente per bloccare l’accesso dei minori di 18 anni ai siti pornografici in ottemperanza al decreto Caivano. Ma lo stesso sistema, spiega l’avvocato Giuliano De Vivo specializzato in diritti digitali, è applicabile anche a Facebook, Instagram, TikTok, Telegram e tutti gli altri colossi dei social.
Il meccanismo funziona attraverso una triangolazione: l’utente fornisce le proprie credenziali a un soggetto terzo certificatore, che verifica l’età e invia un token alla piattaforma senza rivelare l’identità dell’utente. La privacy resterebbe protetta perché il certificatore conosce l’identità ma non il servizio richiesto, mentre la piattaforma riceve solo la conferma dell’età senza sapere chi è l’utente. Un sistema che già funziona, almeno sulla carta. Eppure il governo non impone questa verifica ai social network, nonostante la retorica sulla tutela dei minori. E mentre l’Italia temporeggia, all’estero si moltiplicano le condanne e le iniziative legislative. I tribunali della California e del New Mexico hanno già condannato Meta e Google per i danni provocati ai minori. L’Australia è diventata il primo paese al mondo a introdurre un divieto di accesso ai social per gli under 16 nel dicembre 2025, seguita a ruota dall’Indonesia. Anche se l’implementazione si sta rivelando complessa, con i governi che convocano i dirigenti di Google e Meta accusandoli di non rispettare le nuove leggi.

In Europa, il dibattito è acceso. Un sondaggio YouGov condotto in sei paesi mostra che la maggioranza dei cittadini sostiene il divieto per gli under 16: il 79 per cento in Francia, il 76 per cento in Gran Bretagna, il 74 per cento in Germania. In Italia, sette adulti su dieci sono favorevoli, con percentuali che superano il 70 per cento nelle fasce d’età più mature. Il sostegno attraversa tutte le appartenenze politiche: 76 per cento tra gli elettori del Movimento 5 stelle, 76 per cento tra i sostenitori di Fratelli d’Italia, 69 per cento tra i simpatizzanti del Partito democratico. Anche in Italia si moltiplicano le iniziative dal basso. Alberto Stefani, 33enne presidente della Regione Veneto, ha annunciato di voler presentare in parlamento una proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni, assicurando di avere il supporto di tutti i partiti della maggioranza. Il provvedimento prevede il divieto assoluto sotto i 14 anni, sanzioni per le piattaforme inadempienti e finanziamenti per progetti di educazione digitale rivolti ai genitori. Stefani parla di un iter di due-tre mesi e di un centrodestra compatto, ma resta da vedere se questa volta si passerà dalle parole ai fatti.
Intanto gli avvocati iniziano a parlare di responsabilità civile dello Stato. Stefano Bertone, promotore di una class action contro Meta e TikTok al tribunale civile di Milano, sostiene che “gli organi dello Stato possono cadere in ipotesi di colpa per responsabilità civile ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile, solidale con le piattaforme, qualora non informassero la popolazione e non regolassero la materia“. Il precedente citato è quello del sangue infetto, dove lo Stato fu condannato per omissioni istituzionali. In altre parole, se l’inerzia governativa contribuisse ai danni provocati dai social network ai minori, lo Stato potrebbe dover pagare risarcimenti. Il paradosso è che a rimetterci sarebbero i cittadini attraverso le casse pubbliche, mentre i titolari dei ministeri dovrebbero rispondere di danno erariale davanti alla Corte dei conti. “Se la responsabilità è sempre storica e politica, mai individuale, non cambierà nulla“, avverte Bertone.
Il caso della professoressa di Trescore ha riportato il tema al centro del dibattito. La stessa vittima ha descritto il suo aggressore come “confuso, trascinato e indottrinato dai social“. Emi Bondi, direttrice del Dipartimento salute mentale dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha dipinto il ragazzo come un adolescente timido, recluso nella sua bolla, il cui scopo era “esistere ed essere visto nell’unico mondo che frequenta e conosce, quello virtuale dei social“. Il ministro ha aggiunto: “C’è un’esplosione di questo tipo di violenza in tutto il mondo. Un caso in Francia, due insegnanti uccisi in Messico da uno studente che aveva con sé nientemeno che un fucile. I social sono tra le cause scatenanti. La loro influenza può essere devastante per la violenza che contengono e che propagano a ragazzi che non hanno ancora la maturità necessaria per gestire le insidie di questi mezzi“.

L’Agcom ha già dimostrato di saper agire. Il 18 marzo 2026 ha bloccato due siti italiani inadempienti rispetto all’obbligo di verifica dell’età per i contenuti pornografici. Pornhub invece resta accessibile anche ai minori: il Tar del Lazio ha accolto il suo ricorso sospendendo le delibere del Garante in attesa della sentenza, proprio per i dubbi sulla tutela della privacy. Un argomento che molti esperti ritengono pretestuoso, considerando che le soluzioni tecniche esistono già. Negli Stati Uniti è in corso il primo processo che dovrà stabilire se Meta, YouTube e TikTok siano responsabili dei danni alla salute mentale dei minori. In Francia, Germania e Spagna il dibattito parlamentare è nel vivo. L’Italia invece aspetta, mentre un disegno di legge condiviso da tutti i partiti dorme da sei mesi in una commissione del Senato per ragioni che non risultano note. E intanto i ragazzi continuano a scrollare, i genitori a preoccuparsi, gli insegnanti a chiedersi cosa stia succedendo ai loro studenti. La domanda resta sempre la stessa: cosa aspettiamo?



