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La mattina del 5 dicembre 2025 è iniziata con un blackout digitale per milioni di professionisti e utenti in tutto il mondo. Alle 9:50, ora italiana, Cloudflare è andata nuovamente in tilt, trascinando con sé un ecosistema impressionante di siti web e applicazioni che dipendono dalla sua infrastruttura. LinkedIn inaccessibile, Canva bloccato, ChatGpt irraggiungibile. E in un paradosso quasi comico, anche Downdetector, la piattaforma che monitora proprio questo genere di disservizi, è finita offline. Il down è durato fortunatamente solo pochi minuti, ma ha riacceso i riflettori su una questione che molti esperti di sicurezza informatica sollevano da anni: quanto è davvero fragile l’architettura di internet quando una manciata di grandi aziende tecnologiche regge sulle spalle il traffico globale del web. Cloudflare non è un nome che risuona nelle conversazioni quotidiane come Google o Facebook, eppure quando va giù si porta dietro una fetta considerevole della rete.

Sul sito Cloudflare Status, l’azienda ha prontamente segnalato il problema alle 9:56. Il malfunzionamento riguardava la Dashboard, il pannello di controllo che i clienti utilizzano per gestire i propri siti, e le relative Api, le infrastrutture che permettono la comunicazione tra diversi servizi. Alle 10:09 l’azienda ha comunicato che era in corso un’indagine e, appena tre minuti dopo, è stata implementata una risoluzione che ha riportato online tutti i servizi coinvolti. Ma cosa fa esattamente Cloudflare e perché il suo ruolo è così cruciale? In sostanza, questa piattaforma agisce come un intermediario che ottimizza e protegge il traffico dei siti web, rendendoli più veloci e sicuri. Funziona da hub centrale, una sorta di stazione di smistamento del traffico digitale. Tra i suoi servizi più importanti c’è la protezione dagli attacchi DDoS, ovvero quegli attacchi informatici che sommergono un sito di richieste fino a mandarlo in crash. Quando Cloudflare ha un problema tecnico, i portali che si appoggiano ai suoi servizi diventano semplicemente irraggiungibili.

Uomo disperato con smartphone
Uomo disperato con smartphone

Questa volta, oltre a LinkedIn, Canva e ChatGpt, tra i servizi colpiti ci sono stati Shopify, Vinted, Zoom e persino videogiochi come Fortnite e Roblox. Le segnalazioni sono arrivate a pioggia da ogni parte del mondo, con migliaia di utenti che hanno tentato di capire se il problema fosse localizzato o generalizzato. Per molti professionisti italiani, quei minuti di blackout hanno significato presentazioni bloccate, riunioni rimandate, progetti in stallo. E questo è il secondo episodio in meno di un mese. Il 18 novembre scorso, Cloudflare aveva già vissuto un down ben più lungo e problematico, che aveva colpito X, ChatGpt, Spotify e Canva per diverse ore. In quel caso, il problema era stato causato da una modifica alle autorizzazioni dei sistemi di database, che aveva impedito all’azienda di distribuire correttamente il traffico. Gli utenti si erano ritrovati davanti a pagine di errore per ore, impossibilitati a svolgere le proprie attività quotidiane.

Mentre Cloudflare ha confermato di continuare a monitorare la situazione per intercettare immediatamente eventuali nuovi disservizi, resta aperta la questione di fondo. In un mondo sempre più digitale, dove il lavoro, l’istruzione, l’intrattenimento e le relazioni sociali passano attraverso la rete, episodi come questi ci ricordano quanto sia sottile il filo che regge l’intera baracca. Dieci minuti di blackout possono sembrare poca cosa, ma per chi in quei dieci minuti doveva chiudere un contratto, consegnare un progetto o semplicemente lavorare, sono un’eternità.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ora si occupa di news e articoli per ScreenWorld.it, per CinemaSerieTv.it e CultWeb.it