Ci sono specifici momenti della vita in cui l’esistenza è costretta a biforcarsi fra regimi di realtà o di mera possibilità. È il momento dell’alienazione, dell’attesa sospesa fra una concretezza palpabile (e conosciuta) e una ancora potenziale, solamente immaginata. In questo tempo instabile e rarefatto, dove la personalità si dissemina e vacilla, Riz Ahmed crea, interpreta e formalizza la staffetta introspettiva dentro il crollo mentale del suo Shah Latif.
Bait – Fuori Parte prende slancio da un innocuo agente narrativo: a seguito di un provino (abbastanza esitante) per il ruolo di James Bond, la riservatezza del processo di selezione viene infranta e l’indiscrezione sul possibile ingaggio di Shah trapela oltre misura – guadagnando terreno e un’esposizione predittiva di una notorietà tutt’altro che gratificante. Pakistano al centro di una guerriglia d’identità pubblica, politica e privata, Shah si ritrova schiacciato nel mezzo di quello che presto si trasforma in uno pseudo thriller psicologico imbevuto di nevrosi e tracimato da satira e allucinata tensione drammatica.
Famiglia, appartenenza, comunità e desiderio di riscatto dialogano al vetriolo fra slittamenti di inclusività e avvilenti torchiature. Nel mentre, Bait fa i conti con il peso specifico dell’ambizione, con quella consapevolezza necessaria ad avvalorarsi e percepirsi all’altezza dei sogni idealizzati – soprattutto quando prossimi a trasformarsi in realtà. Ne viene fuori un esperimento denso, impacciato, interessante per il modo non banale in cui intervalla in fuori campo il prevedibile, stratificando il risultato. Osservandolo, cioè, non soltanto a confronto con il fardello mediatico che il personaggio di Bond chiama a sé, ma piuttosto e più sinceramente nella ricerca introspettiva di una validazione attivata da infinite riscritture e smantellamenti identitari.
“Non convivo con me stesso”

A far muovere le fila di Bait è quasi sempre una notizia in apparenza più reale del reale, vera solo perché virale – e pertanto a disposizione del parere della collettività. Mentre il dibattito si arroventa sulla presunta idoneità di Shah per la parte di Bond, nei fatti l’attore sta provando ancora – e come può – a riscattare il fiasco del suo primo provino. In tal modo, ovvero sfruttando una popolarità più meritevole della sua stessa interpretazione, Shah entra in relazione con un ruolo che è l’incarnazione di un privilegio, una norma e delle aspettative canonicamente bianche e rigidamente personali.
Se per il protagonista Bond è l’emblema di un sentimento di rivendicazione non solo individuale ma soprattutto comunitario (in termini di ri-negoziazione della propria rappresentazione), per quella stessa comunità l’inclusività si paga al prezzo della collusione, di uno spaventoso tradimento identitario. A essere chiamato in causa è l’ingombro prematuro del successo: così come Shah viene presto immolato a simbolo, la collettività pubblica e quella privata rincarano la dose proiettandogli addosso le incertezze del loro sentire – assediandolo, letteralmente, in una crisi di coscienza che diventa sempre più affollata, paranoica e mentale.
Quello vissuto da Shah è un dramma intensivo di insicurezze e auto sabotaggi: il tentativo non pacifico di ottenere approvazione salvaguardando appartenenza, di padroneggiare la notorietà rimanendo aderenti a se stessi. Bait – Fuori Parte diventa allora un discorso di immersività e trasformismo, di confronto e scontro con la funzione simbolica di Bond, che pretende sicurezza e al contempo demolisce ogni possibilità di centratura. Gli equilibri si spezzano, i legami si incrinano, le pressioni crescono e Shah capitola: consumato da un percepito soggettivo che trangugia la realtà e la leggerezza della comedy con un’ossessione tutta psicologica.
Performare se stessi

Se vita privata e simulacro pubblico si battono a colpi di cospirazioni, aspirazioni e fallimenti che incalzano e corrodono la coscienza dell’attore, il materiale umano con cui Shah entra in contatto si incastra in una matrioska di insistenze e urgenze di conferma.
La famiglia, avvolgente ma ingombrante, è il primo strato di una vitalissima comunità pakistana incolonnata fra le spinte del clamore mediatico dove l’autenticità di Shah viene interpretata, snaturata e messa in luce nelle sue contraddizioni. Il desiderio di riconoscimento si fa quindi progressiva e logorante performance identitaria: surrogato di una personalità che anticipa l’effettiva interpretazione di una parte (e d’altronde il suo lavoro d’attore si compie ovunque tranne che sul set).
Shah insegue conciliazione e incontra conflitto, anche quando aspira a un’affermazione assecondata e nominata dalle persone a cui più tiene. Il corredo di aspettative travolge le fragilità dell’uomo mentre egli prova a capire chi è, interrogandosi sulla natura del proprio valore e del proprio talento nel momento stesso in cui la carriera gli offre il ruolo adatto a circoscriverlo dentro parametri ben definiti. Ovvero con criteri normativi e radicati in un immaginario (quello attorno a Bond stesso) premuti sulla persona di Shah a raccordo di una crisi esistenziale intima, incasinata e indolenzita – eppure a suo modo universale ed evolutiva.
In questa partitura nervosa e stordente, Bait – Fuori Parte cuce intrecci narrativi e contorsioni tonali in continua contesa interna, spesso sovraccariche quanto i deliri del suo protagonista. Impersonato da un Riz Ahmed che per la parte si spende senza riserve, l’attore porta nel corpo e nella sua giocosa espressività la conformazione sfaccettata e fondativa dell’intricata relazione con la fama e con se stessi: imprevedibile e terrificante oltre ogni immaginabile regime di realtà.



