C’è una costante nel mondo marveliano: i personaggi reagiscono al loro ambiente. Sarà per quell’assioma tanto caro a Stan Lee secondo cui la Marvel è il mondo fuori dalla finestra, gli eroi della Casa delle Idee hanno sempre avuto una particolare affinità con il mondo che li circonda, che per molti ha preso la forma della Grande Mela. NewYork non è solamente sfondo silente di grandi avventure, ma ne è parte integrante, specialmente per quegli eroi che hanno una forte radice con i quartieri newyorkesi, che siano gli urban heroes o l’Arrampicamuri.
Una sinergia che spinge a chiedersi come si sarebbero adattati gli eroi marveliani a una diversa New York, ad esempio traslando Spider-Man negli anni ’30. Una metropoli diversa, segnata da eventi storici differenti, animata da tensioni sociali che sono state dimenticate ai tempi della nascita del Marvel Universe inaugurato dai Fantastici Quattro. Una solleticante suggestione, ben più di un what if…?, che diventa la scintilla vitale di Spider-Man Noir, variazione sul tema ragnesca che ci catapulta nella Grande Mela del 1933.
Spider-Man Noir, l’eroe di una New York diversa

Anni duri, che la letteratura ha consacrato con il noir, il genere che ha fondato il proprio carisma sulle penne di autori come Hammet e Chandler. Un sottobosco criminale che impera nella città, in cui la legge è un’arma come un’altra, la cui forza è decisa solo da chi la impugna. Anni di povertà, di masse schiacciate da un lenta ripresa dopo il primo conflitto mondiale, in cui l’illusione della scintillante New York è ancora un miraggio, offuscato da immense slumville e fatiscenti edifici.
In campo letterario questo si traduce in un ritratto romanzato di una realtà non meno spigolosa. Anni difficili, animati da una voglia di rivalsa che parte dal basso, motore di una società operaia che inizia ad alzare la testa, a creare forme di ribellione economica, anche accettando patti faustiani con il crimine organizzato. A ben vedere, una New York simile necessita realmente di un supereroe, a patto che sia pronto a sporcarsi realmente le mani.
Su questa idea si sono basati David Hine e Fabirce Sapolski nel creare il loro Ragno noir, un eroe che prende l’essenza del mito del Tessiragnatele e lo trasla in questo contesto inacidito.
Back in noir

Peter Parker rivive i capisaldi della sua storia, ma questi si legano alla turbolente, esplosiva congiuntura sociale degli anni ’30. Zio Ben è stato ucciso a causa del suo coinvolgimento con le rivendicazioni della povera gente, ucciso dal Goblin, signore del crimine la cui ombra aleggia su tutta New York. Corruzione, minacce e omicidi sono le sue armi, puntate contro una città che non reagisce non tanto per mancanza di coraggio, quanto per interesse, con figure di spicco che sono bene liete di scendere a patti con il diavolo, pur di intascare qualche dollaro.
Un cancro che Ben Ulrich, giornalista del Daily Bugle e amico di Ben Parker, sembra voler scardinare. Le sue domande sono sempre pungenti, arriva in luoghi in cui nessuno ha accesso e vanta conoscenza non sempre limpide. Sotto la sua ala, il giovane Parker inizia a comprendere la vita newyorkese autentica, quella vissuta e scritta nelle sale fumose del night di Felicia Hardy e nel sangue che scorre nei vicoli.
Ma la giovane età è un pericoloso, la ricerca di una giusta vendetta lo mette nel mirino di chi prospera nel silenzio, un rischio che da un lato risveglia la coscienza di chi ha pavidamente sempre giocato sul filo delle ombre, dall’altro proietta Peter nella posizione di usare poteri ottenuti in modo incredibile per portare ordine nella metropoli.
All New, all violent Spider-Man Noir
Con Spider-Man Noir, Hine e Sapolski riescono nel lodevole intento di unire il racconto noir al ritratto di una New York spesso dimenticata, che nella loro immaginazione integra anche elementi che il fumetto ha vissuto grazie ad autori come Eisner.
Parker si muove in una città in cui si respirano povertà e tentazioni, in cui la popolazione di colore è ancora segregata e le infiltrazioni di simpatizzanti filo-nazisti sono un’evidenza. Ogni elemento della tradizione del Ragno viene adattato a questo ambiente, le nemesi storiche sono scagnozzi del boss della mala, e la città è un luogo violento e spietato. Tanto che lo stesso Spider-Man perde quella spensieratezza tipica di Parker per assumere un ruolo più violento, avvicinandosi agli eroi pulp nella sua caratterizzazione.
Non solo ragnatele, ma anche revolver. I combattimenti sono più violenti, le mosse spettacolari sono scandite anche da un’aggressività che, specie nel primo arco narrativo, sono quasi una manifestazione rabbiosa di Peter. Un grido di disperazione del ragazzo, che vede in questi poteri un’arma con cui esigere una vendetta a lungo attesa, almeno sino a quando non è costretto a confrontarsi con una zia May che ricorderà involontariamente al nipote il senso di essere un eroe:
“Non voglio vivere in un mondo in cui gli uomini si uccidono gli uni con gli altri come animali.”
Un monito che nonostante un’iniziale indifferenza, diventerà un nuovo inizio per Spider-Man.
Gangster, femme fatale e supertizi

Per quanto il primo story arc sia ricco di fascino, è solo un’introduzione alle potenzialità del personaggio, che trovano maggior definizione in Occhi senza un volto. Trama più strutturata, che amplia il parterre di nemici, mette in gioco una New York ancora più violenta e affonda impietosamente in una giungla criminale che siede al tavolo dei potenti, mettendosi a rivaleggiare con ambienti militari.
Molto più detective story, con una maggior evidenza dei canoni della narrativa noir. Tanto che un elemento essenziale del noir, la femme fatale, diventa il cardine della storia. Felicia Hardy, proprietaria del night club più celebre di New York, è la classica donna del boss, si avvicina a chi comanda per essere protetta, a scapito della sua anima e della sua serenità.
Bellissima, per quanto non più giovane, Felicia è l’oggetto del desiderio, donna trofeo conscia del suo ruolo, ma che smette di essere mero strumento per diventare, nel limite possibile, padrona del suo destino. Ma senza ingannarsi, consapevole del suo ruolo, anche quando cerca uno sprazzo di vita autentica tra le braccia di Parker.
Che sia la scrittura emotivamente travolgente di Hine e Sapolski, o più realisticamente la felice mano del nostro Carmine di Giandomenico, in una memorabile tavola Felicia passa da femme fatale a donna ferita, animata da rimpianti e quasi abbandonata al suo destino, ma mai pronta ad accettare la compassione altrui, pur accettando il suo ruolo in questa giostra folle che è la sua vita
“Ecco a cosa servo io. Per le ore piccole, quando la luce soffusa e l’alcol conferiscono a qualunque cosa un bagliore magico. Alla luce del sole non sono altrettanto bella.”
Una confessione che Carmine di Giandomenico ritrae con una sensibilità unica, mostrando un volto femminile splendido ma segnato dal tempo e da scelte difficili, una donna dotata di travolgente sensualità, mai volgare,che diventa anima spezzata, graziata da un ritratto spezzato costruito su espressioni suadenti e sguardi di struggente malinconia.
Il noir grafico

D’altronde, non poteva esserci interprete migliore del disegnatore abruzzese per una storia dai toni noir. Tanto il dinamismo quanto il racconto emotivo sono nelle sue corde, come ricorda con tavole dalla dinamicità estrema, dove si sofferma su dettagli che non mancano di straziare il cuore del lettore o di scaricare adrenalina nelle vene.
La gabbia si piega alla visione di Carmine di Giandomenico, viene asservita al racconto divenendone parte integrante. I dialoghi si animano nelle sequenze costellate di vignette, lo sguardo del lettore viene stretto su dettagli che acuiscono la cifra emotiva del racconto e si percepisce la ricerca di una sintesi visiva che unisca la dimensione supereroica alle regole del noir.
Così devoto al suo ruolo, che si presta anche come colorista, ruolo che gli consente di enfatizzare ulteriormente quel sentore di rabbia sofferta e repressa, incastonate in una cromia che ricerca sfumature ocra e rosse, una colorazione che ricorda le vecchie fotografie del periodo.
Ritorno al noir

Non si può negare che la potenza di Spider-Man Noir sia dovuta proprio alla perfetta interpretazione data da Carmine di Giandomenico, alle sue soluzioni grafiche e ai suoi point of view impeccabili, quasi dei ritratti dell’umana condizione così carichi di emozione che sembra di percepirla sulla punta delle dita sfogliando le pagine.
Una caratterizzazione emotiva che avvicina, come detto, Spider-Man agli eroi pulp, come The Shadow o il primo Batman, come celebrato da Jurgens nel suo Bat-Man: Il Primo Cavaliere . Non solo per il look dark- cappotto, passamontagna e occhialoni da motociclista – ma per il suo approccio alla lotta, per il suo linguaggio duro e privo delle tradizionali facezie del Tessiraganatele. Dove la tradizione di Spider-Man impone il ruolo di eroe in nome di un ben noto principio legato alla responsabilità, qui il motore primario è la vendetta, il tormento per l’apparente impotenza, che trovano un liberatorio e sanguigno sfogo quando si manifestano i poteri del Ragno.
Spider-Man Noir è una delle migliori variazioni del tema sul Ragno, coinvolgente proprio per la sua apertura ai lati meno nobili dell’umana condizione, rendendo questa saga una delle letture più appassionati del mito di Spider-Man



