Questo Ottobre è arrivato in Italia Red Hood di Yuki Kawaguchi, ed è un’ottima occasione per parlare di grim fantasy, Stephen King, abbattimento della quarta parete e modello editoriale del Jump in una sola occasione. Partiamo prima di tutto dall’autore: chi è Yuki Kawaguchi? Autore giapponese classe 1996, con Red Hood stava cercando le luci della ribalta pubblicando sul Jump dopo che il suo one-shot era stato accettato. Ha lavorato come assistente di Kohei Horikoshi, ed è importante sottolinearlo in quanto si può ben capire in che modo Kawaguchi abbia sviluppato il suo tratto e i suoi design, che sembrano notevolmente ispirati da quelli dell’autore di My Hero Academia.
Red Hood è un manga a cavallo fra il fantasy classico e il grim fantasy, il cui mondo variegato è abitato da numerose creature della fantasia classica occidentale, in particolar modo, fra cui streghe e lupi mannari: proprio questi sono presentati come il principale problema della storia, soprattutto per il protagonista, Velou. Il giovane che vive in un piccolo villaggio isolato si troverà costretto ad affrontare queste creature, ricevendo il supporto della cacciatrice dal cappuccio rosso Grimm: la donna, in seguito, introdurrà il giovane alla gilda dei cacciatori e così inizieranno il loro percorso insieme, con lo scopo dichiarato di liberare il mondo dai lupi mannari così come l’umanità eliminò tutti i draghi cinquecento anni prima.
Che ne è stato di Red Hood?

Il manga di Yuki Kawaguchi ha tristemente subito il destino di numerose altre opere che calcano la scena sul Weekly Shonen Jump: sono state cancellate prima della loro naturale conclusione. Per chiunque non sia affine al modello editoriale del Jump e della Shūeisha, funziona a grandi linee in questo modo: un fumetto viene pubblicato settimanalmente sulla rivista, e oggigiorno anche sul sito dedicato ovvero Manga Plus, e questi fumetti verranno poi eventualmente raccolti in dei volumi, i tankobon. Il destino di una serie più che dipendere dalla vendita dei volumi – che comunque contribuisce – dipende, soprattutto nelle sue prime fasi di vita, dal gradimento dei lettori settimanali: ma non da tutti, specificatamente da coloro che inviano delle cartoline alla rivista.
Queste cartoline che possono essere compilate dagli acquirenti del Weekly Shonen Jump determinano una sorta di classifica delle opere pubblicate di settimana in settimana, e quelle che restano in fondo alla classifica vengono fatte concludere. Lungi dall’essere una giustificazione – d’altronde i fumetti vengono fatti con la speranza di incontrare i gusti del pubblico – Red Hood si è prematuramente concluso al suo diciottesimo capitolo non per una mancanza vera e propria di qualità, ma perché non è incorso nel gradimento di una fetta del pubblico giapponese.
Un calderone fantasy

Uno degli elementi più affascinanti di Red Hood era, probabilmente, il suo mondo narrativo e quindi consequenzialmente i vari design creati dall’autore, che si trattasse dei personaggi umani, delle loro armi ed armature, fino ad arrivare al creature design e a quello di ambienti e strutture. Come detto in precedenza, prevale indubbiamente il grim fantasy con una scrittura di alcuni personaggi decisamente grigi, violenza grafica ispirazioni a fiabe europee come Cappuccetto Rosso, eventualmente ad una versione più vicina a quella fratelli Grim. Tale prevalenza, va detto, è dovuta alla brevità del manga, in cui il primo arco narrativo che si svolge nel villaggio del protagonista prende almeno un terzo dell’opera.
Detto ciò, in soli 18 capitoli Yuki Kawaguchi è riuscito a costruire personaggi con design interessanti e diversi da loro, creando un’armonicità che mostrava come ognuno di loro provenisse dallo stesso mondo narrativo ma contesti diversi, lasciando viaggiare la mente del lettore. D’altronde il fumetto passa, come detto, da un ambiente simile a quello della fiaba dei fratelli Grimm, con la cacciatrice che somiglia a Cappuccetto Rosso, un villaggio rurale dall’apparenza germanica e lupi mannari con dai design sia classici che rivisitati, a mostrare in poco tempo elementi steampunk e biopunk. Non si tratta, per certi versi, di qualcosa di nuovo nei manga, in quanto è evidente che molti autori giapponesi rivisitino le iconografie occidentali in modo bizzarro, osservandole come una materia esotica con cui giocare, ma in Red Hood avviene con cura e con un’ottima organicità fra i vari elementi.
Misery non deve morire

Il finale dell’opera – che qui non spoilereremo – è quanto di più inaspettato per un fumetto come Red Hood. Al di là di una spiccata metanarrativa al suo interno, il finale di un manga del genere è, prevedibilmente, non esente da problemi e difetti. Parliamo di un fumetto che è stato chiuso prima del tempo, costringendo quindi l’autore a comprimere tutte le idee in suo possesso in un piccolo spazio vitale. Lo Weekly Shonen Jump non è assolutamente nuovo a questo meccanismo e in un certo senso ci sono due modi in cui chi si vede cancellare un manga: c’è chi si “arrende”, e chiude il tutto senza sentimento, e c’è chi invece come Yuki Kawaguchi chiude in bellezza, mostrando un barlume di ciò che avremmo potuto avere.
Il finale di Red Hood può ricordare per certi versi un’opera di Stephen King, Misery non deve morire, o quantomeno il film che ha reso ulteriormente famoso il romanzo. Nel film una fan sfegatata di uno scrittore lo imprigiona pur di ottenere ciò che vuole, cioè che il personaggio che tanto amava, Misery, non morisse: l’autore è prigioniero dei desideri della sua fan. Red Hood allo stesso modo è stato prigioniero dei desideri dei fan, ma questa volta non c’è stato tanto il rapimento dell’autore quanto la prematura conclusione della sua storia. In un certo senso il finale si concentra proprio su questo, sulla natura stessa delle storie, il loro rapporto con i lettori e il modo in cui uno scrittore possa fare di tutto per accontentare quante più persone possibili. L’arte di essere un fumettista, uno scrittore, uno sceneggiatore, insomma un creatore di storie, è in qualche modo dolorosa perché bisognerà sempre fare una scelta che scontenterà qualcuno e accontenterà qualcun altro: ne deve essere consapevole chi scrive e, in qualche modo, anche chi legge
