Nelle giornate di questo Comicon Bergamo 2026 abbiamo intervistato Lucio Ruvidotti, autore della nuova Graphic Novel edita da Edizioni BD che affronta la straordinaria, entusiasmante, pazza e piena vita di Miles Davis, uno dei più grandi e poliedrici musicisti della scena jazz e musicale che abbiamo mai camminato su questo pianeta azzurro.
Seguire rotte non tracciate e disegnare l’indescrivibile storia di MIles Davis

Cominciamo dalla domanda più difficile: Un aggettivo o una frase che secondo te descrive nella sua semplicità Miles Davis.
Un aggettivo o una frase? Umm…Tenebroso, va bene? [ride]. Lui è stato anche chiamato il Principe delle Tenebre, mi viene da pensare non tanto perché lui fosse sempre così cupo, ma attraverso la scrittura della storia ho notato come la sua personalità venga fuori un po’ dietro le quinte, che per capirlo davvero bisognasse andare dietro il suo personaggio (soprattutto quello degli ultimi anni) nelle parti meno visibili e oscure di lui, fuori dalla luce dei riflettori.
Miles è forse uno dei jazzisti col più alto numero di cambi e di invettiva, ma anche un artista decisamente Punk e imprevedibile. Come ti sei approcciato per parlare della sua storia e quali linee guida hai seguito?
Sicuramente non volevo fare una biografia tradizionale, quindi mi sono posto una sfida: raccontare la musica nel fumetto, apparentemente impossibile perché non ha l’audio. Mi sono posto una domanda: Riesco a raccontare l’evoluzione della musica di Miles Davis, quindi l’evoluzione della sua musica con le sue differenze attraverso il linguaggio del fumetto?
Ho deciso di dedicare ogni capitolo del libro è dedicato ad una svolta musicale.
Nel volume vediamo come affronti stili e griglie diverse, come ogni capitolo sembri così diverso eppure così legato, si sente una connessione incredibile con lo stile di Miles nel lavoro e nella sua arte, raccontaci da cosa sei partito e dove sei arrivato.
Per descrivere la svolta musicale ho usato principalmente il lavoro sulla gabbia, sulla struttura delle pagine del fumetto, su spezzare la struttura della pagina con lo spazio bianco e infine sulla scelta del colore per cercare di trasmettere al lettore emotivamente quello specifico periodo musicale della storia di Miles.
La scelta del colore è in relazione alla musica. A livello creativo la parte in cui mi esprimo maggiormente è quando abbozzo tutta la narrazione del fumetto, cercando di lasciarmi andare al modo in cui io ho interiorizzato il rapporto col fumetto e la storia stessa. Non sono andato in modo prettamente razionale su come gestisco il periodo Bebop o il periodo Jazz, ma ho ascoltato molta musica ho fatto in modo che mi guidasse e mi sono lasciato andare.
Nel fumetto c’è il periodo Bebop in cui Miles inventa in quel contesto il Cool Jazz, in quel caso sono partito da una serie di vignette con un ritmo serrato e tutte uguali, in cui si inseriscono delle vignette lunghe dai colori più freddi in cui si intravede l’incontro tra Miles e Bill Evans. Quel blu entra timidamente prendendosi sempre più spazio e facendo diventare tutta la narrazione più…Cool.
L’uomo che ha cambiato la storia della musica almeno 3 volte

Miles Davis ha cambiato la storia della musica 3 o 4 volte, ma in quegli anni la stavano cambiando in tanti e contemporaneamente, per te in cosa si distingueva Miles?
Sicuramente ho apprezzato molto il suo approccio alla musica. Quando ha cominciato a suonare negli anni ‘40, lui era uno dei pochi che sapeva anche leggere la musica, difatti i primi tempi si guadagnava da vivere trascrivendo la musica di altri. Aveva una sincera curiosità per la musica che era lontana dalla sua cultura, qualcosa che non si trova sempre nella musica dei suoi contemporanei. Erano dei grandissimi musicisti, anche geniali, ad esempio Charlie Parker, che sono stati i Re, ma di quel momento lì. Miles nella sua continua ricerca sia della vita che della musica ha cambiato la musica varie volte, ma se andiamo ad aumentare la prospettiva vediamo in realtà un continuo flusso creativo in cui lui cercava di assimilare tutto quello che era la contemporaneità per creare qualcosa di nuovo.
Nel seguire Miles seguiamo quasi tutta la storia del Jazz dal 47 al 91, nomi a dir poco leggendari e sconosciuti che ora sono un mito. Qual è l’eredità lasciata da Miles e soci secondo te?
Non seguiva le mode, non andava dietro al Rock o altri generi per moda, ma cercava sempre di sviluppare una sincronia con quello che voleva essere il suo pubblico: la gioventù afroamericana. E su questo lavoro faceva un lavoro artistico di altissimo livello.
Un assolo rivoluzionario

Matto, spericolato, ma con un’integrità e dei valori, non si accetta e non si molla nulla soprattutto ai bianchi. Critiche tanto forti quanto giuste. Ad oggi è cambiato molto il mondo in cui lottava Miles o stiamo solo facendo finta di muoverci e non è cambiato nulla?
Bella domanda. Per me è stato significativo la sua storia d’amore a Parigi con l’attrice Juliette Gréco in cui lui però decide di tornare indietro. Sentiva in cuor suo di non riuscire a fare musica lontana dalle sue radici e dal suo luogo d’origine nonostante fosse estremamente pericoloso e razzista. Ci sono dinamiche diverse, oggi è più difficile vedere un musicista famoso arrestato e pestato fuori dal locale in cui stava suonando, ma non si può dire che non accadano ancora cose orribili.
La cosa interessante di Miles è che lui non ha mai fatto l’attivista, ma è stata la sua stessa vita e la sua vita artistica ad essere politica.
Guida all’ascolto di un gigante

Siamo in un negozio di dischi, hai tutta la discografia di Miles e davanti a te hai una persona che non ha mai ascoltato jazz, una che lo conosce ma non conosce Miles, che dischi gli consiglieresti e perché?
Ok, se comunque uno dei due ha l’orecchio fino io mi butterei su Beaches Brew dove vediamo proprio la curiosità totale che aveva Miles Davis, la sua capacità di sperimentare in maniera folle e vendere anche dischi normalmente difficilissimi da ascoltare.
Se invece non si ha l’orecchio allenato direi A Kind of Blue che è ugualmente sensazionale e resta il disco jazz più venduto della storia. Poi Miles, dopo 15anni che era uscito lo rinnegò perché era già andato oltre, ma resta un disco stupendo.
Oltre a Miles abbiamo detto nel volume ci sono altri astri del cosmo Jazz mondiale, vorresti trattarne qualcuno in futuro?
A dir la verità non lo so, perché questo libro è nato anche per una serie di eventi e di incontri a cui sono legato ed è legato il mio vissuto, mio padre è un trombettista jazz e quando c’è stata l’opportunità di fare un fumetto su un trombettista jazz il suono della tromba è venuto fuori dal mio profondo.Ad un certo punto era comparsa l’idea di fare un fumetto sui tre sassofonisti che hanno accompagnato Miles Davis: Coltrane, Charlie Parker e Wayne Shorter, ma non so se questa cosa vedrà mai la luce, vediamo.
Dalla penna dell’autore al cuore del protagonista: la lezione di Miles.

La celebre frase pronunciata alla Casa bianca, Miles, Assolo a Fumetti, Edizioni BD®Hai cominciato questa avventura con due pagine e sei arrivato ad una graphic novel splendida e completa, hai vissuto, ascoltato e sentito Miles e hai deciso di condividerlo, ma ti chiediamo: qual è la lezione più importante che hai imparato da Mr. Davis?
Sicuramente il suo esempio come artista. Io mi sono basato molto sulla sua autobiografia per creare i vari capitoli del mio libro. Lì si vede benissimo questo approccio schietto e sincero, profondo sul desiderio di esprimersi usando l’arte senza compromessi. In tanti momenti anche della lotta politica tra Afroamericani e governo degli Stati Uniti lui ebbe colleghi afroamericani che lo criticavano per avere dei musicisti bianchi nelle formazioni. Per lui non era più importante il tipo di musica che voleva fare, e se a lui serviva quel chitarrista bianco o quel percussionista brasiliano bisognava suonare con loro. Era estremamente onesto e dedito al 100% nel trovare la sua voce ed esprimersi con l’arte.
