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Poche note e la melodia è inconfondibile, il ticchettio di un orologio e il suo carillon ci riportano a un tempo passato in cui i migliori Western li produceva il cinema italiano e un regista romano in particolare che sapeva come fermare il tempo e la morte: raccontando buone storie. Qui si parla di icone e di storie che lasciano il segno: i film di Sergio Leone, il regista che ha insegnato all’America come rivedere la propria storia, avvicinandosi ai suoi personaggi tra inquadrature strette e primi piani. Per un pugno di dollari era stato un atto di rottura quasi inconsapevole, in cui Sergio Leone aveva dimostrato di avere pieno controllo della propria visione, ridefinendo la grammatica del genere western e la stessa grammatica della regia.

Se con il primo film della Trilogia del dollaro Leone aveva colpito l’immaginario del pubblico italiano prima, e americano poi, rianimando un certo immaginario sul genere, fu con il secondo capitolo della trilogia che il regista romano sembrò affermare: qui non si scherza, qui si fa il cinema. Uscito nel 1965, Per qualche dollaro in più arriva in un momento di profonda trasformazione del cinema europeo: il western americano classico è in crisi, Hollywood fatica a rinnovare i suoi miti e l’Italia intercetta questa frattura proponendo un cinema popolare che non ha paura di essere sporco, violento, ambiguo.

Leone prende il genere più codificato che esista e lo svuota dall’interno, sostituendo all’epica della frontiera una geografia morale dominata dal denaro, dalla vendetta e dal tempo che non passa. In pratica Leone ha insegnato agli americani a ridisegnare il proprio genere di riferimento e lo ha fatto prendendosi il proprio spazio e il proprio linguaggio. Sono stati necessari pochi ingredienti: un orologio con un carillon, un bandito violento e folle, un solitario dal passato sconosciuto e un “reverendo” dal passato fin troppo pesante. Il tutto per raccontare un secondo capitolo capace di superare il primo.

Il tempo è il vero protagonista

Sergio Leone con macchina da presa - © Archivi RAI

Come sarà più evidente nella seconda trilogia, quella del tempo appunto (C’era una volta il west, Giù la testa e C’era una volta in America) è proprio il tempo uno dei grandi temi del film. Non a caso, il personaggio di Colonnello Mortimer porta con sé un orologio musicale, oggetto feticcio ma anche pretesto narrativo. La melodia composta da Ennio Morricone si fa quindi memoria, trauma e ossessione: ogni volta che la sentiamo suonare, il passato bussa alla porta dei personaggi come il motivo della Quinta sinfonia di Beethoven, costringendoli a fermarsi. È in quel momento che si tolgono la maschera da duri e li vediamo in tutta la loro umanità, sia Mortimer (Lee Van Cleef), sia l’Indio (Gian Maria Volonté). Nemici legati dallo stesso trauma.

In questo senso, Leone anticipa un uso del suono come elemento drammaturgico che sarà centrale nel suo cinema successivo, da C’era una volta il West in poi. Allo stesso tempo, Leone approfondisce i personaggi, che nel primo capitolo erano più stereotipati, dandogli una maggiore introspezione.
Il confronto tra Mortimer e il Monco, interpretato da Clint Eastwood, è uno dei punti più interessanti del film. Se nel primo capitolo Eastwood incarnava una figura quasi astratta, qui il suo personaggio acquista una maggiore complessità, soprattutto nel rapporto dialettico con Lee Van Cleef. Mortimer non è una semplice spalla: è un doppio, il riflesso deformato di un uomo che agisce non per denaro, ma per giustizia privata. La loro alleanza è fragile, fondata su una stima reciproca che non cancella la competizione, e Leone la costruisce con uno sguardo ironico e lucido.

Il villain problematico

Indio (Gian Maria Volonté) e il Monco (Clint Eastwood)ù in una scena del film. Fonte: Produzioni Europee Associate
Indio (Gian Maria Volonté) e il Monco (Clint Eastwood) in una scena del film. Fonte: Produzioni Europee Associate

Il vero cuore oscuro del film, tuttavia, è l’Indio, interpretato da uno straordinario Gian Maria Volonté. Volonté non si limita a incarnare il villain, ma lo trasforma in una figura tragica, segnata dalla follia e dal rimorso. Il suo sorriso allucinato, il modo in cui ascolta ossessivamente la musica dell’orologio rendono l’Indio uno dei cattivi più memorabili del cinema di Leone. È un personaggio che sembra già appartenere a un mondo morente, schiacciato dal peso delle proprie colpe e sicuramente molto più profondo della figura analoga interpretata nel primo volume della trilogia.

A differenza di molti villain del western classico, l’Indio non è mosso da pura avidità o desiderio di potere. È un uomo spezzato, che vive in un eterno presente dominato dal ricordo. In questo senso, è uno dei primi veri antagonisti “moderni” del cinema di Leone: non un ostacolo da eliminare, ma uno specchio deformante degli altri personaggi. La sua profondità segna un netto passo avanti rispetto al primo capitolo della trilogia e contribuisce a rendere Per qualche dollaro in più un film emotivamente più complesso.

Una grammatica che ha fatto scuola e un ponte verso il futuro

Duello Per qualche dollaro in più
Duello finale, Per qualche dollaro in più. Fonte: Produzioni europee associate

La sequenza finale del duello resta un manifesto poetico. Leone sospende il tempo, frammenta lo spazio, moltiplica i primi piani fino a trasformare i volti in paesaggi interiori. Qui il western diventa cinema puro: non conta chi spara per primo, ma chi riesce a sostenere lo sguardo dell’altro. Quando l’orologio smette di suonare, la memoria si spezza e solo allora la vendetta può compiersi. È una scena destinata a influenzare generazioni di registi, da Peckinpah a Tarantino.

Se messo a confronto con Per un pugno di dollari, il film appare come un’opera di passaggio nel senso più nobile del termine. Il primo era ancora grezzo, istintivo, costruito sulla forza iconica di un antieroe muto e su una rilettura spregiudicata di Yojimbo. Qui la narrazione si fa più articolata, i personaggi più stratificati, la dimensione emotiva più esplicita. Allo stesso tempo, Per qualche dollaro in più anticipa chiaramente Il buono, il brutto, il cattivo: il rapporto a due prepara il celebre triangolo, la dilatazione dei tempi e l’uso estremo del primo piano trovano qui una prima forma compiuta.

Ma se il terzo capitolo allargherà lo sguardo alla storia e al caos della guerra, Per qualche dollaro in più resta un film più intimo, quasi malinconico, in cui la violenza non è ancora spettacolo totale, ma gesto necessario e doloroso. È forse per questo che, all’interno della trilogia, è il capitolo più segretamente emotivo, quello in cui Leone guarda i suoi personaggi con maggiore compassione. Non sorprende allora che, dopo la Trilogia del dollaro, Leone scelga di mettere definitivamente il tempo al centro del proprio cinema. Nei film della trilogia del tempo il racconto diventa memoria, il montaggio si fa flusso mentale, la narrazione si piega alla soggettività dei ricordi. Tutto era già qui, nel ticchettio di un orologio, in un carillon che non smette di suonare.

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