Eccolo. Dopo un paio di giorni di proiezioni leggermente sottotono, qui al Festival del cinema di Cannes, ci siamo ritrovati davanti a una folgorazione. Non un film che ci aspettiamo possa raggiungere la vetta e andare a premi (forse giusto la sceneggiatura, è troppo presto per dirlo) ma senza dubbio una storia che ha saputo stupire e cambiare nel corso delle sue due ore di durata. Una storia che, in effetti, era facile sarebbe piaciuta considerando che si basa sulla sesta parte del Decalogo di Krzysztof Kieślowski.
La storia, però, è diversa, a modo suo originale. Ed ecco che arriva lo stupore, l’interesse e la maestria per una personalità come quella di Asghar Farhadi, regista iraniano qui alla sua prima produzione totalmente in lingua francese. Il film in questione è Parallel Tales che, in concorso a Cannes, necessita di un approfondimento di riguardo per sviscerarne i punti forti e quelli più deboli.
La miglior trasposizione possibile: quella non fedele

Qual è uno dei più grandi problemi quando viene sviluppata una trasposizione o un remake? La fedeltà. Ma attenzione, non la mancata aderenza all’opera originale, che sia questa un libro, un fumetto o un altro film, come in questo caso. Semmai l’eccessiva similitudine al materiale di partenza. Quella che si verrebbe a creare è una copia carbone, senz’anima che non offrirebbe nulla di più allo spettatore. Perfetta per un fan, ma non per tutti. Discorso diverso si ha quando il materiale originale viene rivisto e cambiato per permettere la creatività del regista e degli sceneggiatori e fornire al pubblico qualcosa di diverso di cui stupirsi.
Come detto, la trama di Parallel Tales si ispira al Decalogo di Krzysztof Kieślowski, con delle dovute modifiche e rendendolo, così, una trasposizione di gran pregio. Facile scrivere un bel film se ci si ispira a uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi. La vera vittoria è convincere lo spettatore nonostante le differenze. La storia vede inizialmente protagonista l’anziana, ma famosa e talentuosa scrittrice, Sylvie scrivere un romanzo ispirato ai suoi vicini di casa, che lei spia con un binocolo dalla finestra. Quando il suo aiutante, Adam, leggerà il manoscritto, farà suo il testo e tenterà di mettersi in contatto con i vicini, dando il via a una spirale di gelosia e ossessione. Ed è sull’ossessione che troviamo la chiave di volta di tutto il film.
L’ossessione

Il film ha tanti pregi, dalle interpretazioni incredibili di giganti del cinema francese come Isabelle Huppert e Vincent Cassel, a una regia sapiente che gioca con lo spettatore e crea frame che richiamano il voyeurismo, con inquadrature attente a spiare i personaggi. Dall’altro lato della strada o oltre la fessura di una porta accostata. Tuttavia ci sono due elementi che si fanno particolarmente notare durante la visione. Il più grande punto di forza e uno di debolezza.
Il grosso deficit del film risiede nella prima parte della storia, nella sua quasi interezza. Alcune dinamiche tra i personaggi convincono poco, tra Sylvie e la nipote in particolare e quest’ultima è relegata a mero personaggio funzione. In realtà nemmeno questo, poiché senza di lei, la trama procederebbe ugualmente, rendendola quasi totalmente inutile. Alcuni eventi non riescono a sbocciare e ci si ritrova davanti a una narrazione sconclusionata, nonostante sia funzionale al vero punto forte: la seconda parte della pellicola.
Sylvie è ossessionata dalla sua immaginazione, dalla vita delle altre persone, dei suoi vicini, da coloro che vivono davvero e di come lei non possa più farlo come un tempo. Ma quando il suo testo viene letto da Adam, si darà il via a una spirale di gelosia, di interesse macabro e di possesso che, come un contagio, infetterà le menti e l’immaginazione di tutte le persone interessate. La giovane ragazza dall’altra parte della strada, il suo collega più grande, il fratello di quest’ultimo. Persino la domestica non potrà fare altro che lasciarsi contagiare e abbandonarsi al sospetto. Ed ecco che l’intreccio diventa intricato e dà il via a una storia ben scritta, molto più di quanto ci si sarebbe aspettati inizialmente. Ecco che la prima parte della storia, quella più debole, inizia ad acquisire un senso e ci si rende conto che non può esserci l’una senza l’altra. Ci si rende conto che se Asghar Farhadi non avesse modificato il materiale di Krzysztof Kieślowski, ora probabilmente non ci troveremmo davanti a un film quasi perfetto.
