Peter Jackson è ricordato da tutti per essere il regista della trilogia più famosa del mondo, ma è stato anche quel regista sperimentale che, negli anni ’80, ha voluto dare un contributo personale al genere horror. Disegnatore dell’aldilà e creatore di mondi grotteschi, Jackson è uno di quei registi dotati di una fantasia illimitata di cui il cinema ha sempre bisogno. La sua terra natia è diventata una presenza costante in tutte le sue opere importanti, trasformandosi in un elemento riconoscibile e parte integrante del racconto. In occasione del suo sessantaquattresimo compleanno, vogliamo ripercorrere tutta la sua filmografia dal peggiore al migliore lungometraggio.
15. King Kong (2005)

Dopo la fama venuta con il fantomatico Il Signore degli Anelli, Jackson decide di dedicarsi al film che sogna di fare da bambino lasciando da parte il fantasy e accostandosi al monster movie, quello classico però. King Kong infatti è un remake dell’originale uscito nel 1933. Non si può non riconoscere la potenza degli effetti speciali. Anche qui, la motion capture, fa da protagonista centrale, con ancora una volta Andy Serkis ad interpretare il “mostro”. Il regista sceglie di dedicare ai dettagli una cura maniacale, a tratti eccessiva, prolungando la durata del film a tre ore. Una durata eccessiva per un film del genere, sbilanciandolo. Se il rapporto tra Ann e Kong è sincero e struggente, alimentato da un’idea di “mostro” che in realtà è solo incompreso e vittima degli uomini, il rapporto tra i personaggi secondari è l’elemento meno approfondito, molto spesso stereotipati. Non sarà il film peggiore del regista, ma forse quello che non lo rappresenta poi tanto.
14. Fuori di testa (1987)

Uno dei suoi lavori che ci catapultano nelle lande neozelandesi al meglio, dopo ovviamente la sua trilogia de Il Signore degli Anelli. Il primo lungometraggio del regista sembra, su tutti i fronti, un lavoro amatoriale, che si posiziona per temi e creatività nel genere horror comedy. Gli agenti segreti del Presidente, i The Boys, vengono chiamati per combattere i nemici che vogliono impadronirsi della Terra: gli alieni. All’inizio si confondono travestendosi da umani, poi lasciano spazio alla loro vera identità. Il low budget si fa sentire pesantemente e le maschere banali, usate per le facce da alieni, non ricordano neanche per un secondo l’extraterrestre che tutti conosciamo. La finzione scenica è onnipresente, non riuscendo quindi a farci empatizzare neanche per un secondo con la verità che il regista ci vuole narrare. Il patto tra regista e spettatore è rotto fin dall’inizio.
13. Forgotten Silver (1997)

Peter Jackson scopre nel baule di un’amica di famiglia, delle pellicole in 35 mm. Perle di un presunto regista neozelandese, chiamato Colin Mckenzie, pioniere del cinema che avrebbe influenzato i fratelli Lumière, Griffith ed Eisenstein. Sembra, a tutti gli effetti, una storia romantica per il cinema. Molti uomini del settore parlano di questo regista, di come abbia inventato tecniche innovative per creare movimenti di camera e scene emblematiche stilisticamente. Sarebbe una scoperta sensazionale se non fosse che è tutta una finzione. La versatilità di Jackson qui si realizza in un mockumentary confezionato ad hoc: tutto sembra reale, se non fosse per qualche incoerenza nel corso dei cinquanta minuti. Proprio come successe in Zelig di Allen, in Forgotten Silver tutto è costruito affinché possa sembrare autentico. Passando dalle pellicole invecchiate e graffiate, alle interviste con critici e studiosi. Jackson sorprende e comincia a dimostrare di non essere “quadrato”.
12. Splatters – Gli schizzacervelli (1992)

L’ammirazione per Sam Raimi è evidente in ogni frame di questo film che sembra esserne a tutti gli effetti un omaggio. I rimandi a Evil Dead sono ridondanti. Partendo dal protagonista un po’ impacciato che si trasforma nell’eroe, finendo con le scene orrorifiche nella casa con i “morti viventi”. Basandosi sul binomio horror/umorismo, che contraddistingue i suoi primi lavori, con Braindead Jackson si affida all’esoterismo, al mondo dei tarocchi e alle forze invisibili. Il male viene da un altro mondo che non possiamo vedere, o da un mondo lontano da noi – come si vede all’inizio del film. La tecnica dello stop motion non viene meno nemmeno in questo film diventato cult tra gli amanti del genere, soprattutto perché si affida all’horror per parlare di repressione, solitudine e inettitudine.
11. Meet the Fleebles (1989)

Rispetto ai Muppet che tutti amiamo, i Fleebles sono marionette surreali e scorrette che ci aprono un mondo, quello dello showbiz caratterizzato da un dietro le quinte abbastanza scabroso. Una parodia grottesca che fa un passo avanti rispetto al suo precedente Bad Taste. Continuando ad essere prodotto con un low budget, Meet the Fleebles si caratterizza per un umorismo nero, non più divertente e grossolano. Raimi qui non è una costante, perchè il suo secondo lungometraggio prende per mano altri maestri, come il più evidente Terry Gilliam. Il finale del film è ciò che rende questa pellicola una potente narrazione della falsità televisiva e dell’instabilità della fama. Vederlo nel duemilaventicinque ci fa venire alla mente anche l’irriverente e recentissimo The Substance che omaggia con un paio di scene – le più cruente – Meet the Fleebles.
10. Amabili Resti (2009)

Come in Heavenly Creatures era stato costruito un quarto mondo per distanziarsi dalla realtà crudele ed insoddisfacente, in the Lovely Bones il mondo intermedio è ciò che rende questo lungometraggio unico. Peter Jackson era alla ricerca di un progetto diverso dopo Il Signore degli Anelli. Ecco, quindi, che The Lovely Bones spiccherà come una piccola perla incompresa nella sua filmografia. Il binomio horror/comedy lascia spazio al thriller/fantasy, destreggiandosi con delicatezza in questa storia tutt’altro che leggera. Susie Salmon, interpretata da una giovanissima Saoirse Ronan, viene brutalmente uccisa e dopo la sua morte osserva i cari che cercano di affrontare il lutto. Più di tutto, a Susie, interessa che il suo assassino venga scoperto e punito. L’assassino, interpretato da un raggelante Stanley Tucci, non è il fulcro del film. Con la CGI che contraddistingue le non-presenze del mondo di Jackson, è il limbo ultraterreno ad ancorarci alla visione del film, così come Susie si ancora alla sua famiglia. Il contrasto tra momenti di profondo dramma (come quello dell’omicidio) e momenti magici caratterizzati dalla leggerezza che solo una bambina può immaginare, rende la visione del film inquietante e disturbante.
9. Creature del cielo (1994)

Jackson dirige la debuttante Kate Winslet al suo primo ruolo cinematografico importante. Una donna misteriosa, quanto intrigante, intersecata in un legame amicale morboso con l’introversa Pauline. Se all’inizio ci viene naturale un rimando all’Amica Geniale descritta dalla Ferrante a causa del loro legame stimolante culturalmente, successivamente il film volge a lidi più oscuri. Il mondo che il regista racconta è una sorta di Valhalla per gli artisti, un quarto mondo – come lo definiscono le due ragazze – popolato da cantanti e da creature inventate dalla loro penna. Jackson si appropria di una storia vera per parlare di malvagità, di desiderio represso e di fantasia, quella che contraddistingue il regista in ogni suo film.
8. Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (2014)

In quest’ultimo film sulle avventure tolkiane, si respira fortemente un parallelismo con Le Due Torri. Proprio come in quel film, anche qui la grande sequenza bellica assume un’importanza narrativa fondamentale: elfi, nani, orchi e altri esseri si scontrano in un conflitto. La scena è spettacolare, ma è anche carica di tensione emotiva, perché i contrasti, le alleanze e il sacrificio si intrecciano in modo molto simile a quanto visto precedentemente nella trilogia. Non è un caso che il finale chiuda il cerchio narrativo collegandosi direttamente con l’inizio del Signore degli Anelli. Bilbo torna alla Contea, cambiato radicalmente. Come Frodo muta attraverso il viaggio ne Il Signore degli Anelli, anche Bilbo da hobbit timoroso e legato al confort della Contea, diventa un eroe astuto, coraggioso e ansioso di nuove avventure.
7. Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato (2012)

Nel primo capitolo della trilogia prequel, Un viaggio inaspettato, Bilbo Beggins è molto diverso rispetto all’hobbit che abbiamo conosciuto ne Il Signore degli Anelli. Abitudinario, casalingo, amante della tranquillità, viene strappato dalla sua quotidianità e catapultato in un’avventura. Con sfumature più favolistiche, contraddistinte da umorismo e colori più saturi, Jackson attinge direttamente dallo spirito del libro che Tolkien aveva scritto pensando, al pubblico di riferimento i ragazzi. Deve a Il Signore degli Anelli solamente pochi elementi, molti dei quali vengono presi da altre opere di Tolkien, come Il Silmarillion o gli Annali della Terra di Mezzo. Scelta controversa per questo film fu l’utilizzo dei 48 fps, che se da un lato offriva immagine più fluide e dettagliate, dall’altro rendeva le scene fin troppo realistiche facendo quasi disperdere la magia.
6. Sospesi nel tempo (1996)

Prodotto da Robert Zemeckis, The Frighteners è pioneristico, accessibile al grande pubblico e satirico. C’è poco in questo film che non sia costruito in maniera egregia, partendo dalla CGI per la rappresentazione dei fantasmi. Infatti, gli effetti digitali furono affidati a Weta Digital, fondata da Jackson, che muove i primi passi prima di esplodere grazie al lavoro ne Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit. Gli attori non sono da meno. Al fianco dei fantasmi c’è il protagonista interpretato da Michael J. Fox in uno degli ultimi ruoli principali da protagonista in un film live-action prima del ritiro progressivo dal cinema a causa della sua malattia degenerativa. Ma è la satira al cinema “fantasmagorico” ciò che rende questo film una perla preziosa per cinefili. Prende in giro i cult movies Ghostbusters e Poltergeist, ricordando perfino, in una scena riconoscibile, l’amore che abbiamo osannato tanto in Ghost. Insomma, il ponte tra i morti e i vivi che è costruito nel film non è altro che un ponte di passaggio tra i lavori horror/comedy e la trilogia che renderà eterno Peter Jackson.
5. They Shall Not Grow Old – Per sempre giovani (2018)

Forse è il miglior documentario mai realizzato sulla Prima Guerra Mondiale. Per celebrare i 100 anni dalla fine del conflitto, Peter Jackson ha raccolto filmati d’archivio della BBC dell’Imperial War Museum. Ma dov’è la genialità? La prima scelta d’impatto è la voce narrante. La storia è raccontata esclusivamente dai soldati britannici estrapolate da interviste reali. Il tono così costruisce un filo intimo e diretto: noi li ascoltiamo con attenzione. Senza mediazioni, ascoltiamo ciò che hanno vissuto.
Ci sono i ricordi e il dolore, l’umanità è spezzata dalla guerra che qui non viene glorificata. La seconda innovazione, più sconvolgente, è il restauro delle pellicole, colorandole con precisione. Non stiamo vedendo un documentario, lo stiamo vivendo.
4. Lo Hobbit – La desolazione di Smaug (2013)

La desolazione di Smaug abbandona in parte i toni favolistici per ritornare ai toni tesi de Il Signore degli Anelli. Le minacce presentate diventano pericolose e anche l’atmosfera si fa più oscura. Il secondo capitolo de Lo Hobbit rimane il più riuscito della trilogia grazie all’introduzione drago Smaug, affascinante creatura interpretata da Benedict Cumberbatch. L’attore dà vita al drago prestando non solo la voce ma anche i movimenti tramite motion capture, proprio come fece Andy Serkis per il suo Gollum. Meno carismatico e introspettivo di Gollum, Smaug rimane un personaggio imponente grazie soprattutto all’abilità dell’attore. Tuttavia, troppe linee narrative, come le inutili sottotrame romantiche, sembrano voler imitare la brillante trilogia originale, ma fallendo miseramente.
3. Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello (2001)

Con La Compagnia dell’Anello, Peter Jackson dà il via a una delle epopee cinematografiche più ambiziose e amate di sempre. L’inizio del viaggio. La nascita della Compagnia segna l’unione di individui profondamente diversi accomunati da un unico scopo. Il mondo di Tolkien sospira tra le scene e la colonna sonora – composta da Howard Shore – studiata a pennello per dare il via al leggendario mondo della Terra di Mezzo. Il paesaggio neozelandese non è solo lo sfondo ma è un elemento narrativo importante. La casa di Peter Jackson diventa anche la nostra. Frodo ci viene presentato come un giovane hobbit che ha un unico destino: distruggere l’anello, distruggere la malvagità. Così, nel primo capitolo della saga, Frodo si accinge ad uscire dalla propria casa per andare verso un mondo ignoto. Jackson dirige con intimità e attenzione, costruendo i sentimenti adatti ad un coming of age.
2. Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re (2003)

La conclusione della guerra. La conclusione del viaggio. La morale ultima. Il terzo e ultimo capitolo della trilogia dà il finale perfetto all’avventura – sfaccettata da guerra e tragedia – in maniera malinconica. Parlando di Frodo, che all’inizio del suo viaggio era investito di una speranza lucente, a lungo andare la sua figura si intinge di paura diventando titubante. Un hobbit che si rivela perfettamente umano; è un uomo come tutti gli altri. Il viaggio senza Sam e la sua Compagnia, però, sarebbe stato inutile, debole. Nessuno si salva da solo. Alla fine, Tolkien stesso non voleva scrivere una fiaba e così Jackson gli restituisce il giusto significato. La guerra ci fa perdere sempre qualcosa, ci cambia – come Frodo che ormai vive con un trauma interiore. C’è sempre qualcosa con cui fare i conti. È solo in questo film che Frodo viene visto per quello che è realmente, non un salvatore, ma un martire.
1. Il Signore degli Anelli – Le due torri (2002)

La battaglia al fosso di Helm è la sequenza bellica che tutti ricordiamo quando pensiamo alla trilogia dell’Anello. È una scena epica, claustrofobica, disperata. La potenza cinematografica arriva d’impatto; il fiato è corto fino all’ultimo secondo. Fino a quando Gandalf non appare all’alba, simbolo di una speranza, tardiva ma comunque lucente. Ma non è per questo che Le due torri è il miglior capitolo della saga. Nel secondo film, Gollum ci viene presentato in tutta la sua prestanza: la motion capture rivoluziona il cinema. Andy Serkis si presta a dare voce e movimenti alla figura tragica di Gollum/Sméagol, e per noi rimane il personaggio indimenticabile di tutta la saga. Non è un effetto speciale: è una rivoluzione nella recitazione cinematografica. Accanto a questo antieroe, abbiamo Éowyn, uno dei personaggi femminili più forti. Sarà proprio lei, che diventerà, alla fine, uno dei più moralmente importanti dell’intera saga.



