La musica è probabilmente l’arte più popolare al mondo. Più diretta e più emozionale perfino del cinema, questa forma di comunicazione trascende, più di tutte le altre, la logica e la razionalità, guidando verso emozioni stratificate, pure e continuamente cangianti. Una forza espressiva in grado di scuotere il mondo in pochi minuti e che Jeff Buckley, un grandioso cantautore americano, conosceva bene.
It’s Never Over, Jeff Buckley di Amy J. Berg si presenta come una dissezione multimediale del lavoro e della vita di Buckley. In un arco narrativo che va dalla sua infanzia fino all’età adulta, il film ripercorre, attraverso interviste e materiale d’archivio (in parte inedito), la crescita di un interprete chiave degli anni ’90 e di quella generazione che, ben presto, avrebbe dovuto fare i conti con la propria sofferenza.
Mojo Pin

“I’m lying in my bed, the blanket is warm / This body will never be safe from harm/ Still feel your hair, black ribbons of coal / Touch my skin to keep me whole”. Così cantava Jeff Buckley nella prima strofa di Mojo Pin, il brano di apertura di Grace (1994), uno degli album più influenti e sorprendenti di quell’annata. Il brano, che chiude la prima parte del documentario, ci catapulta subito nell’animo “incompleto” del suo protagonista. Una definizione piuttosto azzeccata per quanto abbiamo modo di sentire dalla voce di Buckley e di vedere dall’indagine di Berg. Nella vita di Buckley “qualcosa” è mancato.
Berg realizza un documentario piuttosto classico (anche se con qualche punta di originalità), nella ricerca di questa mancanza. Si inizia con una serie di interviste ad amici, familiari e artisti che hanno incrociato il cammino di Buckley, per rivelare alcune cicatrici del passato. L’assenza del padre e la vita modesta trascorsa con la madre hanno generato nel cantante americano importanti interrogativi. Domande che non possono però trovare una risposta e che finiscono per rifugiarsi in qualcos’altro: la musica.
L’arte canora diventa subito uno sfogo per il giovanissimo cantautore, accompagnandolo nella sua crescita fisica e spirituale. In particolare, nel documentario vi è una frase di Buckley che viene ripetuta costantemente: “La musica è mio padre, la musica è mia madre”. Non appare allora sorprendente vedere come Buckley abbia tramutato tutti quei sentimenti complessi di un’adolescenza tormentata nella sua musica, nella speranza di produrre un surrogato della perdita genitoriale.
Grace

“Long enough for the clouds to fly me away / Well it’s my time coming, I’m not afraid, afraid to die”. Così continua Grace, forse il brano più conosciuto di Buckley e quello che dà il titolo all’intero album. A detta di Buckley, questo brano e l’intero album sono serviti a rapportarsi con la morte. Una sorta di preghiera all’oblio perpetuo che l’avrebbe inghiottito pochi anni dopo.
Con Grace il lavoro della Berg si fa sempre più stringente, andando a focalizzarsi sull’entrata di Buckley nel mondo degli adulti e della musica. Alle soglie di Grace, il documentario lascia spazio a tutto quel materiale d’archivio che ci racconta un Buckley al naturale, lontano dai riflettori e, stranamente, ancora a suo agio. Vediamo il timido inizio in un bar di New York, la scoperta e il primo pubblico. Un pubblico lontano dal viralismo moderno, attratto esclusivamente dalla melodiosa voce di Buckley.
Una voce angelica che porta Buckley a coronare il suo sogno, raggiungendo il pantheon dei grandi e realizzando la sua aspirazione di cantautore. Una sorta di rivincita per il vuoto cosmico del padre e di un’adolescenza non troppo felice. Ed è proprio con il successo di Grace che viene fuori Buckley come simbolo generazionale. La fragilità di una vita sensibile e incompresa. Dal bullismo scolastico fino al terrore delle major, Jeff Buckley ha vissuto con tenerezza un mondo troppo oppressivo per un’anima tanto umana.
Jeff era il tecnico delle chitarre di Glen Hansard quando i Commitments erano in tournée negli Stati Uniti per promuovere il film.
So Real

“I couldn’t awake from the nightmare that sucked me in and pulled me under/ Pulled me under, oh”. Così si confessa Jeff Buckley in So Real, un brano estremamente toccante in cui quella vena tragica può finalmente esplodere. La parola chiave è allora “anticonformismo”. Probabilmente, tutto il pubblico che ha amato Buckley lo ha amato proprio per questo. Non aveva un codice sicuro, un’etichetta precisa in cui incastrarsi. C’era solo la voce di un’anima che aveva qualcosa da dire.
Una voce che è servita a Buckley a fare i conti con la realtà, anzi a presentarsi al mondo. Per riuscire a raccontare davvero chi fosse, sfidando le cieche direttive delle etichette discografiche dell’epoca e prendendosi il suo tempo. Un tempo di tre anni post-Grace, post-successo. Quel tempo di cui parlava Kurt Cobain quando si è spinto troppo nel fondo della sua oscurità, fino ad affondare. Ed è questa l’ultima parte, la più dolorosa, del documentario e della vita di Buckley.
Le interviste diventano pesanti, le parole inutili. Gli abilissimi inserti di motion graphics e il ricorso al lyric video trasportano lo spettatore nella zona più oscura di Buckley, fatta di depressione, ansia e terrore per un mondo che non era pronto ad accettare il suo ritmo, il suo tono, il suo tempo e nemmeno il nostro. Questo scontro impari, combattuto con una voce eterea e testi così puri, è finito inevitabilmente con la perdita di Buckley e di una bontà così tanto necessaria a questo mondo.
The Sky is a Landfill

Jeff Buckley ci ha lasciato con un solo album in vita, eppure il suo lascito è immenso. In un mondo che pensa sempre e solo alla quantità e alla produzione, Jeff è stato un raro esempio di come funziona un artista nella sua umana dimensione. Ci sono voluti 27 anni per fare Grace. 27 anni di vita tra dolori, gioie e rimpianti in cui Buckley si è guardato dentro per liberare, attraverso una linea vocale sottile, quel male che ha continuato a consumarlo fino alla fine.
Amy J. Berg realizza un documentario importante su un punto fermo della storia musicale dell’umanità e, soprattutto, su uno degli spiriti più brillanti e sensibili della sua generazione. Uno spirito che imprime su ogni fotogramma, video e immagine una forza impossibile da emulare. Non esisterà un’altra persona al mondo come Jeff Buckley ma, si spera, ne nasceranno altrettante con una sensibilità simile.



