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Nietzsche avrebbe amato i film di Paul Thomas Anderson, intravedendo nei suoi personaggi degli esseri in transizione: bloccati a metà del guado, non più Scimmie ma non ancora Superuomini. Hanno percorso la strada che va dal verme all’uomo, ma molto c’è ancora in loro del Verme: istinti, vergogna, pulsioni, fallimenti. Tutto ciò che va superato per raggiungere l’Oltreuomo. Ed è proprio in questa incompletezza radicale, in questa lotta tra istinto e redenzione, che il cinema di Anderson trova la sua vera epica. Un’elegia tragica, fatta di inciampi, di tentativi, di desideri destinati a restare irrisolti.

Cineasta autodidatta, californiano, capace di addentrarsi nei meandri più oscuri dell’animo umano, Anderson ha regalato al cinema contemporaneo alcune delle opere più potenti degli ultimi trent’anni. Ma accanto alla furia di Magnolia, Il petroliere, The Master o Il filo nascosto, esiste un Anderson più intimo e sommesso, che si rivela nei suoi titoli meno celebrati: Hard Eight, Boogie Nights, Punch-Drunk Love, Inherent Vice, e Licorice Pizza. Cinque storie d’amore goffo, occasioni mancate, legami imprevedibili. Tre piccole ballate americane dove gli ultimi entrano finalmente nell’inquadratura e, per un attimo, sembrano destinati alla grandezza.

1. Hard Eight (1996)

Philip Seymour Hoffman in Sydney, il primo film di Paul Thomas Anderson
Sidney – Hard Eight fonte: Istituto Luce/SACIS

Ci sono esordi che riescono a mostrare tutte le domande che un autore diramerà nel corso della sua intera filmografia. Hard Eight è uno di questi. È il primo sussurro di un regista che ha scelto di raccontare i legami silenziosi, gli affetti in ritardo, le colpe che diventano carezze. Niente urla, niente declamazioni: solo uno spazio condiviso da anime stanche che si riconoscono.

La macchina da presa aderisce ai personaggi con pudore, senza mai distaccarsi. Il film vibra di una tenerezza sommessa e getta le basi per un’idea di cinema umanista e artigianale. Un noir che si fa intimo, quasi minimale, costruito su sguardi, silenzi e interni spogli. Sydney – il titolo originale – è un anziano giocatore d’azzardo che prende sotto la sua ala un ragazzo sbandato. Tra casinò di bassa lega, motel deserti e dialoghi spezzati, nasce un legame che ha il peso di una paternità mai detta. Una storia di perdono, protezione, sopravvivenza.

Girato in 35mm, lontano da ogni estetica patinata, Hard Eight è una dichiarazione d’intenti. Un esordio che non cerca l’effetto, ma lavora a bassa intensità, come una brace che arde senza fare fumo. E come ogni prima volta, resta addosso a lungo – anche se il mondo sembra averlo dimenticato.

2. Boogie Nights (1997)

Boogie Nights cast
I personaggi di Boogie Nights – ©New Line Cinema

A soli ventisette anni, Anderson è già al secondo lungometraggio da sceneggiatore e regista e smonta il mito patinato del sogno americano e lo spinge giù dal palcoscenico, scegliendo di raccontare non Hollywood, ma l’altra Hollywood: quella del porno, della provincia californiana, delle illusioni low cost. Boogie Nights è una parabola amara e febbrile, dove l’ascesa del giovane Eddie Adams, alias Dirk Diggler, coincide con la sua disintegrazione, tra eccessi, fragilità e autocompiacimento.

Ispirato alla figura di John Holmes, Anderson costruisce un racconto corale, vitale e tragico, dove una moltitudine di personaggi si muove in cerca di uno spazio, di una famiglia, di un’identità. Tutti sembrano animati da un’ingenuità quasi anarcoide, ma uniti da un vuoto interiore che nessuna scena riuscirà mai a colmare.

Più che l’ascesa di un attore, Boogie Nights è il ritratto di un’epoca che credeva di essere libera e invece si stava lentamente consumando. La regia è mobile e pulsante, capace di trasformare ogni scena in un flusso continuo di corpi, luci e tensioni sotterranee. Anderson filma senza compiacimento né moralismo, con uno sguardo empatico e disilluso, restituendo dignità anche a chi si muove ai margini.

3. Punch-Drunk Love (2002)

Adam Sandler scena budino Ubriaco d'amore
Adam Sandler punch-drunk-love fonte:Sony Pictures Entertainment

Dopo Boogie Nights e Magnolia, ci si aspettava un kolossal emotivo. Anderson sorprende tutti scegliendo invece il viottolo dell’assurdo, dell’isteria colorata, della favola sghemba. Punch-Drunk Love è un film strambo, romantico, nervoso. Scivola tra la Los Angeles degli uffici spenti e le Hawaii dei cieli aperti, alternando ombre e luce come in un montaggio interiore.

Dichiarazione

“Oh mio dio questo è fottutamente migliore di me. Non voglio fare un film con lui. Glielo rovino sicuro cazzo!” – Adam Sandler

Adam Sandler – qui nella sua performance più toccante, insieme a Reign Over Me – dà corpo a Barry Egan, un uomo fragile, ansioso, chiuso nel blu delle sue stanze e del suo abito, finché l’arrivo improvviso di un harmonium non spalanca un’altra dimensione. Il film si tinge di colori primari, lampi rossi e blu, musica sincopata, esplosioni emotive. È jazz e pop, astratto e tangibile, claustrofobico e lieve.

Lo Sapevi?

“business is very food” invece di “good” – questo era in realtà un errore di battitura nella sceneggiatura di Paul Thomas Anderson che ha deciso di mantenere.

Anderson costruisce un mondo cromatico e sonoro dove l’amore non guarisce, ma accoglie. Dove la rabbia diventa gesto d’amore, e la follia si fonde con la speranza. È il suo film più breve, ma forse anche il più viscerale.

4. Vizio di forma (2014)

Vizio-di-Forma scena bar Joaquin Phoenix - Benicio Del Toro
Vizio di forma fonte:Warner Bros. Entertainment Italia

La prima sceneggiatura non originale di Anderson – nonché primo adattamento da un romanzo di Thomas Pynchon – è anche il suo film più elusivo. Vizio di forma è un noir psichedelico immerso nella California di fine anni ’60, dove il passato recente sfuma in allucinazione. Doc Sportello, investigatore hippie e spaesato, si muove tra sparizioni, culti e intrighi immobiliari, in una Los Angeles che sembra ripetersi all’infinito.

Il caos, nei film di Anderson, è sempre stato un bagliore nella realtà: l’harmonium in Punch-Drunk Love, la pioggia di rane in Magnolia. Ma in Inherent Vice il caos non interrompe più l’ordine – lo sostituisce. La confusione diventa struttura, la trama si perde per trovare senso nell’atmosfera. La narrazione avanza per suggestioni, raccontate al montaggio attraverso dissolvenze incrociate.

Anderson costruisce una sospensione elettrica, un limbo percettivo dove il caso non spiega, la memoria inganna, il sogno restituisce solo tracce. Chi indaga è anche chi si perde, e il mistero più grande non riguarda un crimine, ma un’identità: la nostra, e quella di un’America che ha idealizzato il proprio passato e ora lo rivive con malinconia. Vizio di forma è il lato sfocato del sogno americano, e forse il film in cui Anderson si avvicina di più alla dissoluzione del reale – e della narrazione – come unica via per raccontare un mondo che ha smesso di capirsi.

5. Licorice Pizza (2021)

Licorice Pizza
I due protagonisti in fuga in Licorice Pizza – ©BRON Studios, Ghoulardi Film Company

“Is there life on Mars?”, cantava David Bowie. Anderson sembra rispondere usandola come colonna sonora, portandoci proprio lì, su un pianeta che somiglia al passato e al tempo sospeso dell’adolescenza. Licorice Pizza è una corsa a perdifiato tra un’occasione e l’altra, tra un errore e un bacio mancato.

Gary e Alana si rincorrono per tutta la San Fernando Valley degli anni ’70, cercando qualcosa di invisibile e impossibile. Ma il film, in fondo, non riguarda loro. Riguarda quel momento della vita in cui pensi che tutto stia per cominciare – e in un certo senso hai ogni ragione di crederci.

Lo Sapevi?

Gary in Licorice Pizza è interpretato da Cooper Hoffman, figlio di Philip Seymour Hoffman, attore simbolo del cinema di Paul Thomas Anderson, scomparso prematuramente all’età di 46 anni.

Il tempo in Licorice Pizza non è lineare: è fatto di ritorni, controtempi e istanti che si accavallano. È un coming-of-age in cui nessuno cresce davvero, intrappolato nella purezza di un’adolescenza che sembra non voler finire mai – e proprio per questo resta impresso. Anderson dirige con grazia e ironia, come se stesse sfogliando un album di ricordi condivisi. Tutto scorre, tutto luccica, tutto ferisce dolcemente.

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Nicola Bartucca (Latina, 19 agosto 1996), graphic designer e copywriter nel settore pubblicitario, affianca da sempre al lavoro creativo una profonda passione per il cinema e la narrativa, in tutte le loro forme e declinazioni. Ha frequentato la Molly Bloom Academy di Roma e collabora con Schermi Magazine e ScreenWorld, occupandosi di cinema e cultura pop. "A occhi aperti" è il suo esordio letterario, una raccolta di racconti ambientati negli Stati Uniti, in uscita a marzo 2026 con Edizioni La Serra.