Ciò che ha sempre interessato Clint Eastwood è raccontare storie che decostruiscono il mito americano. I tempi sono cambiati, l’America ha delle fratture profonde e insanabili. Come Philip Roth, uno dei massimi narratori americani, ha scritto di un’America oscura e disillusa, così Eastwood ha diretto l’altra faccia degli Stati Uniti. Essi non sono più asserviti all’American Dream, non c’è più idealizzazione: tragedia, giustizia infranta e accoglienza del diverso divengono i temi di un’America nuova senza maschere.
Eastwood si afferma come il regista che meglio, rispetto a tanti altri, ha saputo raccontare la propria patria per ciò che è realmente ovvero senza abbellimenti né fronzoli. La dura realtà di un Paese in continua conversazione con il proprio passato ma che guarda al futuro. Il cowboy di una volta che continua a dialogare con il sé di ieri, ha scoperto, attraverso la regia, una nuova parte di sé stesso. Ha sperimentato nuovi generi e nuovi temi che destrutturano l’idea stessa di America, la quale, resta il suo posto preferito nel mondo. Secondo noi, questi sono i dieci film migliori di Eastwood per capire la sua regia.
1. Flags of our fathers (2006)

Sei soldati americani issano la bandiera sul monte Suribachi, durante la guerra di Iwo Jima. Quel momento viene impresso per sempre in una della foto più iconiche della storia americana. Ma qual è la verità nascosta dietro quell’immagine? Clint Eastwood racconta una guerra diversa: quella delle icone, delle immagini, che finisce per contare più della guerra reale combattuta dai soldati. Soldati che devono fare i conti con i traumi, la perdita e una fama non voluta, costruita su una foto che non rappresenta ciò che hanno vissuto davvero.
Eastwood utilizza la macchina da presa a spalla nelle scene belliche per creare un effetto realistico. A ciò si accompagna una fotografia desaturata, sbiadita, per creare il senso doloroso del ricordo della guerra. In contrasto, le scene ambientate negli USA, durante il tour promozionale, sono caratterizzate da colori caldi, vividi, che richiamano l’artificiosità dell’evento. Pochi sono i ciak che aiutano la messa in scena a mantenere alta la tensione emotiva. L’immagine è stata davvero spontanea o è solo frutto di una propaganda irrealistica? I soldati, spezzati, non si riconoscono nemmeno in quella fotografia: la guerra ha eliminato ogni certezza, e con essa anche l’identità.
2. I Ponti di Madison County (1995)

Uno dei film più atipici e toccanti di Clint Eastwood. Un regista che dopo aver sperimentato generi diversi, si interfaccia al dramma romantico non scordando la sua regia lineare. I movimenti di macchina sono minimi, enfatizzando il dettaglio. Tra tutti, uno dei più ricorrenti e ridondanti, è il gesto delle mani che si sfiorano. Indimenticabile è l’inquadratura in primo piano delle nocche bianche di Francesca che stringono la portiera della macchina.
Diverso da tutti gli altri film nella sua carriera da regista, Eastwood decide di dedicarsi a una storia d’amore malinconica e sospesa nel tempo, quella tra Francesca, una casalinga emigrata in America, e Robert, un fotografo del National Geographic. Tutto prende avvio dopo la morte di Francesca, dalla lettura dei suoi diari da parte dei figli ormai adulti. Attraverso le sue parole si apre il mondo del ricordo e dei flashback che costituiscono la storia principale del film. A differenza di tutte le altre pellicole nella sua filmografia, la luce naturale domina la scena. I colori caldi della campagna e i silenzi parlanti tra i due protagonisti costituiscono l’ambiente giusto per riflettere il sentimento nascente tra i due. Un amore delicato nato nella rinuncia.
3. American Sniper (2014)

Nel corso della sua carriera da regista, Clint Eastwood si è spesso dedicato anche alle biografie di figure emblematiche dell’America contemporanea. In Sully e Richard Jewell regna il sospetto e la contrapposizione tra eroe ed antieroe, in J. Edgar e Invictus si contrappongono due modi diversi di utilizzare il potere, ma è in American Sniper che il regista narra al meglio una vita che vale la pena di essere raccontata.
Seppur romanzata, Eastwood dirige la biografia di Chris Kyle, considerato il cecchino più letale della storia militare americana. Non cade mai nella retorica cercando di mettere in scena la guerra nuda e cruda, eliminando il romanticismo dalla sua idealizzazione e dal patriottismo. Il film, esente da musica glorificante, non lascia traccia di eroismo. Il protagonista è umano e non è tratteggiato come un uomo leggendario. Chris è un uomo segnato, distrutto, in bilico tra la guerra e la sua quotidianità. I continui ritorni al passato, che inglobano momenti del presente, sono fondamentali per creare nello spettatore la confusione condivisa col protagonista. Eastwood con ogni inquadratura asciutta e funzionale, vuole dare voce allo sguardo, non solo confuso e spezzato, di un soldato senza gloria.
4. Gli Spietati (1992)

Clint Eastwood è nato come icona americana dei western all’italiana e così è rimasto intrappolato per troppo tempo in una gabbia dorata. Quando finalmente decise di passare alla regia, non poteva però non dare l’ultimo saluto al genere che lo aveva lanciato. Il suo saluto al western avviene attraverso il film Gli Spietati che rappresenta una decostruzione del genere stesso. Gli ambienti sono polverosi e illuminati solo da luce naturale, una scelta estetica che rende oscura ogni scena. I primi piani sono riservati esclusivamente a dettagli che assumono così di significato.
Gli Spietati reintroduce l’ex pistolero William Munny alla violenza. Il protagonista, ritiratosi a vita privata dopo la morte della moglie, viene disturbato nella quiete della sua casa per uccidere due cowboy che hanno sfregiato una prostituta. Munny aveva giurato di lasciarsi alle spalle la sua vecchia identità da vendicatore ma, proprio come Clint Eastwood, torna un’ultima volta sul terreno a lui familiare, per rivivere quel passato che lo aveva definito. Gli Spietati racconta l’ultima risalita di Munny attraverso pochi gesti essenziali. Diventando un mito di altri tempi, esattamente come Clint Eastwood, da quel momento in poi inizia ad essere qualcos’altro: non più l’icona western, ma uno dei migliori registi americani contemporanei.
5. Mystic River (2003)

Mystic River rappresenta il primo grande testimone della maturità registica di Clint Eastwood che, pur prediligendo la messa in scena statica, evidenzia momenti etici essenziali attraverso movimenti di macchina tutt’altro che banali. La macchina da presa non si avvicina ai personaggi ma anzi se ne allontana, sottolineando una distanza non solo fisica. I tre protagonisti Dave, Jimmy e Sean sono bambini all’inizio della loro amicizia ma un evento traumatico travolgerà il gruppo segnando le vite di ognuno irreparabilmente. Il salto temporale ci presenta una nuova tragedia che si abbatte ancora una volta sui tre ragazzi anche se in questo caso sarà Dave ad essere l’escluso. Escluso dal gruppo amicale ma escluso anche, registicamente parlando, attraverso un controcampo usato continuamente per tutto il film.
Eastwood racconta spesso l’America dell’inclusione nella quale l’adozione del diverso è il principio fondamentale della nuova America. In Mystic River, invece, l’America è portatrice di emarginazione, di allontanamento del diverso. Eastwood continua ad affermarsi narratore di entrambe le facce dell’America.
6. Million Dollar Baby (2004)

Il senso di colpa persistente in un uomo che non riesce ad espiare le sue colpe ingloba tutti i personaggi e ambienti del film. Frankie Dunn è un burbero e solitario ex allenatore di boxe che accetta, anche se all’inizio riluttante, di allenare Maggie, una cameriera trentenne che sogna di diventare una pugile professionista.
Il voice over è onnipresente per raccontare la parabola di una Cenerentola grottesca, il cui sogno è il suo nome urlato dai fan in un’arena. Frankie fa di tutto per aiutarla a realizzare il suo sogno, ma il buio che Clint Eastwood inserisce in ogni scena, al chiuso o all’aperto che sia, fa sospettare allo spettatore che l’ambiguità dell’allenatore e il suo senso di colpa, possano influenzare la vita di Maggie. Il suo senso di colpa è continuamente evocato anche se non dichiarato con chiarezza, sappiamo che è legato al suo passato e che ne determina ogni sua scelta. Con il passare del tempo, i sensi di colpa si raddoppiano così come si moltiplicano le ombre.
7. Gran Torino (2008)

Complementare a Mystic River, Gran Torino vuole raccontare un’altra versione dell’esclusione. Dal punto di vista registico, l’elemento che collega i due film è il crane shot ascendente, usato in due scene emblematiche se non addirittura ascetiche. In Mystic River la macchina da presa si solleva all’inizio del film per riprendere Jimmy straziato dal dolore, in Gran Torino lo stesso movimento di macchina viene utilizzato per riprendere lo stesso Eastwood in una delle scene più potenti del suo immaginario simbolico. In questi due film, il crane shot è come se fosse un Deus ex machina.
Gran Torino racconta emblematicamente l’America rassegnata a un mondo nuovo, disillusa, che non rispecchia più i principi originali: la patria, l’onore e il senso di appartenenza. Walt incarna questa nostalgia fino a quando non incontra Thao. In quel momento impariamo a conoscere un’altra sfumatura americana che molto spesso dimentichiamo, quella dell’adozione, dello scambio tra generazioni e culture diverse. Walt diventa la figura paterna di cui Thao ha bisogno insegnandogli come diventare un uomo americano.
8. Un mondo perfetto (1993)

Così come in Gran Torino e in Million Dollar Baby, anche in Un mondo perfetto Clint Eastwood costruisce un legame padre – figlio. Due detenuti evadono da un carcere del Texas e, durante la loro fuga, si trovano costretti a prendere in ostaggio un bambino di otto anni, Philip. Butch si sbarazza del complice troppo violento e, da quel momento, il film si trasforma in un road movie che costruisce e poi intensifica il rapporto tra il detenuto e il bambino. Eastwood fa crescere il loro legame attraverso tutto il film con gesti e sguardi condivisi.
Emblematica è la scena finale che riprende, in modo circolare, ciò che era stato introdotto all’inizio del film. Infatti, gli ultimi venti minuti costituiscono una macro-sequenza che vale la pena di vedere almeno una volta nella vita per abbandonarsi a una lezione di regia. Anche in questo film le riprese in primo piano delle mani intrecciate del “padre” e del “figlio”, sono importanti per dimostrare l’affetto tra i due.
9. Il corriere – The Mule (2018)

Il montaggio alternato è il cuore pulsante di The Mule. Eastwood tende a scomparire dietro la macchina da presa, per non imporre la sua visione, ma lasciando che siano la storia e i personaggi a parlare con naturalezza. Nel film, il montaggio alternato viene introdotto sin dall’inizio, quando assistiamo al matrimonio della figlia di Earl. Scena carica di frustrazione e disperazione per la mancata presenza di quest’ultimo, alternata alla fiera dei fiori dove Earl sta partecipando con leggerezza, incurante del dramma familiare in corso. Ma ecco che subito dopo il protagonista si evolve. Earl, da personaggio superficiale, diventa capace di qualsiasi cosa per aiutare chi ama.
L’escamotage funzionale per dare l’avvio a questo mutamento alleggerisce il carico emotivo di The Mule. L’ironia è onnipresente e si lega, giocando, con il significato di ambiguità morale. Sapevi che il film è stato ispirato da una storia vera?
10. Giurato numero 2 (2024)

Un film claustrofobico nel quale conosciamo fin dall’inizio il colpevole. Il giurato si trasforma in condannato. Un segreto da mantenere e un senso di colpa che entra in conflitto con il senso di giustizia. L’ultimo film di Clint Eastwood è forse il più tecnicamente elaborato e puntuale tra quelli recenti: ogni inquadratura è simbolica. Su tutte, il continuo indugiare sulla dea bendata, che richiama la cecità morale dei giurati che devono scegliere la sorte di un mal capitato. La macchina da presa non toglie il respiro ma lo intensifica e lentamente si sofferma sugli spazi chiusi – ad esempio nella stanza dei giurati – cogliendo le ombre e gli sguardi frenetici del protagonista durante i flashback della notte incriminata.
Una lentezza narrativa dovuta alla ricerca della verità, il soffermarsi su ogni minimo dettaglio per scovare il cavillo giudiziario corretto per ottenere la giustizia. Ma Eastwood ci prepara da anni a questa consapevolezza. Ogni film da noi elencato in questa lista ci prepara a un’amara consapevolezza: la giustizia è personale.



