Sei un uomo, nel pieno dell’età adulta e con abbastanza lucidità per voltarti indietro e provare a giudicare, analizzare, perfino comprendere tutto ciò che ti ha lasciato il rapporto con tuo padre. Gli insegnamenti, le parole, i consigli che solo lui ti poteva dare. Talvolta, però, c’è anche la consapevolezza di eventuali mancanze e incomprensioni che dobbiamo affrontare.
Il rapporto padre-figlio viene spesso trattato sul grande schermo, portando in scena tutta la complessità di questo lato della genitorialità. Tra i molti esempi che il cinema ha da offrire, due storie recenti sembrano specchiarsi e dialogare tra loro: Kodachrome (2017) e l’attualissimo Springsteen: Deliver Me From Nowhere (2025). Due visioni opposte per come vengono affrontati e per il ruolo giocato dall’arte: barriera in un caso e apertura alla guarigione nell’altro.
Kodachrome: un road movie alla ricerca del perdono

Sei un dirigente di una casa discografica, stai vivendo un momento delicato: il lavoro e molte certezze stanno vacillando. Poi la notizia che mette tutto in secondo piano: tuo padre, un famoso fotografo, è malato terminale. La fotografia era la sua passione, forse quasi ossessione, e a pagarne il prezzo sei stato tu. Un padre, rimasto sempre nella camera oscura della tua vita, torna a chiederti un ultimo favore: accompagnarlo in un ultimo viaggio per sviluppare il suo ultimo rullino Kodachrome.
Il film di Mark Raso sceglie i binari di un road movie per portare alla luce un confronto generazionale dopo anni di buio. Alla base una domanda: dopo una vita di noncuranza, rimpianti e sensi di colpa, si può essere in tempo per chiedere perdono? Benjamin Asher Rider (Ed Harris) compie in modo incerto questo passo verso il figlio, Matt (Jason Sudeikis), il quale, invece, appare deciso a non voler rispondere a questa chiamata del passato.
La fotografia: finestra e barriera

Tutti gli anni in cui Matt, come figlio, ha dovuto sopportare il macigno dell’indifferenza e l’apatia del padre, tornano a bussare alla porta. E qui il film spiega questa dinamica con grande lucidità: un padre ormai anziano, assistito dalla giovane Zooey (Elizabeth Olsen), cerca di colmare quel vuoto porgendo timidamente la mano al figlio. Quest’ultimo, però, è incapace di dimenticare: ogni gesto del padre è comunque gravato da decenni di ritardo. Decide, poi, di fare quel viaggio, sì, ma è ancora ben visibile ai suoi occhi l’enorme muro che lo divideva dal padre: la fotografia. Per Benjamin, infatti, la fotografia è sempre stata una finestra sul mondo e al tempo stesso un rifugio dal proprio mondo.
Dietro a un obiettivo sembrava trovare autenticità, genuinità, persino un sorriso, come quando fotografa una bambina che si affaccia da un camper: tutto questo spariva dietro a una cupa visione della realtà (“La felicità è una puttanata”). L’arte, in questo caso, si dimostra essere un’arma a doppio taglio: strumento di fuga e libertà ma anche una vera barriera invalicabile. Solo in quest’ultimo viaggio torna ad essere ponte per ritrovare il contatto con Matt, per troppo tempo dimenticato.
Springsteen: Deliver Me From Nowhere e i contrasti di una rockstar

Se in Kodachrome l’arte diventa un muro da abbattere, diverso è il ruolo che gioca in Springsteen: Deliver Me From Nowhere (2025). La rockstar, Bruce Springsteen, si è appena messo alle spalle un tour di successo, The River. All’orizzonte lo attende la definitiva esplosione, fatta di hit e riconoscimenti. Ma l’ombra del passato è ormai impossibile da ignorare. L’artista decide quindi di accantonare quel successo musicale, ma non la musica. Mette in pausa il progetto Born in the U.S.A. per dare vita a Nebraska. Ora l’arte non è più un rifugio per osservare il mondo esterno: diventa uno strumento per costruire ponti con il mondo interiore.
Springsteen trova nella solitudine della sua camera da letto un rifugio per scavare dentro sé stesso, sporgendosi verso la guarigione. Non scappa più dai fantasmi del passato: li affronta, li accoglie e li incide in quell’album, racchiuso in una cassetta senza custodia. In essa disegna tutti quei sensi di colpa, immedesimandosi nelle vite di uomini colpevoli di errori indicibili.
La musica: un ponte tra sensi di colpa e redenzione

Scott Cooper, con quest’opera, costruisce la perfetta raffigurazione della guarigione. Una guarigione che graffia lo spirito con la stessa forza con cui le imperfezioni e l’eco del passato attraversano le tracce di Nebraska. Springsteen trova in esse l’occasione di fare i conti con suo padre: un uomo distante, burbero, troppo occupato a combattere le sue battaglie. L’ombra di quel genitore ostacola ormai ogni luce interiore del Boss. Cooper traduce visivamente questa ferita con grande precisione: mentre Bruce incide quell’album/confessione, le stanze di casa sua sembrano illuminate dalla sola luce esterna, mentre gli interni restano spesso nella penombra.
Una dicotomia che sembra voler rispecchiare tutti i contrasti interni del Boss. Il fragore del successo, dei concerti, a cui fa da contraltare quel silenzio che “può fare rumore”. I colori del presente offuscati dal bianco e nero di un’infanzia che torna a farsi sentire. Qui, la musica, l’arte, torna a essere il linguaggio del perdono.
L’arte come ponte tra padri e figli

Mark Raso e Scott Cooper costruiscono un dialogo, a distanza di otto anni, sul perdono tra padri assenti e figli feriti. Entrambi ne delineano una mappa emotiva, ma con modi opposti: in Kodachrome l’arte erige un muro, in Deliver me from nowhere diventa la chiave per abbatterlo. Benjamin chiede il perdono di un figlio ferito, Bruce, invece, che lo ricerca interiormente per concederlo al padre (oltre che a sé stesso).
Due storie, due legami, che insegnano la stessa verità: nessun rapporto è immune da colpe e silenzi, ma attraverso il linguaggio dell’arte possiamo ancora imparare a curare le ferite e, forse, a concedere il perdono.



