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Il western è uno di quei generi cinematografici che si pensa siano morti da tempo, ma che in realtà non lo sono affatto. Sin dalla nascita del cinema, le gesta dei vecchi pistoleri, delle grandi vallate e dei duelli all’alba hanno sempre destato grande interesse, perché il pubblico voleva vedere eventi che non aveva vissuto in prima persona, oltre a riscoprire il grande romanticismo di un’epoca ormai al suo ultimo tramonto.

Negli anni, il genere ha subito diverse trasformazioni: inizialmente era concepito come un grande romanzo d’avventura, con il classico stilema dei buoni e dei cattivi fuorilegge, per poi diventare un racconto politico e storico di un Paese e di tutte le sue contraddizioni, fino ad arrivare ai giorni nostri, quando è diventato la conferma che il western fa ancora parte della nostra vita. Quest’ultimo fattore ha trovato una delle sue massime espressioni in un determinato autore, ovvero Taylor Sheridan.

Grazie a lui è stato possibile ridare nuova linfa al genere, non solo al cinema, ma soprattutto in televisione, attraverso una serie di prodotti di grande qualità. Basti pensare che, solamente nel 2026, sono uscite ben quattro serie da lui ideate, scritte e, in alcune puntate, dirette personalmente, come ad esempio la recentissima Dutton Ranch. Un successo longevo, dovuto alla sua capacità di aver ridato vitalità al western per le vecchie e le nuove generazioni e, soprattutto, di aver compreso pienamente la società di oggi, in particolare quella americana e la sua popolazione, nonostante venga accusato di essere troppo “conservatore”. Proprio da questo vogliamo partire per andare fino in fondo per capire come i suoi progetti raccontino perfettamente il nostro presente e non solo.

I grandi peccati di un Paese e le loro radici

1883 -©Paramount Pictures

Uno degli elementi su cui Sheridan lavora maggiormente in tutte le sue opere, sia televisive che cinematografiche, è il racconto del passato degli Stati Uniti e del loro presente. Come detto prima, spesso viene accusato di essere troppo conservatore nelle sue storie, ma Sheridan è uno dei pochi autori che comprende appieno la vera anima di come è nato il Paese: dominatore di terre altrui, in primis quelle dei nativi americani, e ora sempre più prigioniero dell’ossessione per un capitalismo sfrenato, oltre che incapace di ritrovare il suo lato umano.

I casi emblematici sono i due prequel di Yellowstone, 1883 e 1923, che raccontano, attraverso gli occhi delle generazioni della famiglia Dutton, la colonizzazione del West, il periodo successivo alla guerra di Secessione, la febbre dell’oro, lo sfruttamento degli immigrati e le violenze che essi hanno subito da parte degli americani. In merito a questo, un altro elemento importante che Sheridan racconta spesso è le conseguenze dello sterminio dei nativi americani e della perdita della loro d’identità nel Paese d’origine, mostrando come oggi siano diventati una parte marginale, oltre che sfruttata e vittima di violenze, all’interno del Paese.

Nella già citata 1923, ma soprattutto in Y: Marshals e nel capolavoro Wind River, ancora oggi i nativi americani sono tra le maggiori vittime che vengono continuamente ignorate all’interno degli Stati Uniti, insieme agli afroamericani e agli asiatici. Questa riflessione sul passato dell’Ottocento non si ferma, anzi: Sheridan mette in mostra, per filo e per segno, come alcuni di questi orrori siano ancora presenti nella società contemporanea. Come se quell’anima da prevaricatore non fosse del tutto andata via.

Poi abbiamo il presente, una visione molto critica di un’America considerata una potenza economica e politica troppo predatoria, ancorata a un ideale di forza colonizzatrice. Opere moderne come Sicario (2015) di Denis Villeneuve, Soldado (2018) e Senza Tregua (2021) di Sergio Sollima, ma anche Operation Lioness (2023-2024), sono il racconto visivo del nuovo dominio espansionistico degli americani, di come siano ossessionati a esportare la “loro democrazia” negli altri Paesi, credendo di portare sicurezza e pace ma finendo in realtà per perseguire un piano di omologazione.

Il tempo non fa sconti a nessuno

Tulsa King-©Paramount Plus
Tulsa King-©Paramount Plus

Un fattore di grande importanza in tutto l’operato di Sheridan è la questione del tempo che passa. Tutti i suoi protagonisti vivono in un mondo che va avanti più velocemente di loro, dove ciò che hanno vissuto in passato sta scomparendo e quello che sta prendendo il suo posto li mette in seria difficoltà. Da qui nasce la prova della loro capacità di adattarsi e di saper sfruttare ciò che li circonda.

Il personaggio che vive maggiormente questa situazione è Dwight Manfredi di Tulsa King, uno dei migliori personaggi della carriera di Sylvester Stallone: un capo mafioso vecchia scuola, con una formazione romantica legata ai vecchi valori di lealtà e onore, che, dopo aver trascorso più di vent’anni in prigione, si ritrova in un mondo che si è dimenticato di lui e dei suoi “modi”. Questo, però, non gli impedisce di reinventarsi nel nuovo mondo criminale e commerciale senza perdere la propria personalità, oltre a ridare lustro a un senso di lealtà e di rispetto che era figlio del codice di vita del mondo della frontiera, assimilabile a quello cavalleresco o a quello del mondo dei samurai. Questo tema è riscontrabile non solo in lui, ma anche nelle altre serie e negli altri personaggi, come la famiglia Dutton, Tommy Norris di Landman, Stacy e Preston Clyburn di The Madison.

Qui il discorso può essere analizzato da più punti di vista: da una parte vediamo un’America che si trova spaesata davanti a una società e a una cultura che cambiano continuamente; dall’altra, una parte di questi cambiamenti sembra snaturare ciò che dava alle persona un senso di identità, di appartenenza e di valore umano. Il nostro presente, ormai, appare sempre più distante da ciò che un tempo era il nostro passato e tendiamo a restare aggrappati a esso non tanto per un fattore di “nostalgia”, quanto perché conservare quelle unicità ci rende ciò che siamo.

Questo sentimento possiamo percepirlo anche noi nella vita di tutti i giorni: ogni giorno che passa diventiamo più vecchi e vediamo i luoghi che ci hanno accompagnato scomparire davanti ai nostri occhi, ed è lì che iniziamo a capire che molte delle certezze che davamo per scontate non esistono più. Questo è uno dei grandi pregi che Sheridan è riuscito a costruire in tutte le sue opere, dal già citato Tulsa King a Hell or High Water, passando per la saga di Yellowstone e arrivando ai recenti Landman e The Madison.

Ritorno alla natura d’origine

The Madison-©Paramount Plus
The Madison-©Paramount Plus

Per finire, un altro fattore importante dell’operato di Sheridan è il ruolo che hanno l’ambiente e la natura attorno ai personaggi dei suoi progetti. Il prodotto più emblematico è il recentissimo The Madison, dove una famiglia dell’alta società, dopo la dipartita del capofamiglia, decide di tornare in mezzo alla natura, da lui stesso preferita rispetto alla società moderna. Qui si nota come anche una famiglia cresciuta nell’ideale di benessere promosso dalla società capitalistica moderna finisca per sviluppare un senso di alienazione che sfocia in un conformismo becero e vuoto.

Non è da meno Yellowstone, dove questo elemento diventa addirittura un simbolo di rivendicazione: un terreno che rappresenta la propria casa, qualcosa che appartiene alla famiglia da secoli e per cui bisogna rivendicare la propria appartenenza. Lo stesso discorso vale anche per i suoi due spin-off, Y: Marshalls e Dutton Ranch, ma anche per le serie prequel 1883 e 1923, entrambe epopee familiari che raccontano la difesa di quella terra che rappresenta la loro identità culturale da generazioni.

Questo discorso può essere riallacciato anche a Hell or High Water, Wind River e Tulsa King, in cui l’ambiente da cui provengono i personaggi rappresenta un grande senso di appartenenza, per poi mostrare come quei luoghi stiano cambiando, abbracciando l’espansionismo e la modernità ma perdendo quell’unicità e quell’essenzialità che li contraddistinguevano. Qui si pone la domanda: è sicuro che, modernizzandoci, siamo più liberi e realizzati oppure siamo più schiavi di qualcosa che non ci appartiene?

Taylor Sheridan: il mito della frontiera è ancora dentro di noi

Hell or High Water -©OddLot Entertainment
Hell or High Water -©OddLot Entertainment

Da queste righe, avrete ora compreso appieno come mai consideriamo Taylor Sheridan uno degli autori più importanti degli ultimi anni, oltre ad assimilarlo all’ultimo vero cowboy della frontiera americana. Da quando, ormai dieci anni fa, sono usciti Sicario e Hell or High Water (che ricordiamo, non sono stati diretti da lui), abbiamo compreso appieno che il western stava ritornando in una nuova forma, per poi averne la conferma con lo splendido Wind River e l’epopea seriale di Yellowstone. Ha saputo trasformare la sua formazione maturata nei ranch della frontiera, oltre ad assimilare la freddezza e la crudeltà dei romanzi di Cormac McCarthy, per poi unire il romanticismo e l’epicità di Sergio Leone e di John Ford e adattarli perfettamente al gusto moderno dell’audiovisivo.

Tutta la sua creazione è assimilabile a un grande romanzo che raccoglie le diverse serie e i diversi film, mostrando tutto ciò che sta vivendo il Paese, oltre al suo passato. Un racconto che ha ancora tanto da dire sulla società americana e quella occidentale in toto, con le prossime produzioni che Sheridan ha in serbo nei prossimi anni, come il tanto atteso film su Call of Duty, che potrebbe riservare delle sorprese inaspettate. Detto questo, si può dire che il genere è ben lungi dallo scomparire perché Sheridan ha solo confermato che il western è ancora dentro di noi e che, semplicemente, ha cambiato veste.

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Sono nato nel 1999, lo stesso anno di "Il gigante di ferro", "Tarzan", "Matrix", "Ghost Dog" e "Terror firmer". Grande appassionato di cinema, di storia, di videogiochi e di arti marziali. Laureato alla triennale di "Antropologia", amo analizzare i i film e il giochi tramite la loro importanza culturale, storica, sociologica e non solo.