Cos’è la verità? Perché la ricerchiamo così tanto? Perché è così importante? Paolo Sorrentino torna al cinema presentando La Grazia, nuovo film con Toni Servillo che racconta la storia di un Presidente della Repubblica, Mariano De Santis, giunto quasi al termine del suo mandato, che si ritrova a fare i conti con questioni spinose, come concedere la grazia a due detenuti e firmare la legge sul fine vita. La Grazia è una miscela di attenzioni su temi di grande rilevanza sia di natura sociale che etica, che si fonda con l’affetto del rapporto padre-figlia e il dilemma interiore di confrontarsi con un lutto in parte congelato.
Sorrentino ripone il proprio occhio di bue sulla politica (lo aveva già fatto apparentemente narrando la storia di due uomini come Giulio Andreotti ne Il divo e Silvio Berlusconi in Loro) toccando la solitudine, il ricordo che tormenta la memoria, ma soprattutto il bisogno di ritrovarsi lasciando andare.
Cemento Armato

Mariano De Santis è un politico, prima di tutto un uomo, che della legge, del suo profondo senso di responsabilità e fermezza ha costruito un senso di vita. Il suo soprannome è cemento armato, un materiale utilizzato nell’edilizia per costruire edifici proprio grazie alla capacità di tenere gli sforzi, sostenere pesi importanti, proteggere e rimanere compatto. Qualcosa di fermo, che regge e forma la struttura. Vive nel passato, rappresenta il passato, contrapponendosi alla figura della figlia, la quale sembra essersi identificata in parte con lui e desiderare la sua approvazione e che invece rappresenta il futuro.
Una figlia che nel suo rimanergli accanto non perde comunque occasione per sottolineare l’incapacità di prendere decisioni, di schierarsi nella vita come nella politica e di mantenerlo in vita come un anziano signore privo di desiderio, a suon di verdurine bollite e porzioni controllate. Appare tutto così fermo, un tempo lento scandito dal ricordo che batte alle pareti della mente, un dubbio che ritorna, non trova pace e non si scioglie, come un groviglio di fili da tenere custoditi nelle mani.
Dualismi

La Grazia propone un dubbio costante fra due poli che oscillano a suon di rigidità e passionalità, paura e coraggio, risoluzione e galleggiamento, giovinezza e caducità, silenzio e musica di Guè e Shablo. È un contrasto in divenire progressivo. Il Presidente da una parte accetta di mangiare la quinoa, molto probabilmente scondita e dall’altra decide di porgere l’orecchio al rap de Le bimbe piangono, sussurrando la parola hashish per non farsi sentire dai gendarmi – e quindi dal suo Super Io, in quale misura. Perché la Grazia è questo, un dubbio che concede apertura contrapponendosi alla chiusura monolitica del cemento armato – carino da notare come Titta di Girolamo, uomo altrettanto chiuso nel suo immobilismo mortifero e routinario, muoia in una colata di cemento (qui avevamo parlato di questo e altri personaggi del cinema di Sorrentino).
In questo palleggio fra angoli opposti, Mariano De Santis è intricato in due annose questioni, da una parte la firma per la legge sull’eutanasia e dall’altra concedere la grazia per due casi di omicidio. La fine della vita, la fine di una condanna, la fine di un mandato, l’illusione di una verità come fine di un processo di dubbi e ricerca costante. Sì, perché quello che speriamo di ottenere da un Presidente e in generale da un giudice è una risposta – non a caso si aspetta sempre che qualcuno debba domandargli qualcosa -, una verità, ma quando si tratta di qualcosa di passionale (qui inteso nell’accezione di ciò che muove, è tumultuoso, è esistenziale ed emotivo), questa non può esserci, l’oltre ogni ragionevole dubbio non può sussistere.
La ricerca di una grazia

La grazia che De Santis ricerca è prima di tutto verso di sé. Per anni non se la concede, non si permette la pace, rimane incistato in un limbo in cui non vi è assoluzione, ma neanche condanna, in una morte d’animo che consente l’evasione solo quando esce dal palazzo per fumarsi una sigaretta in santa pace fra gli spazi aperti del palazzo (un po’ come l’ora d’aria dei carcerati). La responsabilità che deve assumersi con la legge sul fine vita e nel concedere la grazia ai due detenuti è quella di porre fine a una condanna: da una parte la possibilità di scegliere per la propria vita/salvezza quando l’esistenza è diventata già morte e dall’altra quella di poter guardare il futuro tramite il perdono. Per farlo, il Presidente deve abbandonare l’idea dell’onnipotenza.
Nessuno può scegliere del destino altrui, neanche Dio forse (come invece suggerisce il Papa nero) e neanche un giudice può divenire supremo e irremovibile per la vita dei condannati. C’è la possibilità di far sorgere il dubbio, di aprire a una nuova riflessione e chiedersi “di chi sono i nostri giorni?”. Anche i giorni di De Santis sembrano non appartenergli più. Non può decidere della sua esistenza, neanche il piacere della nicotina, non può decidere come gestire la sua memoria, è chiuso in un lutto che non trova soluzione. D’altra parte, non è più padrone dei suoi giorni, non è padrone di sé, perché per poterlo essere davvero vanno creati degli spazi sospesi che aiutino ad aprire e non sigillare. In questo sembra molto vicino al percorso di Sorrentino stesso, in cui prima di poter raggiungere la sua di grazia probabilmente, attraverso il racconto di È stata la mano di Dio e tornare al suo luogo, al fallimento, al dolore impensabile, ha dovuto occuparsi di altre storie, altri luoghi e suoni, in uno spazio di attesa.
Per poter firmare il documento sulla legge, De Santis ha bisogno di sentirsi più vicino a quel vissuto, di uscire dalla parte dell’uomo di potere che teme di essere messo alla gogna, qualunque decisione prenda. Fin quando rimane un legislatore e basta, continua a bocciare, a non poter decidere e a sottolineare in modo capillare il testo. Ma l’eutanasia è la l’arbitraria scelta di potersi svincolare da una morte e definire i giorni come nostri ed è lo stesso passaggio che il Presidente stesso ha bisogno di fare: un’eutanasia della sua esistenza mortifera e ridotta al dialogo interiore, per scegliere la vita.
La sospensione

L’astronauta sospeso prima di tutto nello spazio, poi nella sua navicella e con lacrime dondolanti nell’assenza di gravità, l’angoscia del cavallo appeso fra la vita e la morte, l’attesa di un verdetto. Quello stato di angoscia, di sospensione appunto, è quello che muove verso una direzione di sé, che fin quando rimane murata (magari nel cemento armato) non può avvenire. Una sospensione in aria come sogno per sentirsi più leggeri, meno attaccati alle fondamenta, più liberi dalla rottura interiore. In questo senso, una scena chiave è l’incontro tra la figlia di De Santis e la detenuta, quest’ultima unico personaggio a doversi sentire, almeno sulla carta, appesantita dal senso di colpa reale o fittizio per ottenere la grazia. Invece, la donna è già libera in un certo senso, perché quell’agito ha ridato a sé il potere di essere padrona dei suoi giorni, contrariamente a Dorotea, giovane copia del padre, chiusa nella morsa delle sue regole, delle sue ricerche e rotta dentro.
Non è un caso che il tumulto della scelta del Presidente de La Grazia e del lasciar andare la sua identità da cemento armato e i conflitti interiori di natura amorosa arrivi al termine del mandato. Per poter passare la linea, rinascere, c’è bisogno di una morte, espressa simbolicamente mediante la fine di un’epoca. Il funerale, in questo caso di un’identità, è quindi un rito di passaggio da uno stato a un altro che permette l’integrazione di alcune parti di sé e quindi una trasformazione – il rito è un aspetto non di poco conto per riuscire a rendere più tangibile uno stato di transizione. D’altra parte, la grazia stessa è un dubbio che verte alla trasformazione, sia per chi ne usufruisce, che per chi la concede. Ma anche qui, per poterla raggiungere, c’è bisogno di uno stato di sospensione, di attesa.
Esattamente come l’esperienza del cinema di Sorrentino.



