La ricerca dell’ordine laddove vige il caos è uno dei cardini della storia di Batman e di ogni supereroe che si rispetti. Attorno, figure più o meno sfumate che lanciano fumogeni simbolici per far impazzire la gente e far prevalere il rumore. In quanto esseri umani abbiamo bisogno però di speranze, di credere che qualcuno riesca a porre fine alle paure collettive e a proteggerci.
Una necessità di sicurezza innata che andiamo cercando imperterriti. Il capo della polizia di Gotham City, James Gordon è uno di quei personaggi, uno di quegli uomini che del bisogno di mettere ordine e garantire alla propria comunità una certa coesione, ne fa una ragione di vita, a costo di perdersi.
Gotham ha bisogno di Batman

Come per ogni storia, anche i personaggi di Batman non possono essere slegati dal contesto di appartenenza, la città di Gotham. La rappresentazione che ne viene fornita di sfondo è di una divisione perfetta tra elementi, classi di ricchi e poveri, buoni e cattivi, carcerati e non, buio e luce, ordine e caos. La scissione netta posta in essere polarizza completamente i protagonisti, investendoli di un’esagerazione di caratteristiche che non risultano essere amalgamate, integrate. Nel bene o nel male, palline impazzite. Questo perché di base Gotham è come se avesse costituito una sorta di centrifuga corrotta e marcia che spara alle pareti della struttura personaggi che ne escono disfatti. È una città paranoica in questo senso, sempre alla ricerca del malvagio per essere pulita del tutto, che porta, appunto, a una scissione completa. L’unico modo per salvarsi è la presenza di un eroe inafferabile, che di giorno indossa la cravatta e di notte una tutina nera e un mantello sufficientemente ampio da togliere la polvere del male. L’intervento di Batman però è drammatico. La sua presenza è per riparare l’operato inefficiente di una polizia che non riesce ad essere perfetta. Il sistema è in completo fallimento e Batman diventa l’emblema del vero potere che riesce a sconfiggere anche il male più estremo, anche la pazzia incontrollata.
In questo modo, i cittadini di Gotham hanno un salvatore “onnipotente” che arriva nel momento giusto, nel luogo giusto e non sbaglia un colpo. Li difende a costo della propria vita, può saltare da un palazzo all’altro e viene chiamato all’ordine dalla polizia grazie al faro. Una sorta di figura che tutto può (quale non è, ma percepita come tale in alcuni frangenti) che quindi sa cosa deve fare e perché, ricordando lo sguardo dei bambini (Gotham) dinanzi al genitore capace di una tutela a tutto tondo – in questo senso, l’intervento stupito del figlio di Gordon nella scena finale de Il Cavaliere Oscuro o i bambini che giocano a far saltare in aria le macchine mentre sta per giungere la Batmobile sono abbastanza rappresentativi. Ma i suoi poteri di giustizia nascono dall’evento traumatico della morte genitoriale, legata proprio a uno scarso ordine da parte dello Stato. Bruce Wayne diventa Batman, perché deve in prima battuta riportare un ordine laddove non esiste dentro di sé, quando la morte ha comportato paura e senso di smarrimento.
Gotham ha bisogno di Gordon

In questo sistema inquinato, Batman, quindi, si inserisce perfettamente. Si vuole controidentificare con la figura del villain, ma di base, alla fine, lo è anche lui in un certo senso. Ha bisogno di esserci molto più per sé stesso che per la città. Ha bisogno di esserci per nutrire un senso di riparazione interna di odio nei confronti di un colpevole e lo fa eleggendosi a eroe indiscusso che salva il mondo dalle fiamme. Non c’è niente di umano in questo, non c’è niente di veramente giusto nel senso di giustizia reale. Difatti, villain come Joker prima, Bane dopo, ma forse Harvey Dent di più (il quale subisce un processo apparentemente inverso rispetto a Batman, ma conservandone la natura intrinseca), stuzzicano la possibilità di dimostrare la vera natura umana, la trasformazione.
Tutti sono corruttibili, tutti per natura cadono. L’unico personaggio umanamente devoto alla giustizia è, invece, James (Jim) Gordon, capo della polizia. Gordon ha la stessa consapevolezza del fallimento della giustizia e del mancato ordine della sua classe di appartenenza, è pienamente cosciente della presenza di un sistema politico e di protezione che non funziona. Il suo scopo è quello di mantenere un ordine preciso davvero, costituendosi come figura paterna a tutto tondo, rendendola però morbida sulla base di un contenitore, Gotham, che non regge più. Sa che per poter proteggere la sua realtà deve necessariamente scendere e sporcarsi le mani.
Gordon, il padre di Gotham

Proviamo per un secondo a pensare a Gotham come una creatura, un figlio di cui occuparsi.
Tradizionalmente, nella crescita di un bambino, la figura materna coincide con la possibilità di accudimento, sintonizzandosi con i bisogni dell’infante, assolvendo funzioni fisiche e psichiche. Il legame fra madre bambino, infatti, in un primo frangente, è fusionale. La prole dipende totalmente dalla figura materna, si nutre grazie ad essa, la sua emotività si regola sul contatto, che contiene le angosce e piano piano ne garantisce una base sicura che fonda i legami di attaccamento successivi (a tal proposito, avevamo parlato in altri approfondimenti del fallimento della funzione e di alcune ipotesi successive in relazione ai personaggi cinematografici). Il rapporto privato a due, però, dopo un po’, deve essere reso più morbido e aprirsi alla possibilità di far accedere l’Altro, in questo caso, rappresentato prima di tutto dalla funzione paterna.
È lì che si crea la triade, caratterizzata da un padre che, storicamente, rappresenta la legge, l’ordine, il confine e aiuta il bambino nella possibilità di uscire verso il mondo. È chiaro che questa riflessione andrebbe poi ampliata ai giorni d’oggi, al passaggio dalla famiglia normativa a quella affettiva, al cambiamento dei ruoli e quindi alle modificazioni avvenute, che comportano, come ogni trasformazione, effetti positivi, ma anche negativi (pensiamo alla difficoltà di differenziazione prodotta dall’assenza di “no” che vige oggi nei sistemi educativi).
Riflettendo sul personaggio di Gordon, questo si identifica pienamente con il ruolo paterno rispetto a Gotham. Cercando di adempiere ai suoi compiti, è del tutto consapevole che il sistema sia purtrido alle radici. Politici corrotti, individui che impersonificano il caos divenendo la proiezione folle di un sistema che tenta di sputare fuori i suoi elementi inaccettabili. In questo senso, personaggi come Joker, rappresenterebbero non solo la follia psicopatica paranoide legata a una frattura in mille frammenti del Sé, ma anche la condensazione di tutta l’attività di spurgo psichico di Gotham, che, come da considerazione precedente, propone una polarizzazione. In questo senso, Harvey Dent è l’icona massima della trasformazione e del fallimento della scissione, per cui l’unico appiglio che rimane a un senso di giustizia è l’elemento magico, la monetina incontrollabile, esattamente come il sistema stesso.
Chi è l’eroe?

Il tentativo di assemblaggio di Gordon, quindi, fallisce neanche troppo lentamente. Se il sistema è psicotico, allora non c’è più confine, non esiste più legge, tutto diventa fusionale e confusionale. La separazione fra buoni e cattivi è illusoria, i detenuti invadono la città e tutto è sottosopra. Esattamente come nel destino di un bambino che non incontra la funzione paterna di differenziazione rispetto al materno e la cui mente diventa una prigione di parti fuse e poco ordinate.
Gordon, nella Trilogia di Nolan, vive per Gotham e per un senso di giustizia. Resosi conto del sistema che non può combattere con le forze “umane”, asseconda l’aiuto di Batman, che significa assecondare i suoi bisogni. Wayne, infatti, rappresenta il personaggio che racchiude una speranza di un potere maggiore che può essere assicurato e che la realtà (rappresentata da Gordon e la sua squadra) non può assolvere. Quello che viene reso, allora, è un’illusione agli abitanti, ossia quella di una polizia che sorveglia per loro, che sconfigge il male, ma che non ha bisogno di superpoteri e che per questo dà la caccia anche a Batman, che per amore di tutti e per restituire l’eroe di Gotham, si assume la colpa (amore di tutti o per amore del personaggio?).
Gordon tenta in tutti i modi di rendere qualcosa alla propria comunità, custodendo segreti, cercando di non rivelare e rovinare l’immagine di chi ha dato speranza, come un padre che non espone i propri figli alla delusione della vita, ma che così facendo, in realtà, li illude e basta. Ma in verità, il commissario perde tutto ciò che di intimo ha, deperisce, si sgonfia nella privatezza. Gordon è un uomo che della sicurezza sociale ha fatto il perno di vita, tanto da simulare una morte e far vivere un lutto finto alla propria famiglia, e vive la sua depressione finale, perché, in questo senso, è come se perdesse l’oggetto amato. Freud in Lutto e Melanconia parlava del lutto come la condizione di reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ha preso il suo posto (la patria o gli ideali, ad esempio). La condizione del lutto, inevitabile e generalmente superata in un periodo piuttosto preciso, considera la tendenza conservatrice della psiche umana, pone a confronto il soggetto con il complesso lavoro di ritirare la libido investita nell’oggetto d’amore venuto a mancare.
Questo, però, costituendosi come un’operazione dolorosa, può precipitare in un estraniamento dalla realtà e un attaccamento morboso nell’adesione all’oggetto fino alla psicosi allucinatoria del desiderio, configurandosi come un lutto patologico. Nella manifestazione depressiva, quando qualcosa del sistema luttuoso fallisce, si assiste a un avvilimento del sentimento di sé, un enorme impoverimento dell’Io. Non è più possibile rendere il proprio avvilimento verso l’oggetto perduto e allora si trasforma in un’autocommiserazione, una forma di autoavvilimento contro sé. Così, il padre Gordon si perde nel suo scoramento per il fallimento vissuto in riferimento alla perdita di salvare la sua creatura e, così facendo, perde sé.



