Il 1982 è stato un anno magico per il cinema italiano, ma per Carlo Verdone è stato l’anno della consacrazione definitiva con Borotalco.
Terza prova alla regia per l’attore romano, il film non è solo una commedia degli equivoci perfettamente oliata, ma un vero e proprio spaccato generazionale che ancora oggi, ogni volta che passa in TV, incolla milioni di telespettatori allo schermo.
Eppure, dietro quella leggerezza intrisa di malinconia, si nascondono retroscena che rischiarono di bloccarne l’uscita.
Tra diffide e malintesi: il “caso” Borotalco
Non tutti sanno che il titolo del film fu oggetto di una vera e propria diffida legale. Quando la celebre azienda farmaceutica Manetti & Roberts venne a conoscenza del titolo, non la prese affatto bene. Il timore era che il nome del loro prodotto di punta venisse associato a qualcosa di volgare o derisorio.
I legali dell’azienda inviarono una diffida formale a Verdone e al produttore Mario Cecchi Gori, intimando di cambiare nome alla pellicola, ma successivamente grazie al successo del film, tutto fu ritirato il titolo divenne storia.
L’ombra di Lucio Dalla: la furia e il trionfo
Un altro pilastro del film è la presenza costante, quasi spirituale, di Lucio Dalla. Il protagonista Sergio Benvenuti (Verdone) cerca di sedurre la collega Nadia (Eleonora Giorgi) spacciandosi per l’istrionico Manuel Fantoni, millantando un’amicizia strettissima proprio con il cantautore bolognese.
“Un bel giorno mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana…”
Mentre il pubblico rideva per le iperboli di Fantoni, il vero Lucio Dalla non era affatto divertito. Il motivo? Verdone non lo aveva avvertito del peso che la sua figura avrebbe avuto nella trama.
Dalla vide il suo nome e la sua musica (splendida la colonna sonora curata dagli Stadio) ovunque nei manifesti e nei titoli di coda, sentendosi quasi “usato” per fini commerciali senza il suo consenso preventivo.
La leggenda narra di una telefonata infuocata tra i due, ma la tensione evaporò non appena Dalla vide il film: la delicatezza con cui veniva trattato il suo mito e il successo travolgente della pellicola trasformarono la rabbia in un abbraccio artistico che durò tutta la vita.

Perché il film si chiama così?
La scelta del titolo Borotalco racchiude l’essenza stessa della poetica di Verdone di quegli anni. Come spiegato dallo stesso regista, il borotalco evoca una sensazione di “morbidezza” e “leggerezza”.
Rappresenta il desiderio dei protagonisti di evadere da una realtà grigia e mediocre per rifugiarsi in una vita più profumata, quasi eterea, fatta di bugie bianche e sogni ad occhi aperti.
È la metafora di un’Italia che cercava di scrollarsi di dosso la polvere degli anni di piombo per immergersi nel benessere soffice degli anni ’80.



