Approcciare al cinema di Tarantino significa entrare all’interno di un universo. Ovviamente non nel senso marveliano del termine, ma in un senso più strettamente autoriale. Tarantino utilizza il cinema per riflettere sulla sua capacità di creare mondi e farcene innamorare. Immaginiamo, dunque, un giovane videotecaro di Los Angeles che durante gli anni ’80 divorava tutti i film che gli passavano sottomano e rifletteva su come prenderli, smontarli, e creare dei puzzle con i pezzi che gli piacevano di più. Tarantino ricombina i suoi amori e attraverso essi evade: crea un universo parallelo dove ogni suo film è legato al successivo per il semplice cognome di un personaggio o per il pilot di una serie mai fatta. Ma soprattutto per riscrivere la storia umana come piace a lui.
Se il termine postmoderno può voler ancora dire qualcosa nel 2026, che non sia una semplice accozzaglia di riferimenti o un vuoto estetismo estremo; Tarantino ne è l’esempio. Perché i suoi mille riferimenti e i suoi eccessi hanno una profonda coerenza di fondo: il rispetto per l’arte cinematografica. La seguente sarà la classifica dei suoi nove film, dal peggiore al migliore; con la fortuna (per noi spettatori) che molte delle sue opere sono di grandissimo valore. Ma sarà anche un excursus per cercare di capire i suoi riferimenti, gli omaggi, i debiti; ma soprattutto le innovazioni, la sua spiccata riconoscibilità come autore, capace di creare generi la cui eredità non è stata ancora pienamente raccolta.
9. Grindhouse – A Prova di Morte (2007)

Il film meno riuscito di Tarantino. Originariamente pensato come secondo segmento di Grindhouse (esperimento cinematografico in due parti la cui prima, Planet Terror, è stata girata da Robert Rodriguez); è stato poi distribuito autonomamente (esteso) dopo il flop della prima versione. La pellicola è un omaggio al cinema a basso budget degli anni ’70 e ai doppi spettacoli (da cui deriva la struttura originale di doppio film) dei drive in. Ma forse proprio la sua natura estremamente derivativa risulta essere il suo più grande limite. Il protagonista, Stuntman Mike (Kurt Russell), è un ex stuntman e serial killer che uccide gruppi di ragazze con la sua auto “a prova di morte” (essendo un’auto da stunt, lo lascia quasi illeso ad ogni incidente).
Come sempre nei film di Tarantino, il protagonista è il cinema stesso. In questo caso, però, sembra un po’ mancare tutto il resto. Stuntman Mike sembra quasi il fantasma del cinema del passato che, incapace di guardare al futuro, lo disprezza e vorrebbe distruggerlo. Eloquenti sono le scene in cui, in dialogo con le ragazze contemporanee, si rende conto che il suo lavoro è ormai solo un ricordo. Il ricordo di film e serie tv che non hanno più significato, o dell’analogico ormai sostituito dalla cgi. È tutto, però, schiacciato su sé stesso, autoriferito: le ragazze che gli terranno testa saranno a loro volta stunt. Un racconto nel quale il metatesto straborda. Da segnalare, comunque, il solito gusto estetico tarantiniano, che ci regala una tra le scene splatter migliori del suo cinema.
8. Django Unchained (2012)

Secondo film del filone del revisionismo storico dopo Bastardi Senza Gloria: in questo caso modifica la storia dello schiavismo nell’America pre-Guerra Civile. Ma anche primo film ad ambientazione western della sua carriera. Molti elementi del genere già erano presenti in svariate pellicole precedenti (si pensi a Le Iene e, soprattutto, Kill Bill) ma Django, forse, è più ascrivibile al southern gothic; che descrive le atmosfere del sud degli Stati Uniti d’America e le sue storture: razzismo, schiavismo e decadenza. Django è anche, e soprattutto, mitologia. Durante il film viene citato il mito di Sigfrido, e il protagonista cercherà di emularlo per la salvare la sua Brunhilde; ed emulare il mito europeo significa inevitabilmente riscrivere quello americano.
Vengono trattati innumerevoli nervi scoperti dell’America di metà ‘800: da Bastardi Senza Gloria Tarantino affronta di petto elementi sfacciatamente politici. Django riflette in maniera diretta su argomenti scottanti che riguardano la storia americana. Forse, a differenza dell’altro suo western (The Hateful Eight), in maniera smaccatamente esagerata. La grandezza del film è indiscutibile, ma forse il suo limite sta proprio nella mano troppo calcata di Tarantino, che lo rende sicuramente uno dei punti estremi della sua estetica. La sequenza finale stessa risulta, agli occhi dello spettatore, troppo; sia per intensità che per dilatazione. Qualcuno potrà dire che fosse voluto – e su questo non ci sono dubbi, visto che doveva aderire al mito e riscriverlo -; ma non tutto ciò che è voluto è totalmente riuscito.
7. Le Iene (1992)

Esordio folgorante, uno dei migliori “primi film” della storia del cinema. Presenta, in nuce, già molti elementi della sua poetica: una scrittura esasperata, la violenza esplicita e il citazionismo estremo. Ma Le Iene (e tutto il cinema tarantiniano) va ben al di là del citazionismo. Il suo esordio è una pièce teatrale ambientata, per la maggior parte, tra quattro mura; dove i personaggi, le loro paure e le loro menzogne, sono il fulcro del racconto. Il nucleo della poetica tarantiniana è già tutta qui: Le Iene è tutta una messa in scena. Tarantino gioca col concetto stesso di racconto: i protagonisti raccontano storie finte ricche di particolari (perché sono questi che possono renderla credibile); gli stessi personaggi assumono identità fittizie.
Le Iene è un gioco di rimandi, di scatole cinesi, dove lo spettatore segue una messa in scena nella messa in scena. La rapina stessa, fulcro dell’intero film ma mai mostrata, diventa difficile da interpretare. Tarantino esordisce con un non-film: riflette sul cinema costruendo un’impalcatura attorno a qualcosa che di solito il cinema stesso mostra, ma che qui viene solo immaginato. Il suo limite è forse il suo essere ancora acerbo. L’idea tarantiniana non è ancora pienamente compiuta. La natura derivativa della pellicola – nonostante le indiscutibili innovazioni – frena ancora il regista, che nel suo esperimento di collage non crea ancora una mitologia autonoma.
6. The Hateful Eight (2015)

Secondo western tarantiniano, ma anche il suo secondo film “teatrale”. Quest’epopea ambientata poco dopo la Guerra Civile Americana è, paradossalmente, il film più vicino al suo esordio. In tempi sicuramente più dilatati (Le Iene dura 92 minuti mentre questo ne dura, nella versione estesa, 210) Tarantino imbastisce una vicenda quasi interamente ambientata tra quattro mura, un emporio. Ottavo film, otto personaggi che in quell’emporio si racconteranno le loro vite e le loro motivazioni. Ancor più che con Le Iene, lo spettatore si ritroverà spaesato perché dovrà credere sulla parola ad ogni protagonista, tra chi afferma di essere il nuovo sceriffo della vicina città e chi dice di aver intrattenuto un rapporto epistolare con Abraham Lincoln in persona.
Il film è estremamente dialogato, in un contesto dove ogni parola può essere una menzogna per ferire l’interlocutore; o per portarlo a compiere atti di cui si pentirà. È una pellicola dalle varie anime, come il western stesso, che è un non-genere, calderone dei generi più disparati (ad un certo punto si avrà l’impressione di essere in un film tratto da Agatha Christie). Quell’emporio sarà teatro delle frizioni più critiche di un’America ancora internamente divisa. È il film più politico di Tarantino, dove si mostra la liquidità delle posizioni e delle idee. Dove si riflette sul senso ultimo del concetto di giustizia e di quanto questo fosse realmente rispettato dalla legge americana. È sicuramente un film difficile, lento, meditabondo; che fa di questo la sua forza (per chi è disposto a seguire l’autore) ma anche la sua condanna. La durata, vista la sua natura, potrebbe essere un ostacolo.
5. Kill Bill (2003-2004)

L’epopea de La Sposa verrà qui trattata come una singola opera, nonostante la divisione originaria in Volume 1 e Volume 2. Numerosi sono i sostenitori di una visione divisa delle due pellicole viste le loro innumerevoli differenze; una su tutte quella del ritmo. Il primo volume è il trionfo dell’action orientale puro; il secondo invece è più riflessivo. Ma è proprio questo cambio di tono all’interno di una visione originariamente unica che rende Kill Bill un progetto visionario. Kill Bill è il primo cambio di rotta tarantiniano: dopo i primi tre “gangster” si tuffa in un progetto di passaggio, che lo traghetterà verso i suoi film cosiddetti “storici”, dove rileggerà il mito. Kill Bill è la storia di una vendetta; quindi è l’incarnazione del mito stesso. Nei primi tre film lo decostruisce presentandoci personaggi spogliati da qualsiasi alone di grandezza.
Con questo progetto monumentale, invece, costruisce un personaggio mitologico; che è capace di compiere azioni che vanno al di là di qualsiasi capacità umana: uccidere gli 88 folli, apprendere una tecnica segreta, resuscitare dopo essere stata sepolta viva. La protagonista ha solo soprannomi, ed è allenata da figure altrettanto mitologiche: Bill, Hattori Hanzo e Pai Mei (rispettivamente America, Giappone e Cina). A livello metacinematografico, Tarantino stesso utilizza elementi del cinema americano, giapponese e cinese per creare una nuova creatura. Un film figlio di un cineasta ormai maturo, che si distacca da se stesso rimanendo però estremamente coerente. Kill Bill è un film che fa bene alla pancia dello spettatore. Ciò che lo rende, forse, non per tutti; è proprio la sua natura duplice. Ci si può trovare spaesati nel passaggio da una prima parte estrema ad una seconda parte, invece, così squisitamente dialogata e, addirittura, filosofica. Quasi un esperimento d’avanguardia, non per tutti i gusti.
4. C’era Una Volta a… Hollywood (2019)

Ultimo (per ora) film di Tarantino. Una lettera d’amore all’industria cinematografica. Atto finale di un percorso iniziato con Bastardi Senza Gloria, dove il regista riflette sulle potenzialità del cinema di cambiare la realtà. Questa volta lo sfondo è la Los Angeles del 1969: il clima che si respira è quello del cambiamento, con la New Hollywood che stava nascendo, lasciando indietro un cinema americano ormai stantio; e la stagione della controcultura hippie. In questo contesto seguiamo le vicende di Rick Dalton, attore in declino, famoso per una Serie TV anni ’50; e Cliff Both, la sua controfigura e migliore amico. Due figure che rappresentano un po’ il simbolo di quella stagione che lentamente tramontava, lasciando spazio a nuovi sfarzi; rappresentati dalla figura quasi eterea di Sharon Tate.
Il cinema diventa il luogo delle favole. Il titolo stesso rimanda ad un non-luogo e un non-tempo; nonostante le indicazioni spazio temporali precise che ci consegna il film sin dall’inizio. Ma quelle indicazioni sono funzionali al racconto favolistico: si conoscono i terribili eventi di quei giorni; ma una favola è in grado di modificarli, di renderli un sogno. Attraverso un omaggio al cinema di serie B e, addirittura, alla TV (Rick Dalton e Cliff Both hanno lavorato per la televisione e sperano, in questi tempi magri, di poter lavorare nella nuova stagione dei pilot televisivi); Tarantino guarda al futuro del cinema con speranza e un velo di nostalgia. È un film estremamente maturo, che gioca con le tempistiche e il racconto. Poco più di due terzi dell’intero film, c’è da dire, sono quasi anti-narrativi. Sembra di trovarsi di fronte ad un quadro di quegli anni. Questa struttura rende il film sicuramente uno dei più lenti del regista (i dialoghi stessi sono ridotti all’osso).
3. Bastardi Senza Gloria (2009)

La grandezza di Bastardi Senza Gloria sta nell’aver inaugurato la cosiddetta “terza stagione” del periodo tarantiniano: il periodo nel quale guarda al passato. Da grande regista postmoderno quale è, affronta di petto la storia dei miti e degli ideali rivoltandola a suo piacimento. Tarantino è il regista che costruisce nuovi universi decostruendo quelli precedenti, e fino a quel momento lo aveva fatto “all’interno” del cinema, creando nuove mitologie nel cinema. In Bastardi Senza Gloria, per la prima volta, decide di occuparsi della Storia con la S maiuscola, riscrivendola. In questo caso, dunque, crea nuovi miti su miti preesistenti mediante il cinema. Con Bastardi Senza Gloria Tarantino urla al mondo che il cinema può cambiare la realtà.
Non solo perché una parte considerevole del film è ambientata in un cinema (luogo di vita e di morte), o per la centralità dell’oggetto pellicola o della figura del proiezionista. Ma perché ogni personaggio interpreta una parte nella grande messa in scena della guerra. E vince non solo chi sa adattarsi perfettamente ad ogni ruolo, ma anche chi riesce a scoprire le menzogne. Bastardi Senza Gloria ha il merito di essere – nonostante la durata complessiva di due ore e mezza e la lunghezza delle sue scene – perennemente in grando di tenere lo spettatore in tensione. In questo, forse, è il film più hitchcockiano di Tarantino. Ha la sfortuna, forse, di essere arrivato dopo i film con i quali Tarantino aveva già cambiato il cinema, e se stesso.
2. Jackie Brown (1997)

Jackie Brown è un unicum nella filmografia di Tarantino: è il suo unico film con una sceneggiatura non originale. L’opera di partenza è Punch al Rum di Elmore Leonard, già scrittore di romanzi adattati per il grande schermo e di svariate sceneggiature. Il materiale di partenza, ovviamente, si prestava ad una reinterpretazione da parte del regista, che ne ha fatto un omaggio al filone cinematografico anni ’70 della blaxploitation: Pam Grier, che interpreta Jackie Brown, ne era uno dei simboli. Ma come sempre con Tarantino non dobbiamo soffermarci solo sugli omaggi o sui riferimenti. Jackie Brown chiude la cosiddetta “trilogia gangster” e lo fa nel modo più tarantiniano possibile: sovvertendo ogni aspettativa.
Se dopo Le Iene e Pulp Fiction ci si aspettava un film ancora più pulp, più estremo e più esagerato; Tarantino abbassa i toni. Jackie Brown guarda al passato nelle tematiche (è pur sempre un gangster movie atipico, con una protagonista che non è una vera e propria criminale) ma non nel ritmo. È un film più riflessivo, meno impattante. Mancano i dialoghi “a la Tarantino”. Manca il sangue o il colpo di scena che spiazza. Ma proprio in questo sta la sua forza: reinventarsi col terzo film, mostrando al mondo la sua bravura come regista che riesce a parlare anche di senilità, di disillusione. Non a caso il principale riferimento per la pellicola è il Kubrick di Rapina a Mano a Armata: un singolo colpo visto più volte da diversi punti di vista. Il regista perfezionista per eccellenza è il padre ideale della pellicola più compassata di Tarantino, che firma un film esattamente complementare a Pulp Fiction, soffrendone il confronto solo perché, appunto, meno impattante; incapace di entrare così prepotentemente nell’immaginario collettivo come il precedente.
1. Pulp Fiction (1994)

Se qualcuno dovesse individuare dei punti di non ritorno nella storia del cinema, Pulp Fiction sarebbe tra questi. Se non fosse uscito, oggi l’industria sarebbe qualcosa di diverso. Pulp Fiction ha nobilitato, agli occhi del grande pubblico, il cinema tradizionalmente ritenuto basso, di serie B (forze Z). Nel suo costante rimescolare suggestioni, riferimenti e amori, Tarantino consegna alla storia della settima arte uno dei capisaldi del cinema postmoderno. Amplifica ancor di più ciò che aveva fatto con Le Iene e inaugura il suo universo fatto di rimandi, piccolezze, deformazioni della realtà: Ezechiele 25, 17 che nella Bibbia non esiste ed è tratto dal cinema stesso; il personaggio di John Travolta che ha lo stesso cognome di quello di Madsen de Le Iene. Ma anche accenni che sembrano anticipare Kill Bill, per non parlare dei riferimenti al cinema classico americano o ai suoi amori orientali. Un universo tutto nuovo entrato immediatamente nell’immaginario collettivo.
Pulp Fiction è un’opera stratificata, multiforme; che unisce il gangster movie al grottesco; l’horror alla commedia. Quattro storie che si intrecciano – montate senza seguire l’ordine cronologico degli eventi – che parlano di particolari, di frivolezze. Tarantino non restituisce un impianto da gangster movie classico, ma ragiona sui problemi di tutti i giorni. Si ha quasi l’impressione di trovarsi di fronte a persone con i problemi più futili del mondo (iconici i discorsi sui massaggi ai piedi o sul quarto di libbra con formaggio) che quando diventano gangster “entrano in scena”, come se stessero recitando una parte (e abbiamo visto che sarà una costante in ogni sua opera). È il film definitivo sul fine secolo: la mancanza di ogni certezza e la decostruzione di ogni ideologia universale. Tarantino calca la mano sul ritmo, più che sulla suspense. I fuori campo (come con Le Iene) costruiscono il film. Fuori campo che lo spettatore non conosce, se non quando vengono raccontati, o quando entrano in scena in maniera distruttiva. Questo, forse, è stato il suo più grande lascito: sorprendere lo spettatore più che lasciarlo in tensione. Un’idea di cinema (anti-hitchcockiana) che non tutti, pur imitandolo, sono riusciti a padroneggiare al meglio.



