Mentre nelle sale troviamo ancora Marty Supreme, il film di Josh Safdie con Timothée Chalamet nei panni del campione del tennistavolo Marty Reisman (destinato a giocare un ruolo da protagonista alla prossima edizione degli Oscar), ne approfittiamo per portarvi alla scoperta di un titolo coreano dello scorso decennio, sempre incentrato proprio sul ping-pong.
As One esula dal semplice racconto agonistico: è la storia di come lo sport possa abbattere ogni confine e pregiudizio, ponendosi come ponte tra i popoli in contesti geopolitici assai complessi e ancora, purtroppo, lontani da qualsiasi soluzione.
Insieme per forza

Il periodo storico è la primavera del 1991 è il palcoscenico è la città di Chiba, in Giappone, prossima a ospitare i Campionati Mondiali di Tennistavolo. Per la prima volta nella storia post-bellica della penisola coreana, atleti provenienti dal Nord e dal Sud si ritrovano a condividere un campo da gioco e una bandiera comune – quella della Corea unificata – con lo stesso obiettivo: sconfiggere l’odiata Cina, data per favorita al successo finale. Quarantasei giorni di allenamenti congiunti, incomprensioni culturali e scontri ideologici che si trasformano col passare del tempo in legami del tutto inaspettati, conducendo il team a una serie di vittorie che rimettono tutto in discussione e suggellano amicizie fino a soltanto poche settimane prima assolutamente inconcepibili.
La sceneggiatura si concentra in particolare sul rapporto tra due campionesse rivali: Hyun Jung-hwa, stella sudcoreana interpretata da Ha Ji-won, e Ri Bun-hui, punta di diamante nordcoreana cui presta volto e corpo Bae Doona, volto noto anche al pubblico occidentale grazie a film come The Host (2006), Cloud Altlas (2012) e alla serie tv Sense 8. Il racconto non si limita a seguire paradigmi del dramma sportivo secondo la formula consolidata – squadra divisa che impara a collaborare, vittoria catartica finale – ma si offre anche come riflessione profonda su cosa significhi essere coreani quando la nazione stessa è compromessa da decenni di divisione – una guerra fredda dolorosa e un’incomprensione reciproca, ma sempre e comunque mossa da aliti di un’ipotetica e auspicata riconciliazione.
Storia e storia

Per comprendere appieno la portata emotiva e politica dell’evento raccontato in As One è necessario contestualizzarlo almeno in minima parte, con un’infarinatura sulla situazione che affligge la penisola. Penisola che venne divisa nel 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, lungo il 38° parallelo in due zone di occupazione: sovietica a nord, americana a sud. Quello che doveva essere un accordo temporaneo si cristallizzò in una frammentazione permanente, con la nascita di due stati separati nel 1948: la Repubblica di Corea (Sud) e la Repubblica Popolare Democratica di Corea (Nord).
La Guerra di Corea che ne seguì tra il 1950 e il 1953 fu un conflitto sanguinoso che provocò milioni di morti, lasciando ferite profonde che ancora oggi faticano a rimarginarsi del tutto. L’armistizio del 1953 pose fine ai combattimenti ma non stabilì mai una vera pace, con le due aree separate dalla cosiddetta Zona Demilitarizzata, una sorta di paradossale eufemismo per quella che a conti fatti è una delle frontiere più militarizzate al mondo. Nel 1987, l’attentato a bordo del volo Korean Air 858 da parte di agenti nordcoreani aveva riportato la tensione ai massimi livelli, con 115 passeggeri e membri dell’equipaggio che persero la vita. L’ordine venne dato da Kim Jong-Il come tentativo di sabotare le Olimpiadi di Seul del 1988. In questo clima di estrema ostilità, l’idea stessa di formare una squadra unificata sembrava non solo improbabile ma fuori da ogni logica. Ma come spesso succede, l’impossibile è tale soltanto finché non diventa possibile…
Oggi, mentre scriviamo, la penisola coreana rimane divisa da oltre settant’anni. Generazioni intere sono cresciute con l’idea stessa di una Corea unificata che sembra impossibile. Le due nazioni si sono evolute in direzioni così divergenti – economicamente, politicamente, culturalmente – eppure il sogno persiste. Entrambi i governi mantengono costituzionalmente l’obiettivo della riunificazione, anche se con visioni radicalmente opposte di cosa questa dovrebbe comportare. Per il Sud, significherebbe l’assorbimento del Nord in un sistema democratico di stampo capitalista, per il Nord la liberazione del Sud dall’imperialismo statunitense e l’unificazione sotto il socialismo.
L’unione fa la forza

Il tennistavolo come strumento diplomatico non era una novità assoluta negli anni Novanta. Il precedente più celebre risaliva al 1971, quando gli Stati Uniti e la Cina – allora nemici dichiarati – iniziarono un disgelo proprio attraverso scambi di visite tra giocatori (episodio noto come la Diplomazia del ping-pong, che preparò il terreno per la storica visita di Nixon a Pechino nel 1972).
Per le due Coree, la scelta di questa specifica disciplina come sport simbolo dell’unificazione era data da considerazioni pragmatiche oltre che puramente simboliche. Entrambe le nazioni vantavano tradizioni competitive di alto livello, con campioni riconosciuti a livello internazionale. Era uno sport sufficientemente conosciuto e praticato da generare la giusta attenzione mediatica e richiedeva un notevole affiatamento tra i compagni nelle competizioni a coppie e squadre, rendendo impossibile fingere un legame fittizio senza prima averlo costruito per davvero.
Il Summit tra i due governi nel 1990 si concluse con l’accordo di formare questa squadra unificata. La decisione fu tanto politica quanto sportiva: serviva a entrambi i capi di stato per mostrare apertura al dialogo dopo decenni di aspro confronto, segnato da violenze e ripicche. Ma l’impatto emotivo su chi dovette effettivamente realizzare questa impresa fu pesantissimo e gli atleti da un giorno all’altro scoprirono di essere stati scelti come simboli di una potenziale riconciliazione nazionale.
Dalla premessa alla pellicola

Responsabilità ricaduta in tono sicuramente minore nel 2012 anche sul regista e sceneggiatore Moon Hyun-sung, al suo esordio dietro la macchina da presa, che si è trovato di fronte all’impegno di raccontare su grande schermo un evento che milioni di suoi connazionali avevano vissuto ai tempi in diretta televisiva, carico di significati politici e emotivi potenzialmente esplosivi. La scelta fu quella di privilegiare l’autenticità sopra ogni altra considerazione, al punto che la vera Hyun Jung-hwa fu coinvolta in ogni fase della produzione, allenando personalmente le due protagoniste per mesi, insegnando loro non solo la tecnica ma anche il linguaggio del corpo, i rituali pre-gara e quelle piccole superstizioni che caratterizzano ogni atleta professionista. Il risultato è che nessuna delle due attrici utilizza controfigure: ogni colpo, ogni scambio che vediamo sullo schermo è effettivamente giocato da loro, con un senso del realismo che lascia senza fiato.
Il rapporto tra le due rivali, ora compagne, evolve secondo traiettorie prevedibili, ma rese assai convincenti e intense dalle interpretazioni, con una dose di sana retorica a gestire le fasi salienti del loro rapporto. Ma lo script non si limita per fortuna a queste due stelle: c’è un contorno ben caratterizzato, tra primi amori e amicizie in divenire che assumono importanti connotazioni metaforiche. E il climax emozionale verso la finale che tutti si aspettavano – anche il pubblico che ignorava come fossero andate realmente le cose difficilmente si sarebbe aspettato un epilogo diverso – si tinge di efficaci note melodrammatiche, in un crescendo che dice molto e riempie il film di spunti, tra intrattenimento e significati che guardano ben oltre quel tavolo da gioco.



