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Non tutti i film che si vedono al Festival di Cannes sono belli. Non tutti convincono. Non tutti rimangono. Dovrebbe essere così, ma non lo è. E A Woman’s Life è uno di questi. La pellicola della francese Charline Bourgeois-Tacquet è in concorso, nonostante ci si chieda il perché. La regista ha iniziato la sua carriera come attrice, per poi approdare dietro la macchina da presa già nel 2016. Ora, a dieci anni dal suo debutto alla regia con uno stile fresco, si ritrova con una pellicola che non convince.

Un gran peccato, perché la storia di A Woman’s Life poteva svilupparsi bene e il plot alla base è piuttosto intrigante. Léa Drucker è Gabrielle, una donna dura e severa nel lavoro come nella quotidianità che si ritrova a passare una crisi esistenziale e sessuale. Deve destreggiarsi in una vita fatta di impegni e necessità, con un marito geloso con il quale non c’è più chimica, un amico e collega che mal sopporta la sua dedizione al lavoro e un’amante che le fa perdere la testa. Le premesse, come detto, erano ottime. Lo sviluppo, invece, decisamente meno.

Come ti reggo il film

Léa Drucker in A Woman's Life
Léa Drucker in A Woman’s Life, fonte:
Les Films Pelléas

La pellicola della Bourgeois-Tacquet non è necessariamente da buttare, anzi. La regia e la fotografie sono molto accattivanti, con alcuni scorci che potrebbero perfettamente tornare nel corso dell’anno tra i frame più belli. La macchina da presa tende a prediligere primi piani e dettagli, senza mai abbandonare i volti e le particolarità dei corpi dei personaggi. Un approccio che abbiamo incredibilmente apprezzato e che risulta perfetto nell’economia intima delle turbe della protagonista.

In ogni caso, ciò che funziona più di ogni altra cosa è proprio l’attrice protagonista. Léa Drucker è una star di non poco conto in Francia, ma qui riesce davvero a reggere un intero film. Il suo sguardo duro, ma dolce e perso oltre la corazza che ha eretto, è magnetico e permette un’immedesimazione non da poco. Il suo personaggio è molto più umano di quanto sembri a una prima occhiata e se questo aspetto riesce a trasparire è solo grazie alla sua magnifica attrice.

Un film sconclusionato

Una scena di A Woman's Life
Una scena di A Woman’s Life, fonte:
Les Films Pelléas

Il grosso limite della pellicola della Bourgeois-Tacquet è legato alla componente narrativa. La storia si snoda lungo 11 capitoli di lunghezza variabile, alternando momenti di vita lavorativa a quella quotidiana fino alla componente sentimentale e sessuale. Ogni capitolo non ha accezioni temporali o tematiche, nonostante ognuno porti la protagonista ad affrontare situazioni sempre diverse, senza capo né coda.

L’impressione finale è che ci si ritrovi davanti a un film sconclusionato, poco a fuoco su ciò che vuole davvero raccontare e con dei limiti legati alla sua sceneggiatura. I personaggi non riescono a competere con la complessità della protagonista e sono decisamente piatti rispetto a lei. Si salvano le sequenze di intimità legate all’amante, semplici, erotiche e mai volgari e il capitolo sul rapporto con la madre malata di demenza senile. La sequenza in macchina ci è realmente rimasta impressa, ma farà largo a ciò che di meglio può offrire questo festival del cinema. Questo A Woman’s Life lo lascerà la nostra mente molto rapidamente.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ha iniziato a scrivere per DigitalDreams sui siti Cinemaserietv.it e brevemente su Cultweb.it e ha svolto il ruolo di responsabile news per ScreenWorld.it. Ora si occupa principalmente di stesura, gestione e organizzazione di news e articoli short form per BadTaste.it ed è il Community Manager di ScreenWorld.it.