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È un’operazione dalla postura precisa quella di Vincenzo Alfieri in 40 secondi. Un tentativo di centratura comunicativa fra partecipazione e rispetto, denuncia e sensibilizzazione sociale. Il dramma della morte di Willy Monteiro Duarte, intrinsecamente anti-cinematografico per povertà di narrativa e insensatezza di ferocia, diventa in 40 secondi un’occasione di racconto dalla rintracciabilissima destinazione educativa. E non nel suo senso più didascalico, quanto nella volontà (autentica) di farsi valore testimoniale e stimolo sensoriale verso un concetto di male routinizzato e accidentale”, normalizzato dai piccoli gesti di un quotidiano noiosamente innervato di violenza.

Ma la violenza di 40 secondi non si trova nell’esplosione brutale del suo finale: è il risultato giornaliero, ricorrente, spontaneo e banale di una cultura della forza radicata in una palude sociale, culturale e umana deformata – eppure incosciente delle sue storture. In questa marginalità esistenziale Vincenzo Alfieri allestisce il suo spazio espressivo provando a evitare l’erogazione di risposte e tentando, piuttosto, di proporre un sistema d’interpretazione fra i tanti possibili. Una struttura capace di servirsi dell’esigenza narrativa per ragionare sulle radici di un’aggressività osservabile in alcuni dei suoi potenziali condizionamenti.

Se avvicinare il male alla coscienza significa da sempre decostruirne la mostruosità, integrarne l’empiricità e agevolarne la comprensione, il film riparte dalla collettiva e contemporanea desensibilizzazione alla violenza per ricordarci come anch’essa sia figlia di qualcosa. Vulnerabilità repressa, diseducazione e carenza affettiva possono diventare facilmente sopraffazione e autoconservazione prevaricante – quando il nostro sguardo si posa ricorsivamente altrove.

Allora 40 secondi prova a chiederci di fermarci e di guardare, prima di formulare opinioni.

Di cronaca e di destinazione produttiva

Enrico Borello e Francesco Gheghi in una scena di 40 secondi
Enrico Borello e Francesco Gheghi in una scena di 40 secondi – @ Eagle Pictures

Parliamoci chiaro: 40 secondi non assolve né confonde carnefici con vittime. Prova, al contrario, a non banalizzarne le dimensioni, ricorrendo a una complessità umana che sia sofisticata tra le crepe del suo squallore. Questo non significa che riesca sempre nel suo intento: spesso si ha infatti l’impressione che il racconto avrebbe potuto sporcarsi di più, spingendo su una scompostezza anti-narrativa e più a sfavore di dispositivo cinematografico. Ma d’altro canto il film è indistinguibile dalla sua ambizione produttiva e dalla volontà di farsi agente di una responsabilizzazione sociale simile a quella già ingaggiata da Il ragazzo dai pantaloni rosa (sempre di casa Eagle Pictures). Qui la statura espressiva è di tutt’altro registro, ma nondimeno l’accessibilità a un cinema di periferia digeribile è chiaramente avvertibile durante la visione.

Tornando al fatto di cronaca: nella notte del 6 settembre 2020, Willy Monteiro Duarte moriva a Colleferro a seguito di un feroce pestaggio durato appena 40 secondi. Il ragazzo era intervenuto per cercare di calmare degli animi che già iniziavano a placarsi prima che i fratelli Bianchi subentrassero nella concitazione, causandone la morte. Un episodio scarno, tragico, incomprensibile quanto selvaggio: una violenza in fuoricampo da cui 40 secondi si avvia per riavvolgere il suo nastro.

La sintassi di 40 secondi

Giordano Giansanti e Luca Petrini in una scena di 40 secondi
Giordano Giansanti e Luca Petrini in una scena di 40 secondi – @ Eagle Pictures

L’ossatura del film, liberamente ispirata al libro di Federica Angeli, è anatomicamente ricostruita al montaggio. Episodica, ripercorre le ventiquattro ore antecedenti alla tragedia affacciandosi al punto di vista degli individui coinvolti: Maurizio (Francesco Gheghi), Michelle (Beatrice Puccilli), i gemelli (Giordano Giansanti e Luca Petrini) e Willy (Justin De Vivo). Dei quattro, solo Willy mantiene nell’opera nome e cenni reali alla sua biografia. Quanto al resto dei personaggi, Alfieri e Stasi lavorano in sceneggiatura isolandoli in una personale reinterpretazione creativa. Tutto con il fine di cui si accennava sopra: osservare uno spaccato di vita liminale, a volte più riuscito e altre scivolato verso zone tematiche potenzialmente pericolose (soprattutto in merito ai gemelli).

La provincia, in questo caso, è quella romana (perché la cronaca lo testimonia), che nel film funziona da non-luogo privo di coordinate e agganci fenomenici. Certo sentiamo i dialetti, ritagliamo dettagli, eppure l’interesse di 40 secondi è evidentemente rivolto altrove. Sebbene in regia Alfieri prediliga un taglio visivo documentaristico, fatto di movimenti nervosi e piani ravvicinati, la suggestione di verità è vincolata alla restituzione di un ritratto giovanile risonante con la contemporaneità – più che alla ricostruzione fedele della cronaca.

Direzione degli attori, street casting e smarginate interpretazioni giovanili concorrono a più livelli alla personalizzazione disinvolta di un’adolescenza che sa come vestirsi e come parlare, cosa ascoltare e come mostrarsi per suggerire credibilità. Gli interpreti sono tutti in parte, dai più esperti agli esordienti, e incorporano con intensità la caoticità puerile di una narrazione disarticolata fra regimi prospettici e identitari.

Il racconto di una responsabilità collettiva

Beatrice Puccilli in una scena di 40 secondi
Beatrice Puccilli in una scena di 40 secondi – @ Eagle Pictures

La focalizzazione interna di 40 secondi, infatti, varia al variare della reale progressione della rissa, consentendo ai personaggi di entrare in scena in corrispondenza al loro ingresso nella lite. Ogni episodio si congiunge al precedente aggiungendo informazioni alla storia e convergendo verso la medesima intersezione drammaturgica: l’omicidio di Willy. Tuttavia, la frantumazione narrativa si stagna in un substrato umano condiviso e corrosivo, del tutto annidato fra l’intimidazione maschile e la sua spaventosa inconsapevolezza cognitiva.

Dall’abuso alla ricerca di approvazione, dai vuoti familiari alla violenza domestica, dalla possessività al pregiudizio di genere: quella di 40 secondi è l’esibizione di una giovinezza dai sentimenti in piena, degenerati in individualità che provano a esistere prevalendo sull’altro, sopravvivendogli e insieme smascherando una rabbia tanto sistemica quanto fondativa. Estrapolata sotto strati repellenti di morbosità ed emulativo cameratismo, la fragilità del singolo si trasforma nella responsabilità del gruppo. 40 secondi non esonera nessuno dal logoramento di un machismo sedimentato nell’ordinario e poi rilasciato in furia vessante su chi lo applica quanto su chi lo subisce.

Dentro questo abisso, il femminile funziona da sintesi oggettificata e spersonalizzata sopra cui proiettare insicurezze e narcisistiche mire di controllo. La rissa sfocia a partire da un episodio di catcalling, ma chi lo riceve (Michelle) non richiede aiuto, né tantomeno necessita protezione. È il maschile, in questo macro-episodio come nelle le micro-azioni che l’hanno preceduto, a intervenire e deragliare: apparentemente in difesa dell’altrui dignità, distortamente in affermazione e validazione della propria identità. L’aggressività fisica e verbale satura l’interazione, reprime l’ascolto, calpesta i confini e solo alla fine si consuma in tragedia. Ma non è fatta di niente: è la stratificazione indolente e indifferente di una cultura violenta incontrastata nella quotidianità.

“Qua non devi aver paura di morire, sei già morto”

Justin De Vivo in 40 secondi
Justin De Vivo in 40 secondi – @ Eagle Pictures

La ristrettezza esistenziale di una periferia dove tutti si conoscono esaspera l’automatismo alla base del suo funzionamento, fatta eccezione per chi prova a ribellarsi e ne subisce le più tragiche ripercussioni. Come ormai si sarà capito, 40 secondi non è il racconto glorificante di quel pezzo di umanità: è uno specchio insudiciato entro cui intravedere sprazzi di sé, senza pretendere di ottenere assoluzione.

Due correnti tematiche strabordano in questo senso dalla narrativa di 40 secondi: una racconta di una concatenazione casuale e sfortunata di eventi che hanno alimentato la tensione fino a farla divampare; l’altra cerca di sbugiardare quell’immotivata casualità donandole senso (prova, in altre parole, a restituire responsabilità lì dove è stata tolta). E non è un caso che la suggestione più agghiacciante del film abbia molto ha che fare con l’incoscienza attraverso cui i protagonisti scaricano la colpa, addebitandosi il peso delle conseguenze solo al momento in cui la morte sopraggiunge a chiedere pegno. O forse neanche a quel punto, stando alla realtà processuale dei titoli di coda.

Attenzionando punti di vista e spettri comportamentali, Alfieri dà così a vita a una grammatica incisiva, essenziale e indigesta che possa in qualche modo sostenere l’irragionevolezza di un sistema in cui la brutalità prevarica il rispetto per la vita stessa, distorcendone la morale e abbattendone le fragilità. Parola per parola, gesto per gesto, 40 sono i secondi che sembrano bastare a trasformare l’ordinario in eccezionale. A patto che l’eccezione non la si consideri per ciò che realmente dà prova di essere: impermeabile normalità.

E sì, è da qui che siamo chiamati a formulare opinioni.

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Laureata in CAM (Cinema, Arti della scena, Musica e Media) e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Torino. Attualmente collaboratrice di ScreenWorld.it e NPC Magazine. Della realtà mi piace conoscere la mente, il modo in cui osserva e racconta le sue relazioni umane. Del cinema mi piace l’ascolto della sua sincerità, riflesso enfatico di tutte le menti che lo creano. Di entrambi coltivo l’empatia, la lente con cui vivere e crescere nelle sensibilità e le esperienze degli altri. Nella vita scrivo, studio e mi circondo di cinema, perché penso non esista niente di più bello.