Un’immagine pubblicata su WhatsApp, quattro bandiere arcobaleno disposte a formare un simbolo nazista e una frase che ha scatenato una polemica arrivata fino ai vertici della Chiesa valdostana. È quanto accaduto ad Aosta, dove Gilbert Turcotti, segretario personale del vescovo Franco Lovignana, è finito al centro delle critiche dopo aver condiviso un contenuto che accostava il simbolo del Pride a uno dei più riconoscibili emblemi del nazismo. Un gesto che ha provocato la reazione delle associazioni LGBTQ+ e costretto la Diocesi a intervenire pubblicamente, aprendo un confronto che riguarda non soltanto la libertà di espressione individuale, ma anche il peso delle responsabilità istituzionali.
Tutto è cominciato sabato 26 settembre 2026, proprio nel giorno dell’Aosta Pride, manifestazione che aveva portato nelle strade della città oltre 3.000 persone. Mentre i partecipanti celebravano i diritti e la visibilità della comunità LGBTQ+, sullo stato WhatsApp di Turcotti è comparsa un’immagine nella quale quattro bandiere arcobaleno erano state disposte in modo da comporre il più noto simbolo nazista. Ad accompagnare la composizione grafica c’era una breve scritta: “Questioni di prospettiva…”. Poche parole che, anziché chiarire il significato dell’immagine, hanno contribuito ad alimentare le contestazioni. Il contenuto, diffuso attraverso un account personale e non tramite i canali ufficiali della Diocesi, è stato successivamente segnalato dalla stampa locale, portando la vicenda all’attenzione pubblica.
A suscitare indignazione è stato soprattutto l’accostamento tra la bandiera del Pride, simbolo di inclusione e rivendicazione dei diritti, e la svastica nazista. Una rappresentazione giudicata offensiva da chi ha ricordato che proprio le persone omosessuali furono tra le vittime delle persecuzioni del regime di Adolf Hitler, subendo arresti, deportazioni e internamenti nei campi di concentramento. La prima reazione particolarmente dura è arrivata dal Comitato Aosta Pride, attraverso la sua portavoce Alice Sartore, anche vicepresidente di Arcigay Queer VdA André Zanotto. Sartore ha contestato apertamente il contenuto pubblicato dal segretario del vescovo, richiamando il valore della memoria storica e chiedendo un intervento chiaro da parte della Chiesa locale.
“Trasformare la bandiera del Pride in una svastica è un insulto alla memoria delle persone omosessuali e trans perseguitate, deportate e uccise dal nazismo” – ALICE SARTORE
Un’immagine di una bandiera arcobaleno del Pride che si trasforma in una svastica, con una didascalia: «Questioni di prospettiva…». Ad Aosta, dopo il Pride di sabato 26 settembre, a cui hanno partecipato oltre tremila persone, l’arcobaleno si è subito trasformato in una tempesta, che ha coinvolto anche il vescovo della città.
L’autore dell’immagine, pubblicata sullo stato di WhatsApp, è Gilbert Turcotti, il suo segretario personale. Non si è fatta attendere la polemica. «Trasformare la bandiera del Pride in una svastica è un insulto alla memoria delle persone omosessuali e trans perseguitate, deportate e uccise dal nazismo», dichiara Alice Sartore, portavoce del Comitato Aosta Pride.
La notizia su La Stampa – Aosta
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— La Stampa (@LaStampa) September 28, 2026
La richiesta rivolta al vescovo Franco Lovignana era precisa: chiarire se quell’immagine potesse essere ricondotta in qualche modo alla posizione della Diocesi e, in caso contrario, prenderne pubblicamente le distanze. Il fatto che a diffonderla fosse il segretario personale del presule, e non un semplice cittadino, ha rappresentato uno degli elementi centrali della contestazione. La prima risposta della Diocesi è arrivata attraverso una nota ufficiale. Monsignor Lovignana, che ricopre anche il ruolo di vicepresidente della Conferenza episcopale piemontese, ha sottolineato che le posizioni dell’istituzione ecclesiastica vengono comunicate esclusivamente attraverso i suoi canali riconosciuti.
“La posizione della diocesi su qualsiasi avvenimento, situazione o argomento viene sempre ed esclusivamente espressa attraverso i canali ufficiali” – DIOCESI DI AOSTA
Il comunicato ha inoltre precisato che qualsiasi dichiarazione diffusa al di fuori di quei canali deve essere considerata un’opinione personale di chi la esprime. In questo modo, la Chiesa valdostana ha escluso che il contenuto pubblicato da Turcotti rappresentasse una propria posizione ufficiale. Una precisazione che, tuttavia, non è bastata a chi aveva sollevato il caso. Gli organizzatori dell’Aosta Pride hanno infatti ritenuto insufficiente la risposta, sostenendo che fosse necessaria una condanna più esplicita dell’accostamento tra i due simboli. “Non è la presa di distanza che avevamo chiesto”, è stata la replica di Alice Sartore.

Nel frattempo, la vicenda ha coinvolto anche altre realtà associative. L’ANPI Valle d’Aosta è intervenuta il 30 settembre, ricordando il significato storico della svastica e criticando l’utilizzo del simbolo in una composizione che richiamava il Pride. L’associazione ha sottolineato come quell’immagine risultasse offensiva sia nei confronti della memoria della Resistenza antifascista sia della comunità LGBTQ+. L’ANPI ha inoltre avanzato una proposta concreta: organizzare un incontro pubblico dedicato alla memoria storica, aperto alla cittadinanza e alle scuole, affinché la controversia potesse diventare un’occasione di riflessione e sensibilizzazione. Una richiesta che spostava il confronto dal singolo contenuto pubblicato online alla necessità di promuovere una maggiore consapevolezza sul significato dei simboli.
Il caso, però, non si è concluso con la prima comunicazione della Diocesi e nei giorni successivi, il vescovo Franco Lovignana è tornato sull’episodio attraverso il settimanale diocesano Il Corriere della Valle, offrendo ulteriori chiarimenti sulla posizione della Chiesa locale. In quell’occasione, il presule ha ribadito che, indipendentemente dalle intenzioni di chi aveva pubblicato l’immagine, il contenuto non rappresentava il pensiero della Diocesi né quello della Chiesa in generale. Una formulazione più esplicita rispetto alla prima nota, che aveva soprattutto insistito sulla distinzione tra comunicazioni ufficiali e opinioni personali.

Lovignana ha inoltre affrontato il tema dell’accoglienza delle persone omosessuali all’interno della comunità ecclesiale, ricordando di aver incontrato personalmente persone e rappresentanti delle associazioni LGBTQ+ e ribadendo che le porte della Chiesa devono rimanere aperte a tutti. Il vescovo ha richiamato anche la necessità di un atteggiamento rispettoso e accogliente, pur nel quadro dell’insegnamento morale cattolico. Queste ulteriori dichiarazioni hanno contribuito a chiarire la posizione istituzionale della Diocesi, senza però cancellare le critiche che avevano accompagnato l’episodio. Il nodo centrale della discussione è rimasto il significato di un’immagine capace di evocare una delle pagine più drammatiche della storia europea, soprattutto quando associata a una comunità che ha subito direttamente le persecuzioni naziste.
La vicenda ha mostrato anche quanto un contenuto condiviso attraverso uno strumento apparentemente personale come lo stato di WhatsApp possa assumere una dimensione pubblica. Nel caso di Turcotti, il ruolo ricoperto accanto al vescovo ha inevitabilmente attirato l’attenzione sulla Diocesi, chiamata a chiarire il confine tra le opinioni di un proprio collaboratore e le posizioni ufficiali dell’istituzione. Non si tratta quindi soltanto di una polemica nata sui social, ma di una discussione che coinvolge memoria storica, rispetto delle persone e responsabilità nella comunicazione. La distinzione tra un’opinione personale e una posizione istituzionale è stata ribadita più volte dal vescovo, mentre le associazioni hanno insistito sulla necessità di riconoscere la gravità dell’accostamento utilizzato nell’immagine.
A distanza di settimane dalla pubblicazione, lo stato WhatsApp del segretario del vescovo di Aosta continua così a rappresentare un caso emblematico di come poche immagini e parole possano provocare conseguenze ben oltre lo spazio digitale in cui sono state condivise. E il confronto aperto dalle associazioni lascia una questione ancora attuale: quanto conta il significato storico dei simboli quando vengono utilizzati per esprimere un’opinione o provocare una reazione?
