Hollywood racconta davvero tutto quello che accade nel mondo oppure esistono storie che qualcuno preferirebbe non vedere sul grande schermo? A sollevare una questione particolarmente delicata è stato Oliver Stone, uno dei registi più controversi e premiati del cinema americano, che durante una visita in Italia ha lanciato accuse pesanti nei confronti del sistema cinematografico statunitense. Secondo il cineasta, infatti, l’intelligence americana eserciterebbe pressioni sui film e sui produttori, limitando la possibilità di raccontare determinate vicende. Dichiarazioni destinate a far discutere, soprattutto perché arrivano dall’autore di opere come Platoon, Wall Street e JFK – Un caso ancora aperto.
Stone ha affrontato l’argomento il 6 ottobre 2026, durante una conferenza stampa organizzata al Teatro Comunale di Ferrara, dove è stato protagonista della rassegna Oliver Stone a Ferrara. Sei giorni di incontri, proiezioni gratuite e confronti con il pubblico dedicati alla sua carriera, accompagnati da due importanti riconoscimenti: la cittadinanza onoraria della città e una laurea magistrale honoris causa conferita dall’Università di Ferrara.
Ma quella che avrebbe potuto essere soltanto una celebrazione del suo cinema si è trasformata anche in un’occasione per tornare a parlare di potere, libertà artistica e possibili condizionamenti dell’industria cinematografica. Interrogato sui documenti relativi all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, desecretati dall’amministrazione di Donald Trump, il regista ha espresso una posizione molto critica sul modo in cui vengono affrontati alcuni argomenti negli Stati Uniti.
“Negli Stati Uniti l’intelligence esercita pressioni sui film che vengono prodotti, i produttori cinematografici vengono molto spesso limitati e quindi è difficile rompere gli schemi e parlare fuori dalla realtà che viene normalmente raccontata” – OLIVER STONE
Oliver Stone denuncia le presunte pressioni dell’intelligence americana sulle produzioni cinematografiche e racconta le difficoltà incontrate a Hollywood. Parole particolarmente significative se si considera il percorso professionale del regista, che ha dedicato buona parte della propria carriera a mettere in discussione le narrazioni ufficiali di alcuni dei momenti più controversi della storia americana. JFK – Un caso ancora aperto, uscito nel 1991, rimane uno degli esempi più celebri di questo approccio: il film ricostruisce le indagini del procuratore Jim Garrison sull’omicidio del presidente Kennedy, proponendo interrogativi e interpretazioni che hanno alimentato un acceso dibattito.
Proprio quel lungometraggio è stato scelto per inaugurare la rassegna ferrarese, offrendo a Stone l’occasione di tornare su un argomento che continua a considerare tutt’altro che risolto. Il regista ha ricordato quanto sia difficile affrontare vicende storiche così delicate, soprattutto quando le ricostruzioni proposte si allontanano dalle conclusioni generalmente accettate.
“C’è sempre stata una sorta di boicottaggio rispetto a visioni della realtà che non sono quelle standard. Sono argomenti molto spinosi da trattare, dove la realtà non si conosce fino in fondo” – OLIVER STONE
Nel corso di un’intervista al Corriere della Sera, Stone ha approfondito ulteriormente il tema, raccontando anche alcune difficoltà incontrate con JFK Revisited: Through the Looking Glass, il documentario del 2021 nel quale è tornato a esaminare l’assassinio di Kennedy. Secondo il regista, il lavoro avrebbe ricevuto inizialmente un’attenzione limitata negli Stati Uniti e una versione trasmessa sarebbe stata modificata attraverso tagli che ne avrebbero alterato il risultato.
Si tratta, naturalmente, delle accuse e delle valutazioni personali di Oliver Stone: le sue dichiarazioni non dimostrano da sole l’esistenza di interventi sistematici dell’intelligence sulle produzioni cinematografiche americane. Il cineasta, tuttavia, sostiene da tempo che raccontare storie politicamente scomode possa comportare conseguenze concrete, anche dal punto di vista economico e distributivo.
Non è infatti la prima volta che Stone denuncia presunte interferenze sul cinema. Già nel 2020 aveva raccontato le difficoltà incontrate nella realizzazione di alcuni suoi progetti, ricordando che Snowden, il film del 2016 dedicato all’ex collaboratore della National Security Agency Edward Snowden, aveva trovato finanziamenti soprattutto in Europa. In quell’occasione aveva parlato anche di una forma di censura economica, sostenendo che realizzare film critici nei confronti della politica estera americana fosse diventato particolarmente complicato.
La questione assume un significato ancora più interessante considerando che Stone ha spesso scelto di raccontare personaggi e avvenimenti capaci di dividere profondamente l’opinione pubblica. Da Nato il quattro luglio a Platoon, passando per JFK e Snowden, il suo cinema ha esplorato il rapporto tra cittadini, istituzioni e potere, senza rinunciare a provocare discussioni e polemiche. Durante l’incontro a Ferrara, il regista ha inoltre rivelato un particolare legato alla famiglia Kennedy. Stone ha raccontato di aver incontrato in passato John F. Kennedy Jr., figlio del presidente assassinato nel 1963, e ha lasciato intendere che quest’ultimo avesse maturato una propria convinzione su chi fosse responsabile della morte del padre.
“Il figlio di Kennedy un’idea su chi abbia ucciso suo padre se l’era fatta” – OLIVER STONE
Il regista non ha però rivelato quale fosse questa convinzione, lasciando aperto un interrogativo che continua ad accompagnare il suo rapporto con uno degli eventi più discussi della storia americana. Stone ha anche riconosciuto che la verità completa sull’assassinio di Kennedy potrebbe non emergere mai, nonostante le numerose indagini e la pubblicazione di nuovi documenti. A sorprendere, tuttavia, sono state anche le parole dedicate all’Italia. Il cineasta ha infatti espresso un giudizio molto positivo sul pubblico italiano, che a suo parere dimostrerebbe una maggiore disponibilità a interrogarsi sulle versioni ufficiali degli avvenimenti rispetto a quello americano.
“In Italia vedo un maggiore spirito critico, c’è più voglia di indagare, di cercare di capire e di andare fino in fondo. Io invece mi trovo in un paese in cui la gente si accontenta di ciò che viene propinato, fermandosi alla superficie delle cose” – OLIVER STONE
Un apprezzamento che si lega anche alla sua profonda ammirazione per il cinema italiano. Stone ha ricordato il valore di autori come Michelangelo Antonioni, Vittorio De Sica, Bernardo Bertolucci e Pietro Germi, registi che hanno contribuito a formare il suo sguardo cinematografico. Durante gli incontri ferraresi ha inoltre parlato della collaborazione con Ennio Morricone, autore della colonna sonora di U Turn – Inversione di marcia, definendolo un genio capace di far crescere la musica insieme al film.
Alla conferenza stampa era presente anche Matthew Modine, attore conosciuto soprattutto per Full Metal Jacket di Stanley Kubrick e per il ruolo del dottor Brenner in Stranger Things. La sua partecipazione ha ulteriormente arricchito una manifestazione che ha riunito cinema americano e italiano, trasformando Ferrara in un luogo di confronto sul futuro e sulle responsabilità della settima arte. Le dichiarazioni di Oliver Stone riaprono così una discussione che va ben oltre i singoli film.
Quanto può essere libera un’industria cinematografica quando affronta storie che coinvolgono governi, servizi segreti e interessi politici? Il regista ha espresso una posizione molto netta, frutto della propria esperienza e delle convinzioni maturate nel corso della carriera. E mentre le sue accuse richiedono riscontri indipendenti, resta una questione centrale nel suo cinema: chi decide quali storie possono essere raccontate e quali versioni della realtà arrivano davvero al pubblico?
