Esiste un sottogenere dell’horror capace di spaventare e inquietare lo spettatore non tanto grazie a figure realmente mostruose o ad altri elementi tipici del genere, bensì grazie alla credibilità che esso suscita. Pensiamoci bene : quando si è insieme a degli amici, magari attorno a un fuoco, si può avere la tendenza a raccontare leggende metropolitane o eventi inquietanti successi in passato. In questi momenti si può percepire una sorta di adrenalina che appassiona poiché si riconosce il fatto di essere pur sempre in un contesto sicuro. L’horror e più nello specifico il Folk Horror mirano proprio a ricreare questa sensazione.
Leggende, racconti e voci di corridoio che diventano centrali in un film come Hokum diretto dal regista irlandese Damian Mc Carthy la cui trama narra le vicende di Beauman; uno scrittore conosciuto che si reca in un motel sperduto in mezzo ai boschi al fine di spargere le ceneri dei propri genitori. Il motel, ahimè, è temuto dai dipendenti poiché si racconta della presenza di una strega rinchiusa nei seminterrati. Gli eventi si complicheranno notevolmente dal momento in cui una delle bariste scompare e da questo momento in poi nulla separa il protagonista dalla verità. In Hokum, i racconti e le leggende prendono forma dando vita a un progetto ambizioso e coraggioso, ma problematico.
In my restless dreams…

Damian Mc Carthy tramite questo progetto ha voluto indubbiamente dimostrare un proprio amore verso il genere di appartenenza e, più nello specifico, verso le opere che più l’hanno influenzato nella realizzazione della pellicola. Tra le varie citazioni balza indubbiamente all’occhio quella dedicata al capolavoro immortale firmato Stanley Kubrick ovvero The Shining. I perché possono essere molteplici e sono per lo più tecnici oltre che narrativi. C’è un riferimento, però, piuttosto implicito e meno diretto dedicato a un cult immortale del settore videoludico ovvero Silent Hill 2. In questo caso i riferimenti non si limitano al campo tecnico, bensì risiedono proprio nella struttura e costruzione narrativa rivelandosi il cuore pulsante e anche il problema centrale della pellicola.
Beauman come James è richiamato ad andare in un posto sperduto in mezzo al niente dove i misteri sono più numerosi delle persone che vi ci abitano. La loro costruzione psicologica (aspetto centrale ai fini della comprensione del film) è molto simile; entrambi sono personaggi disturbati e controversi con un passato complicato che cercano di allontanare e non ricordare. Ahimè, tutti e due all’interno della loro avventura sono costretti a far fronte ai propri demoni e i loro errori rivelando delle verità scomode. L’autore cita il suo amore verso l’opera videoludica non solo tramite la costruzione di un personaggio praticamente uguale in tutto e per tutto, ma persino nella costruzione scenografica. Il motel ricorda molto non solo quello di “The Shining”, ma anche e soprattutto quello visitato da James nel momento cruciale della storia di Silent Hill.
Senza ombra di dubbio il regista ama il proprio genere, ma si rivela incapace di costruire una storia, un personaggio e degli eventi che possano portare una ventata di aria fresca nell’industria. Durante l’anno escono molti film horror e puntualmente quelli che ci ricordiamo facilmente è perché si contraddistinguono per la loro originalità. In un certo senso si può dire che sotto questo punto di vista il cinema è un po’ come la musica. Tendiamo a ricercare maggiormente prodotti nuovi, freschi, originali che non ci diano quella sensazione di “Déjà-vu”. D’altronde, il cinema d’autore permette al regista di dare il proprio sguardo su un aspetto della vita o di qualcosa. Ma se quello sguardo è stato già dato da qualcun altro ?
Problemi su problemi

Quando si parla di un film horror, aldilà di citazioni, messaggi e temi trattati, tra gli aspetti più importanti da considerare c’è sicuramente la paura che suscita la visione della pellicola. Ovviamente è corretto tenere a mente che la paura è un emozione e in quanto tale sarà sempre un concetto soggettivo, ma la visione di Hokum evidenzia in modo oggettivo una esplicita incapacità del regista di creare momenti realmente degni di nota. Regia e fotografia non si impegnano mai realmente nella costruzione di scenari inquietanti che non siano macchiati da jumpscare telefonati o urla comiche usate in sottofondo.
La regia è sempre un elemento fondamentale all’interno di un film horror poiché è lei che può realmente diventare la terza protagonista indiscussa divenendo ad esempio specchio delle emozioni del personaggio principale; in questo film, però, si rivela essere solamente uno strumento banale e di poco conto. Il tutto non è sicuramente aiutato da uno schema narrativo piuttosto sempliciotto. Infatti, quando si parla di Folklore è indubbio parlare di storie tramandate e raccontate, ma (come dimostrato anche dall’Odissea di Nolan) non sempre ciò che funziona su carta riesce anche su pellicola. Di conseguenza Hokum a lungo andare annoia dal momento in cui si rivela essere un insieme di racconti, flashback e azioni futili agli intenti narrativi.
Dalla visione di Hokum si può dunque dedurre che il regista Damian Mc Carthy l’horror lo ami per davvero. Il progetto, però, evidenzia ancora degli ammanchi del regista in termini di originalità e di tecnica non permettendo al film di creare quella memorabilità che gli poteva dare accesso ad una sorta di “elite” all’interno di un mondo di pellicole tutte uguali.
