Non sempre si ricorda quando si è visto un film per la prima volta. Più spesso si ricorda l’esperienza che ha lasciato. The Doors è uno di quei film in cui resta impressa la sensazione di oscillare tra turbamento e ammirazione. La possibilità di conoscere più da vicino Jim Morrison, un artista così amato, contribuisce certamente al coinvolgimento. Ma c’è qualcosa di più, qualcosa che raramente accade davanti a un biopic. Si ha quasi l’impressione di vivere un’allucinazione: di vedere davvero Jim Morrison rivivere sullo schermo, come se si raccontasse direttamente allo spettatore.
Rivedendo il film a distanza di anni, quella stessa sensazione riaffiora e porta a interrogarsi sul perché. Che cosa ci attrae così tanto nel ritrovare sullo schermo qualcuno che ammiriamo, pur sapendo che ciò a cui assistiamo è una finzione? Che rapporto esiste tra un artista, l’idea che ci siamo fatti di lui e la sua rappresentazione? Dopo tutto, ogni biopic nasce da questo paradosso: racconta una persona realmente esistita attraverso il corpo di qualcun altro. Ma in che cosa deve assomigliargli per far sì che ci si abbandoni alla narrazione e si goda e ci si commuova tanto da sentirsi dei privilegiati per la possibilità di accedere al suo privato? È più importante il processo di mimesi dell’attore o la capacità di restituire qualcosa di meno tangibile: la psicologia, l’immaginario, il mondo interiore dell’artista, anche a costo di rinunciare a un’esatta — e talvolta maniacale — somiglianza fisica? La riedizione di The Doors in versione 4k Director’s Final Cut al cinema con Lucky Red dal 13 al 15 luglio, ci avvicina a una possibile risposta.
Niente musica, niente Doors

Fin dalle prime immagini, Oliver Stone chiarisce di non volere raccontare (solo) la storia della band e del rapporto con il suo leader. Quando il film si apre, di Jim Morrison sentiamo soltanto la voce. È in uno studio di registrazione, senza gli altri componenti del gruppo. Jim recita alcuni versi delle sue poesie. «Perché non ci sono i Doors?», gli viene chiesto. «Niente musica, niente Doors», risponde. Poi pronuncia la frase che sembra un rito di iniziazione: «La cerimonia sta per cominciare». Il voice over non si interrompe, anzi accompagna le immagini successive, legate all’infanzia di Jim Morrison (New Mexico, 1949), dove lo vediamo, in compagnia dei genitori, assistere a un incidente stradale in cui perde la vita un nativo americano. Questo episodio rappresenta un duplice incontro per Jim: un faccia a faccia con la morte, ma anche un’iniziazione alla spiritualità e al mondo dello sciamanesimo; al punto da diventare una visione che, secondo la narrazione costruitagli attorno, lo influenzerà per tutta la vita. Ad accompagnare questo flashback rivelatore sono le note di Riders on the Storm che, da un punto di vista biografico, arriva molto dopo, tanto da essere l’ultimo brano che Jim Morrison incide con i Doors (non a caso).
Oliver Stone sceglie di partire da qui: da un’immagine traumatica, dal Jim bambino – non dalla rockstar. Vuole condurci nella dimensione più intima e sconosciuta di uno dei personaggi più iconici della storia della musica, seducendoci con la possibilità di conoscerlo nel profondo. Da quel momento, infatti, il film ci immerge nella mente-cuore del protagonista, nel modo in cui vive l’arte e le relazioni, entrando nel suo stato allucinatorio. È una scelta che distingue The Doors da molti biopic musicali, spesso costruiti come il racconto di una carriera: gli esordi, le difficoltà, il successo, la consacrazione, la crisi, la caduta. Oliver Stone non sembra interessato a ricostruire una parabola di questo tipo. Cerca sin da subito l’interiorità di Jim.
Un eroe fasullo

Perché, nonostante le critiche ricevute per le libertà narrative e le inesattezze biografiche, il film è ancora così affascinante? Oliver Stone non descrive un eroe: Jim Morrison appare a tratti arrogante, egocentrico e incapace di essere leale nelle relazioni, eppure il film ne amplifica il suo potere di seduzione. Il merito è anche di Val Kilmer, che non si limita a riprodurre il volto, la voce, la postura o i movimenti di Jim Morrison. C’è qualcosa di più e di impalpabile nella sua interpretazione. Riesce magicamente a restituirne il magnetismo e la fragilità, avvicinandosi a quella dimensione sciamanica di cui Jim era rimasto folgorato. Tant’è che lui stesso finì per diventare uno sciamano, un idolo, un guru. Pensiamo a quante volte nel film lo sentiamo dire al suo pubblico «Siete solo un branco di schiavi. Per quanto vi farete ancora comandare?». Ma Jim/Val è anche l’uomo smarrito tra il bisogno di appartenenza e il conflitto narcisistico. Come quando, disorientato durante un servizio fotografico, domanda «Dove sono i Doors?» e gli viene risposto «Lascia perdere i Doors, vogliono te. Tu sei il gruppo. Innamorati di te stesso». Val Kilmer si fa abitare da tutto questo, immerso nel flusso di immagini orchestrato da Oliver Stone e da una colonna sonora che seduce, in cui non mancano i brani più noti del gruppo. La sua voce, i suoi sguardi, il suo corpo ci guidano per tutta la narrazione con estrema sensualità e inquietudine, tanto da farci confondere realtà e finzione. È proprio su questo punto che, a mio avviso, si misura la distanza tra The Doors e molti altri biopic musicali.
Pensiamo a Bohemian Rhapsody di Bryan Singer, dove Rami Malek compie un lavoro così evidente sul piano della mimesi, da renderne visibile il processo: non arriviamo mai completamente a dimenticare Malek dietro Freddie Mercury. In alcuni momenti, proprio perché così costruita ed esibita, la rappresentazione si avvicina alla caricatura. In A Complete Unknown di James Mangold accade lo stesso, seppure Timothée Chalamet non cerchi il sosia perfetto (lavora infatti sull’attitudine, sulla voce, sul modo di stare in scena). Tuttavia, anche in questo caso, lo spettatore mantiene una distanza: vediamo Chalamet avvicinarsi a Dylan, ma non lo dimentichiamo mai completamente. Qualcosa di interessante e che, secondo me, sfiora The Doors, accade con Springsteen: Deliver Me from Nowhere di Scott Cooper, con Jeremy Allen White nei panni di Bruce Springsteen. Qui non siamo affatto davanti a un’operazione mimetica: White non si trasforma nel Boss, ma ci racconta qualcosa che appartiene alla sua interiorità e alla sua solitudine, arrivando anche a evocare la sua depressione. Come in The Doors, si sceglie di raccontare l’uomo prima dell’icona e, non a caso, accade a partire dal bambino dietro il mito. Forse è proprio qui che si misurano le diverse esperienze di visione di un biopic. Non solo nella fedeltà ai fatti o nella trasformazione fisica. I biopic migliori non ricostruiscono semplicemente una carriera: cercano l’origine emotiva dell’artista, la persona prima del personaggio, l’essere umano incompreso e solo prima dell’idolo. «Sono un eroe fasullo, uno scherzo degli Dei», dice Jim/Val in uno stato di ebrezza ormai permanente. Un esempio particolarmente riuscito, anche se molto distante dai film finora citati, è la trilogia di Larrain, composta da Jackie (2016), Spencer (2021) e Maria (2024), in cui si varca la soglia del privato, dietro la facciata pubblica.
Effetto Vertigo

The Doors continua a rappresentare un caso quasi irripetibile perché riesce a fare entrambe le cose. Val Kilmer non è soltanto un interprete somigliante, ma è uno dei rari casi in cui immedesimazione e rievocazione coincidono. È come se Oliver Stone e Val Kilmer ricreassero, sul personaggio di Jim Morrison, un effetto Vertigo. Non nel senso tecnico del celebre dolly zoom, ma perché Jim Morrison sembra scollarsi dal mondo che lo circonda – e dal piano della finzione – e prendere vita: mentre la realtà intorno a lui si sfalda, incapace di contenere la sua esperienza interiore, lui rimane perfettamente a fuoco. Per questo Jim Morrison è vissuto due volte. La prima tra il 1943 e il 1971. La seconda sullo schermo, attraverso Val Kilmer. Oggi la cerimonia sta per ricominciare, questa volta anche in memoria di Val Kilmer (1959 – 2025).
