Più che un genere è un modo di percepire la realtà. Il Cyberpunk è un concetto, una visione viva su di un mondo in disfacimento. Prerogative richieste: un futuro distopico in cui qualcosa è andato davvero storto, un governo o una dittatura, o un sistema superiore di controllo il quale non dà adito a nessuna libertà di pensiero o di presa di posizione e una decadenza latente del tutto. Esattamente come se si gettasse del solvente su una tela dipinta. Il percepire che tutto vada in rovina, la società stessa, le relazioni, gli interessi, i valori fondanti dell’essere umano. Dominano il valore e l’entità del cyberspazio. E la rete? Un vasto mondo virtuale generato da codici, infrastrutture digitali, dimensioni visive e olografiche. Domina chi siamo nella rete e che cosa siamo in grado di dimostrare. In ultimo, ma non a livello d’importanza, domina la preponderanza di innesti bio-tecnologici meccanici nell’ausilio dell’interazione energetico-fisica: macchina/umano.
Il sunto della riflessione posto alla base del genere è che sta a ognuno di noi coltivare quell’umanità che si è andata sbiadendo nel tempo, esattamente come lacrime nella pioggia, ed è un nostro dovere, oltre a essere un nostro diritto, nutrire il senso più profondo e scosceso dell’esistenza. È proprio per questo che dobbiamo trovare un motivo o anche più di una singola ragione per credere e fondare le basi di un avvenire sano, radioso, promettente. Questo avvenire lo si deve creare con i nostri sogni, le nostre idee, le nostre convinzioni, il nostro saper ‘diventare’. Siamo del parere che ci sia ancora speranza, perlomeno sino a che sapremo intravedere una qualche minima possibilità di redenzione dell’intero genere umano.
1. Matrix (1999)

Neo è l’eletto. The One. Il prescelto, giungerà a questa epifania poco alla volta. Troverà il modo di farsi scovare dai ribelli e ‘calandosi nella tana del bianconiglio’ riuscirà a risvegliarsi nella vera realtà e a divenire se stesso, guidando la rivoluzione contro le macchine. Matrix, ha potuto costruire un’impalcatura fitta, costituita da un richiamo agli antichi miti e al tessuto intimo del nostro subconscio, andando a strutturare in maniera definita il suo contesto filosofico-fantascientifico. La sostanza è che se Blade Runner instillava in noi una riflessione: l’interrogarci se esseri artificiali potessero ‘sentire’ o arrivare a essere più umani degli stessi esseri umani, Matrix risponde a quella stessa domanda con: La domanda stessa. Il porsi il quesito diviene la risposta. Se la realtà che ci circonda sia essenzialmente effimera, se esista un qualcosa di più al di là di quello che ci circonda. Invita ad addentrarsi dentro se stessi e lo fa sfruttando al meglio il Cyberpunk, divenendone emblema e stendardo.
L’elemento distopico è dato dal sovrastare degli oppressori sul genere umano. Gli uomini vivono dentro una realtà fittizia generata dalle famigerate ‘macchine’. Siamo diventati batterie per potergli assicurare piena funzionalità. Siamo coltivati come schiavi energetici. Attraverso un miscuglio di attrattive, ambientazioni dark, scontri di kung-fu e sparatorie al fulmicotone, questo capolavoro cinematografico racchiude in sé un percorso filosofico non indifferente. Ognuno di noi può ‘Risvegliarsi’ a nuova consapevolezza di se stesso e prendere in mano le redini della propria vita. Matrix crea una nuova mitologia basandosi su archetipi antichi e simboli celati, richiamando a una nuova presa di coscienza sul proprio vivere e sulla propria condizione uomo-macchina-progresso. Dichiarando la possibilità esplicita di poter diventare realmente padroni della propria esistenza.
2. Blade Runner (1982)

Fantascienza, visione dell’immagine d’insieme e del dettaglio d’autore, genere hard-boiled, poesia pura e musica straordinaria. Oltre a vessillo e vera e propria egida del genere, Blade Runner è un’opera d’arte a tutto tondo. Nella pellicola, ogni frame, ogni dialogo, ogni singola inquadratura sono frutto di riflessione e intento per poter trasmettere, infondere e instillare quel senso di inquietudine dato dall’incertezza dell’essere. Il mondo al collasso. La pioggia incessante in un divenire che non ha futuro. Le persone si lasciano vivere e trascinare in queste fiumane cittadine a livello di bolge infernali e la riflessione sulla vita è immortale a livello scenografico: Un artefatto simbiotico è in grado di provare emozioni? Sentimenti? O addirittura, è in grado di percepire la vita e il suo senso più profondo? la risposta in una traccia musicale hard rock – industrial degli anni novanta ispirata proprio al tema dei replicanti. Il titolo? MORE HUMAN THAN HUMAN degli White Zombie. Sì, senza se, senza forse, in un mondo al collasso, quelli che crediamo reietti, semplici schiavi da forza lavoro in campagne extra mondo, hanno sviluppato una sensibilità fuori dal normale.
I migliori mostri, da Frankenstein di Mary Shelley ai freaks emarginati di Dylan Dog di Tiziano Sclavi, all’essere senza gambe né braccia di nome Will interpretato da Nick Vujicic nel cortometraggio del Circo delle Farfalle, possiedono una resilienza e un poter sentire diverso dal comune e proprio per questo sono in grado di dimostrare quell’umanità nascosta dalle imposizioni, dalla società. Dal demone del perbenismo. Ad avvalorare la tesi, in questo caso il fatto che i replicanti siano un costrutto artificiale, una creazione da laboratorio. Eppure. Eppure. Più umani degli stessi esseri umani.
3. Minority Report (2002)

La società perfetta. Nessuno sgarro, nessuna imperfezione. Nessuna possibilità di commettere errori. Niente di niente. Asettica. Lucida. Freddo calcolo degli eventi e delle opportunità. In questo mondo sempre percepito dall’intramontabile Philip K. Dick, grazie all’intervento di tre mutanti denominati Precog, si ha la possibilità di prevedere il possibile futuro. La nuova polizia dedica un’intera sezione a questo intervento che punisce non il fatto compiuto, ma l’intenzione di commetterlo. La Precrimine. Il metodo è contestato da molti e non visto di buon grado, ma sembra funzionare. Si vive in una società priva di criminalità. John Anderton, impersonato da Tom Cruise, rappresenta l’eroe impeccabile, attento, scrupoloso, determinato, ma con qualche sbavatura. Per compensare la perdita del figlio Sean, fa continuo uso di droghe una volta terminato il lavoro. La perfezione in realtà non esiste. In un’orchestrazione sociale del genere, vi è una falla, profonda, malsana e truce. Sarà proprio John a rendersene conto e a suo malgrado, essendo più che convinto del sistema, a voler far affiorare la verità. Verrà braccato, messo alle strette dai suoi stessi collaboratori. Il destino dell’avvenire sarà esclusivamente nelle sue mani. Esattamente come la possibilità di riscattarsi dai sensi di colpa del suo passato.
In questa pellicola visivamente delineata e tagliente, Steven Spielberg regala un viaggio affilatissimo e ricco di dettagli in quello che si può definire un Cyberpunk raffinato. Il distopismo si riconduce alla stessa Precrime per cui si cerchi di controllare il fato e l’etica morale stessa delle persone, la tecnologia invade e pervade ogni singolo contesto. Dall’uso ‘aereo’ e stilizzato delle cartelle e dei fotogrammi del computer con cui John armeggia in sala di analisi delle singole precognizioni percepite dai fratelli Precog, alle vetture, alla città stessa, alle ambientazioni, ora sofisticate e svettanti e prive di meccanicismi da una parte, ora deteriorate dal tempo e ridotte ad ammasso di civiltà suburbana dall’altra. In definitiva oltre a rappresentare un valido baluardo del genere, Minority Report invita a una splendida riflessione: Il libero arbitrio è un diritto inalienabile di ognuno. Dovremmo sempre ricordarlo. Senza remore, senza condizioni. Sempre.
4. Strange Days (1995)

Poetico. Disturbante. Lacerante e in maniera del tutto preoccupante, troppo, davvero troppo vicino alla realtà che viviamo tutti i giorni. La pellicola di Kathryn Bigelow inquieta e la trama scritta dall’allora marito James Cameron apre un vortice di ossessione mista alla malinconia, esattamente il vortice in cui vive e arranca il protagonista Lenny Nero interpretato da un impeccabile Ralph Fiennes. Il tocco geniale, e allo stesso tempo da artista, è ambientare una storia così fitta e intricata e ‘sporca’ di fantascienza praticamente ai giorni nostri. Per la precisione siamo alla fine del millennio, al passaggio da un’era all’altra, e in questa Los Angeles contaminata dal degrado e dalla fatiscenza, troviamo uno sprazzo di futuro. Lo smercio e spaccio di una nuova droga. Il filo-viaggio, sezioni di vita intere vissute e ‘registrate’ direttamente dalla corteccia cerebrale su dischetti riproducibili con un sensore neurale.
Lenny da ex poliziotto si guadagna da vivere così, spacciando pezzi di vita a persone che vogliono provare nuove emozioni, o sensazioni che non possono permettersi, o frammenti di vite parallele che hanno sempre soltanto potuto sognare. Lenny fa questo e infrange la legge, ma ha il cuore d’oro. Fa quello che fa con poesia, cercando di non spacciare i Black Jack, registrazioni di morti in diretta, ma tutto si complica, la sua esistenza di per sé già precaria e disastrata viene messa in pericolo con una serie di eventi spiacevoli riguardanti la sua ex partner, poliziotti invasati e persecutori, assassini e la costante folle frenesia in crescita per la fine del millennio. Strange Days è un film stupendo, perché riesce a evidenziare un senso di dolcezza tetra e allo stesso sublime in un caos dilagante e spietato. La sensibilità di Lenny è ciò che permette agli spettattori di continuare a credere nel genere umano, mentre l’elemento distopico è dato dal governo e dalla polizia corrotta che invadono le strade di un mondo alla deriva di sé stesso.
5. Nirvana (1997)

Capolavoro tutto nostrano e fulgido esempio di come si possa riuscire a redigere un lungometraggio Cyberpunk in contesto italico. Nirvana rimane una chicca preziosa tra le pellicole anni novanta, vantando un’originalità e un ritmo narrativo davvero peculiari. I temi sono quelli giusti, i personaggi anche, la regia di Salvatores è eccelsa e l’atmosfera perfetta. La storia è seria, l’implicazione della mafia, lo struggersi per l’amata irraggiungibile da parte del protagonista Christopher Lambert, tutto è denso e soprattutto trasmette una sensazione di vissuto, di usato, persino le locations, i macchinari stessi con cui ‘volare’ e immergersi nella rete, seppur avanzati tecnologicamente e lontani dal nostro domani, riconducono a un senso di consumato e usurato vicino al senso di obsoleto.
Nota di merito in aggiunta, l’interpretazione di Diego Abantatuono e di tutta una serie di comici che abbattono la sfera di tetraggine e inquietudine instaurate nel filone narrativo portante, senza mai decadere in situazioni demenziali o pacchiane, ma anzi imperniando il mantenimento dell’opera sul nostalgico e tragicomico fin dalle prime battute rivolte dal protagonista del videogioco allo schermo del creatore del videogioco. Rottura della quarta parete e via. Un film indimenticabile, un film di cui essere pienamente fieri perché italiano e un film pieno di stile e che trasuda atmosfere Noir e Cyberpunk esplicitamente senza rinunciare all’originalità della storia. Ancora una volta, attraverso il personaggio di Abatantuono, l’interrogativo viene posto sulla coscienza.
Un personaggio virtuale può sentire e percepire il mondo attraverso le sue sensazioni?
6. Johnny Mnemonic (1995)

L’omonimo racconto di William Gibson fornisce le basi per architettare il lungometraggio. Il racconto è breve, diretto, brutale e asciutto. Ce ne si accomiata con un sorriso abbozzato e una sensazione di inno alla ribellione. Un esultare in favore dei Punk che abitano i sobborghi della città. Il film sviluppa una trama articolata e diventa ai tempi, un vero e proprio cult. Keanu Reeves ben calato nella parte, è un corriere di dati, ha rinunciato a una parte della propria memoria per farsi impiantare nel cervello un hard disk in grado di contenere una quantità di dati enorme (o almeno così la si considerava all’uscita del trailer negli anni novanta). Rispetto alla storia originale Gibson che contribuisce alla sceneggiatura del film stesso, amplia e dona al filo narrativo più corpo e definisce maggiormente i dettagli. Johnny accetta di trasportare dati segreti sottratti alla multinazionale Pharmakom la quale li rivuole a tutti i costi.
Verranno scandagliati contro Johnny assassini cibernetici, cyborg predicatori folli e si scatenerà una vera caccia all’uomo. L’unica sua salvezza verrà rappresentata da Jane. Guardia del corpo con innesti cibernetici che scorterà Johnny dai Lo-Tek (i punk di cui sopra) i quali posseggono l’unica tecnologia in grado di estrapolargli quel che sta trasportando. In tutto questo, nel mondo dilaga il tremore nero. Una malattia epidemica sviluppata dalla continua esposizione alle apparecchiature tecnologiche. Chissà che Johnny non abbia dentro di sé informazioni che possano sbloccare la situazione a livello globale? Il capo dei Lo-Tek crederà in lui. Il lungomettraggio dona un’ambientazione e una bellezza narrativa delineata, collocando ogni tassello al proprio posto, divenendo un vero e proprio pilastro per il genere.
7. Atto di Forza (1990)

StudioCanal
Storia di Philip K. Dick e regia di Paul Verhoeven voluta dallo stesso Schwarzenegger il quale si prodiga per interpretare il protagonista. Ne fuoriesce un film fantastico. Dinamico, performante, sincopato e soprattutto, crudo. La regia è ritmata, energica, ma volutamente dura. Come crudi sono gli effetti speciali e i make-up degli attori che interpretano i ribelli sul pianeta rosso. Total Recall diviene così dal racconto al lungometraggio una storia che include innesti di memoria, doppiogioco, spionaggio e azione, ma ancora una volta, il tema della ribellione. La resistenza costituita dai menomati, dai freaks che si oppongono con ogni forza allo strapotere delle corporazioni, del distopismo e della tirannia.
Immaginate di svegliarvi un bel giorno e di percepire, o meglio ricordare dei frammenti di una vita che non è la vostra, magari un qualcosa che vi alletta. Essere un agente segreto e vivere un’avventura su di un altro pianeta e liberarlo dalle coercizioni imposte per marciare vittoriosi al fianco della persona che amate. Un sogno bello, ma lontano, quasi impossibile. E se scopriste che, invece, quella vita l’avete vissuta, interpretata, ma vi è stata nascosta, celata, perché siete riusciti a smuovere troppi tasselli, troppe caselle fondamentali per riuscire a scoperchiare l’organizzazione di fuorilegge che si oppongono al sistema?
Probabilmente vi lascereste convincere che è tutto frutto della vostra immaginazione, complici lo stress e la frenesia della società magari e ve ne tornereste alla vostra vita di tutti i giorni silenziosamente. Oppure. Oppure potreste reagire e prendere in mano le redini della vostra esistenza e combattere affinché la libertà trionfi e i mondi possano avere una possibilità di futuro vivibile e prospero e vi potreste schierare a favore degli oppressi. A voi la scelta.
