Cosa ricordiamo della nostra vita? Della nostra famiglia? Come facciamo a sapere che quei ricordi sono reali, che sono accaduti davvero e non sono solo un frammento di qualcos’altro? Una torcia diventa un’arma, un letto diventa un dirupo, una madre diventa una figlia. Un saluto si trasformerà in gentilezza. E quando tutto si perde nel tempo e nella memoria, quello che resta è solo quella gentilezza.
Su questa premessa si sviluppa il bellissimo e toccante Tangles, presentato tra le proiezioni speciali al Festival del cinema di Cannes 2026. L’ennesima dimostrazione di quanto i film d’animazione possano ritagliarsi anche un pubblico di soli adulti. Con una tecnica 2D che richiama quella tradizionale e uno stile naturale, fresco e che non lesina sulle scene di sesso o il nudo nella quotidianità, Tangles va oltre l’impressione di voler stupire per il suo stile unico e cattura l’attenzione per le emozioni che genera.
Una storia troppo vera

La storia inizia con una frase emblematica: “Questa è una storia vera… o almeno è così che io la ricordo”. Tangles lo suggerisce già da questa prima frase, per poi urlarlo lungo tutta la visione. La verità non sarà mai oggettiva, sporcata da impressioni sbagliate, da ricordi confusi ed emozioni che hanno il sopravvento sulla realtà dei fatti. Solo due cose sono vere nel senso più puro del termine: la malattia e l’affetto. Ed ecco che ci ritroviamo a osservare la vita di Sarah, una ragazza che cerca di sfondare nel settore dei fumetti e delle illustrazioni, ma deve districarsi tra una fidanzata che vuole qualcosa di più, una sorella che vuole una vita diversa e una madre che, purtroppo, inizia ad avere i primi accenni dell’Alzheimer.
Su questa malattia ruotano tutte le vicende, oltre ai momenti più toccanti, ma c’è molto altro. C’è una vita, vissuta nel pieno delle sue potenzialità. C’è una famiglia che ride, scherza, piange, si riunisce e raccoglie memorie per i posteri. E c’è uno stile visivo e artistico che richiama la versione fumettistica su cui è basato il film, ma reinventandolo e portandolo a pieno compimento. Ogni linea, ogni frame è pura magia filmica. Tecnicamente è praticamente perfetto. Sul contenuto c’è molto altro da dire.
Il peso dei ricordi

In questo 2026, Cannes si ritrova ad attraversare un fil rouge, una tematica che ritroviamo in più di una pellicola. Ed è proprio il morbo di Alzheimer. Tanti hanno affrontato questo tema in passato, altri lo stanno facendo attualmente, ma nessuno con la potenza visiva ed emotiva di Tangles. Gli sguardi, i tic, le parole incomprese, gli oggetti che non hanno più un senso logico. E tra tutti questi aspetti, questi dettagli, esplode lo sguardo di una figlia che non ritrova quello della madre. Una madre che l’ha cresciuta non temendo mai i mostri nell’oscurità. Battendosi sempre per i propri sogni e le proprie convinzioni.
Quando quella madre perde coscienza di sé e torna a sentire se stessa quale una bambina, sarà la figlia a doversi fare forza e a proteggere la donna che l’ha cresciuta. Tuttavia deve anche essere in grado di saperla lasciare andare. Ed è in quei momenti che il film scatena la sua forza emotiva. Nei pianti soffocati su un asciugamano. Nei tremori delle labbra a un matrimonio. Nei corpi che si stringono in un abbraccio. Perché è questo Tangles, un film animato sopraffino che non culla lo spettatore, non lo rassicura, ma lo accompagna lungo una storia straordinaria. Perché, per quanto ci sforziamo, un giorno dimenticheremo. Fino a quel momento, ci viene ricordata l’importanza di vivere.
