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Nella galassia conservatrice americana si sta consumando una frattura che pochi avrebbero immaginato solo qualche mese fa. Alcuni tra i più influenti volti del movimento Maga, da anni fedeli sostenitori di Donald Trump, stanno ora prendendo apertamente le distanze dal tycoon, mettendo in discussione non solo le sue scelte politiche ma anche la sua stessa tenuta mentale. Un terremoto che arriva nel momento peggiore possibile: a poche settimane dalle cruciali elezioni di midterm.

A segnare il punto di non ritorno è stato Alex Jones, il controverso podcaster complottista che per anni ha rappresentato una delle voci più ascoltate dell’universo trumpiano. Durante una puntata del suo programma, Jones ha usato parole durissime: ha definito Trumpfinito” e in “caduta libera“, invitando esplicitamente i candidati repubblicani a sganciarsi dal presidente in vista delle elezioni di medio termine. Non si è trattato di una critica isolata o di una presa di posizione strategica. Jones ha parlato apertamente di un presunto declino mentale, evocando problemi fisici e segnali di deterioramento che renderebbero Trump inadatto a guidare il partito.

La presa di posizione di Jones non è un caso isolato. Joe Rogan, il podcaster più ascoltato d’America, ha definito “folle” il conflitto con l’Iran, esprimendo perplessità sulla gestione della crisi internazionale. Andrew Schulz, comico e conduttore di podcast con milioni di ascoltatori, ha criticato duramente alcune politiche sull’immigrazione. Megyn Kelly, ex volto di Fox News e figura di riferimento del conservatorismo americano, ha accusato l’amministrazione di mancanza di trasparenza sul numero reale di vittime americane nella guerra con l’Iran. Secondo i dati ufficiali, i soldati uccisi sarebbero 13, con decine di feriti, ma Kelly sostiene che il bilancio reale potrebbe essere molto più grave e che informazioni cruciali sarebbero state omesse o filtrate.

Queste voci si inseriscono in un quadro già complicato per la Casa Bianca. Secondo un sondaggio dell’Università del Massachusetts, il consenso di Trump sarebbe sceso al 33%, un dato che rappresenta un minimo significativo rispetto ai mesi precedenti. Un crollo che non può essere ignorato, soprattutto a ridosso di elezioni che rappresentano un banco di prova fondamentale per i repubblicani. Ma cosa sta alimentando questo malcontento crescente anche tra gli elettori più fedeli. Le ultime settimane hanno offerto diversi esempi che hanno alimentato il dibattito sulla lucidità del presidente.

Gaffe diplomatiche, dichiarazioni contraddittorie e una comunicazione sempre più caotica hanno fatto interrogare molti osservatori sulla sua effettiva capacità di gestire una fase storica così delicata. C’è stata la battuta infelice sull’attacco di Pearl Harbor durante un incontro con la premier giapponese Sanae Takaichi. Ci sono stati i frequenti cambi di posizione sulla guerra in Iran, con Trump che in più occasioni ha sostenuto contemporaneamente che il conflitto fosse già risolto e che restassero ancora obiettivi da raggiungere, creando una narrazione difficile da interpretare persino per gli alleati.

A tutto questo si aggiunge una presenza costante e febbrile sui social, in particolare su Truth Social, dove i messaggi del presidente spesso mescolano commenti attuali e contenuti del passato riproposti senza contesto, alimentando l’impressione di una comunicazione sempre meno controllata. Diversi specialisti sono intervenuti nel dibattito. Lo psicologo John Gartner, citato dal quotidiano El Pais, sostiene da tempo che il presidente presenti caratteristiche riconducibili al cosiddetto narcisismo maligno“: una combinazione di egocentrismo estremo, mancanza di empatia, impulsività e una costante percezione di essere sotto attacco. A questi elementi si aggiungerebbe una forte tendenza alla grandiosità, evidente nelle frequenti autocelebrazioni e nell’insistenza su presunti successi personali.

Altri esperti, come Vince Greenwood, hanno ipotizzato anche la presenza di segnali compatibili con un declino cognitivo. Tra gli indizi citati figurano difficoltà linguistiche, ripetizioni e una crescente disinibizione nel linguaggio. Tuttavia, il tema resta altamente controverso. La American Psychiatric Association vieta ai propri membri di formulare diagnosi su figure pubbliche senza una valutazione diretta e il consenso del paziente, una regola nata proprio per evitare abusi e strumentalizzazioni. Questo limite rende il dibattito inevitabilmente incompleto: da un lato ci sono osservazioni basate su comportamenti pubblici, dall’altro l’impossibilità di una diagnosi clinica ufficiale.

La Casa Bianca respinge con decisione ogni accusa, citando test cognitivi e controlli medici che attesterebbero la piena idoneità del presidente. E accanto alle critiche esiste una narrativa completamente opposta, sostenuta dai collaboratori più stretti e da una parte consistente dell’elettorato. In questa visione, Trump non sarebbe affatto in difficoltà, ma incarnerebbe un modello di leadership completamente nuovo. Alcuni lo definiscono addirittura unpresidente sovrumano“, capace di sostenere ritmi di lavoro elevatissimi, di mantenere una presenza mediatica costante e di dominare il dibattito pubblico come pochi altri leader nella storia recente. Ciò che per i critici è segno di instabilità, per i sostenitori è invece prova di energia, autenticità e forza politica.

Il dissenso interno alla galassia Maga arriva comunque in un momento politicamente delicatissimo. Le elezioni di medio termine rappresentano un banco di prova cruciale per i repubblicani, e il rischio di una frattura interna potrebbe avere conseguenze significative sull’assetto del Congresso e sulla capacità di governare dell’amministrazione. La presa di distanza da parte di influencer e opinion leader segna un passaggio potenzialmente decisivo: per la prima volta, una parte consistente dell’ecosistema mediatico trumpiano sembra pronta a voltare pagina. Il sentimento comune, rilanciato da queste piattaforme mediatiche che raggiungono decine di milioni di persone, è quello di una base che si sente tradita su alcune scelte chiave, soprattutto in politica estera. E quando personaggi come Alex Jones, che hanno costruito la loro carriera difendendo Trump anche nelle situazioni più controverse, iniziano a parlare di fine, il segnale politico diventa impossibile da ignorare.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.