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La faida tra Donald Trump e Bruce Springsteen ha raggiunto un nuovo picco di animosità giovedì mattina, quando il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato su Truth Social una serie di attacchi veementi contro la leggenda del rock, definendolo “una prugna secca” e “un perdente totale“. La risposta arriva dopo che Springsteen, durante la prima tappa del suo tour Land of Hope and Dreams a Minneapolis martedì sera, aveva lanciato dure accuse contro l’amministrazione Trump, definendolacorrotta, incompetente, razzista e traditrice“. Lo scontro tra i due miliardari non è certo una novità, ma la violenza verbale di questa ultima escalation segna un punto di non ritorno. Trump non si è limitato a contestare le posizioni politiche del Boss: ha attaccato frontalmente il suo aspetto fisico, insinuando che Springsteen sembri aver “sofferto terribilmente per il lavoro di un pessimo chirurgo plastico“. Un’offensiva personale che esula dai canoni tradizionali del dibattito politico, anche per gli standard poco convenzionali del presidente.

Nel suo post, Trump ha anche invitato i suoi sostenitori a boicottare il tour di Springsteen, definendo i suoi concerti “ORRIBILI” e i biglietti “TROPPO CARI“. “Il MAGA dovrebbe boicottare i suoi concerti costosi, che fanno schifo“, ha scritto il presidente in maiuscolo. “Risparmiate i vostri soldi guadagnati con fatica. L’America è tornata“. Un appello che mescola critica artistica, considerazioni economiche e retorica nazionalista in un cocktail comunicativo tipico dello stile Trump. Il concerto di Minneapolis aveva segnato l’inizio del tour con un chiaro statement politico. Springsteen aveva aperto lo show con le note di War, accompagnate dalla celebre frasea cosa serve la guerra? Assolutamente a niente“. Prima di iniziare a suonare, aveva detto al pubblico: “Viviamo tempi pericolosi“, lanciandosi poi in una requisitoria contro l’amministrazione Trump che non lasciava spazio a interpretazioni ambigue.

La rivalità tra i due affonda le radici nel 2016, quando Trump, ancora candidato alla presidenza, utilizzava Born in the U.S.A. durante i suoi comizi. Una scelta che Springsteen trovò profondamente inappropriata, considerando che la canzone è una critica al trattamento dei veterani del Vietnam, non certo un inno patriottico acritico. Il cantante rispose pubblicamente sostenendo Hillary Clinton e definendo Trump un idiota. Da allora, la tensione non ha fatto che aumentare. Springsteen ha attivamente sostenuto Joe Biden nel 2020 e Kamala Harris nel 2024, criticando ripetutamente Trump durante concerti, interviste e nel suo programma su SiriusXM. Lo scorso anno, durante un concerto in Inghilterra, aveva definito Trump “un presidente inadatto” a capo di “un governo canaglia“, accusando i miliardari americani più ricchi di “provare piacere sadico nel dolore che infliggono ai lavoratori americani fedeli“.

Trump aveva risposto definendo Springsteen “sopravvalutato, non un talento, solo un idiota invadente e odioso“. Nel maggio 2025, la faida era diventata ancora più surreale quando il presidente aveva postato un video che lo ritraeva mentre colpiva il cantante con una pallina da golf. Entrambi i protagonisti di questo scontro sono miliardari, anche se con patrimoni di dimensioni diverse. Trump vanta un patrimonio stimato in 6,2 miliardi di dollari, costruito principalmente nel settore immobiliare e nelle criptovalute. Springsteen, con il suo 1,2 miliardi di dollari, ha costruito la sua fortuna attraverso decenni di tour e registrazioni, vendendo oltre 140 milioni di album in tutto il mondo e vincendo 20 Grammy. Nel 2021 ha venduto il suo catalogo musicale a Sony per 500 milioni di dollari.

Il dettaglio sui prezzi dei biglietti sollevato da Trump tocca effettivamente un nervo scoperto. Il tour Land of Hope and Dreams ha generato polemiche tra i fan per i costi astronomici: alcuni biglietti Platinum su Ticketmaster hanno raggiunto i 3.000 dollari, con un sistema di prezzi dinamici che aumentava in tempo reale in base alla domanda. Per le date al Prudential Center nel New Jersey e al Madison Square Garden di New York, i biglietti più economici costavano oltre 275 dollari già a inizio marzo. Trump, nel suo attacco, ha sfruttato questa criticità per presentarsi paradossalmente come difensore dei lavoratori contro un miliardario che vende biglietti a prezzi esorbitanti. Un ribaltamento di ruoli che non passa inosservato, considerando che Springsteen ha costruito la sua intera carriera su canzoni che celebrano la classe operaia americana e denunciano le ingiustizie del sistema.

La guerra tra Trump e Springsteen rappresenta uno scontro più ampio tra due visioni dell’America. Da un lato, il nazionalismo populista e il richiamo al Make America Great Again di Trump. Dall’altro, l’idealismo progressista e la critica sociale incarnati dalla musica di Springsteen. Due narrazioni che si contendono l’anima di una nazione profondamente divisa, dove persino la musica rock diventa terreno di battaglia politica. Il tour di Springsteen proseguirà nelle prossime settimane con altre 19 tappe in città americane, mentre la Casa Bianca continua la sua controversa politica di controlli sull’immigrazione. Se il boicottaggio invocato da Trump avrà successo o se, al contrario, le polemiche aumenteranno l’interesse per i concerti del Boss, lo scopriremo presto. Di certo, questa faida ha già regalato ai media americani settimane di titoli sensazionali e dimostrato ancora una volta come il confine tra politica e spettacolo negli Stati Uniti sia ormai completamente dissolto.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.