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Quando pensiamo a d’Artagnan, ci viene subito in mente il moschettiere guascone di Alexandre Dumas, quello che con Athos, Porthos e Aramis ha fatto sognare generazioni di lettori tra duelli, intrighi di corte e quel famoso motto uno per tutti, tutti per uno. Ma dietro la finzione letteraria si nasconde una figura storica altrettanto affascinante: Charles de Batz de Castelmore, conte e soldato al servizio dei re Luigi XIII e Luigi XIV. Un uomo in carne e ossa che morì in battaglia nel 1673 a Maastricht, nei Paesi Bassi, e il cui corpo era scomparso da oltre tre secoli. Fino a oggi. Archeologi olandesi credono di aver finalmente individuato i resti del vero d’Artagnan, in quella che potrebbe essere una delle scoperte storiche più emozionanti degli ultimi anni. La vicenda ha del cinematografico: tutto è iniziato per caso nella chiesa di San Pietro e Paolo a Maastricht, durante dei banali lavori di ristrutturazione. “Siamo diventati piuttosto silenziosi quando abbiamo trovato il primo osso“, ha raccontato Jos Valke, diacono della chiesa, descrivendo quel momento sospeso in cui il passato irrompe nel presente senza preavviso.

La scoperta è avvenuta mentre si ispezionavano alcune piastrelle del pavimento rotte. Sotto quelle mattonelle, nessuno immaginava cosa si celasse: un muro, e dietro quel muro, uno scheletro. Non uno qualunque: un cranio frantumato ma una colonna vertebrale e un collo perfettamente intatti, segni eloquenti di una morte violenta in battaglia. E poi, il dettaglio che fa accapponare la pelle: un proiettile all’altezza del petto. Esattamente come narrano i libri di storia sulla fine di d’Artagnan. Valke non ha perso tempo e ha chiamato Wim Dijkman, archeologo olandese che insegue questo fantasma storico da ventotto anni. Quasi tre decenni passati a setacciare archivi, studiare mappe antiche, seguire indizi che si perdevano nel nulla. Per Dijkman, questa potrebbe essere la scoperta che corona un’intera carriera. “Sono sempre molto cauto, sono uno scienziato“, ha dichiarato all’emittente olandese L1nieuws, ma ha aggiunto con una punta di emozione controllata: “Tuttavia, ho grandi aspettative“.

Gli indizi che collegano questo scheletro al celebre moschettiere sono molteplici e convergenti. Il primo riguarda la posizione della tomba: lo scheletro è stato trovato esattamente dove un tempo si trovava l’altare della chiesa. Nel XVII secolo, essere sepolti sotto l’altare era un privilegio riservato esclusivamente alla nobiltà o a figure di straordinaria importanza. D’Artagnan, come conte e valoroso soldato del re, rientrava perfettamente in questa categoria. Il secondo indizio è quel proiettile trovato all’altezza del torace. Le cronache dell’epoca documentano che d’Artagnan morì colpito durante l’assedio di Maastricht nel 1673, una delle tante battaglie che caratterizzarono le guerre di Luigi XIV per espandere i confini francesi. La corrispondenza tra la ferita dello scheletro e i resoconti storici è impressionante.

E poi c’è la moneta. Tra i resti è stata rinvenuta una moneta datata 1660, coniata dal vescovo che celebrava le messe per re Luigi XIV. Un oggetto che collega direttamente quel luogo e quel periodo al contesto storico del vero d’Artagnan, un soldato che serviva proprio quel sovrano. La figura storica di Charles de Batz de Castelmore merita di essere conosciuta tanto quanto il personaggio letterario che ha ispirato. Nato in Guascogna agli inizi del Seicento, entrò giovanissimo nei ranghi dei moschettieri del re, una guardia d’élite che proteggeva la persona del sovrano. La sua ascesa fu rapida: coraggio, abilità nella spada e fedeltà incrollabile lo portarono ai vertici della carriera militare, fino a diventare capitano-tenente dei moschettieri sotto Luigi XIV, il Re Sole.

La sua vita fu una successione di campagne militari, missioni diplomatiche e imprese al limite del temerario. Quando Alexandre Dumas scrisse I tre moschettieri nel 1844, attinse proprio dalle memorie di questo soldato, romanzandole e arricchendole di elementi narrativi che avrebbero reso il suo d’Artagnan immortale. Il vero conte aveva però vissuto avventure altrettanto straordinarie, anche se meno ricche di complotti amorosi e rivalità teatrali. La sua morte a Maastricht chiuse una vita intensa a 61 anni. Durante l’assedio della città, d’Artagnan guidava le truppe francesi quando fu colpito da un colpo di moschetto. Morì sul campo, come un soldato. Fu sepolto con gli onori militari in una chiesa locale, ma nei secoli successivi la memoria esatta del luogo andò perduta. Le chiese venivano ristrutturate, le lapidi spostate o distrutte, gli archivi bruciavano nelle guerre. Il conte-moschettiere divenne un fantasma, presente nella letteratura ma assente dalla storia tangibile.

Ora, questo scheletro sotto l’altare potrebbe finalmente restituirgli una materialità. Gli archeologi hanno trasferito i resti in un istituto archeologico a Deventer, nei Paesi Bassi, mentre campioni di DNA sono stati inviati a Monaco di Baviera per analisi genetiche approfondite. “Vogliamo essere assolutamente certi che sia d’Artagnan“, ha spiegato Dijkman. La prudenza scientifica è d’obbligo: servono prove inconfutabili prima di poter dichiarare risolto un mistero di tre secoli e mezzo. Il processo di identificazione non è semplice. Dopo oltre 350 anni, il DNA degradato rende complessa l’analisi. Gli esperti cercheranno di confrontare il materiale genetico con eventuali discendenti della famiglia de Batz de Castelmore o con altri riferimenti genealogici dell’epoca. Anche l’analisi delle ossa può fornire informazioni preziose: l’età al momento della morte, lo stile di vita, eventuali traumi precedenti, la dieta. Tutto può contribuire a costruire il profilo di questo individuo e a confrontarlo con ciò che sappiamo del vero d’Artagnan.

La chiesa di San Pietro e Paolo a Maastricht è ora al centro di un’attenzione mediatica inaspettata. Per decenni, forse secoli, fedeli e visitatori hanno camminato su quelle mattonelle senza immaginare chi riposasse sotto i loro piedi. La scoperta ricorda quanto la storia sia stratificata, nascosta sotto la superficie del quotidiano, pronta a riemergere nel momento meno atteso. Jos Valke ha descritto l’atmosfera del ritrovamento come silenziosa, quasi sacrale. C’è qualcosa di profondamente evocativo nel pensare che un eroe letterario tanto amato possa avere un volto reale, ossa vere, una morte documentata da un proiettile conficcato nel petto. La letteratura e la storia si toccano, si sovrappongono, si confondono.

Per l’Italia, paese che ha sempre amato I tre moschettieri attraverso innumerevoli edizioni, film e adattamenti televisivi, questa scoperta ha un fascino particolare. D’Artagnan rappresenta un archetipo dell’eroe romantico: coraggioso, leale, impetuoso, capace di grandi gesti. Sapere che quell’archetipo derivava da un uomo reale, che ha davvero combattuto e che è morto con un proiettile nel petto, aggiunge una dimensione tragica e autentica alla leggenda. Ora non resta che attendere i risultati delle analisi del DNA. Se la scienza confermerà ciò che gli indizi archeologici suggeriscono, Wim Dijkman potrà finalmente concludere la sua caccia durata quasi tre decenni. E il mondo potrà dare un volto, o almeno uno scheletro, al moschettiere più famoso della letteratura. Un uomo che ha vissuto per il re, è morto in battaglia e ha ispirato uno dei romanzi d’avventura più letti della storia. Uno per tutti, tutti per uno: anche nella ricerca della verità storica.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.