Ci sono parole che, anche in politica, superano ogni confine di decenza. E quelle pronunciate da Donald Trump sabato scorso, pochi minuti dopo l’annuncio della morte di Robert Mueller, hanno fatto esattamente questo: hanno infranto un tabù talmente radicato da provocare condanne trasversali, dai democratici fino a esponenti di peso del Partito Repubblicano. Robert Mueller, ex direttore dell’FBI e volto simbolo dell’indagine sul Russiagate, si è spento venerdì sera all’età di 81 anni. La notizia ha scosso Washington, riportando alla memoria il ruolo cruciale che questo veterano dell’intelligence ha giocato nella storia americana recente: dalla trasformazione dell’FBI in un’agenzia antiterrorismo dopo l’11 settembre, fino all’inchiesta che ha messo sotto la lente il presunto coordinamento illegale tra la campagna presidenziale di Trump del 2016 e la Russia.
La reazione del presidente in carica non si è fatta attendere. Sabato mattina, Trump ha pubblicato un post sui social media che ha gelato anche i suoi sostenitori più fedeli: “Robert Mueller è appena morto. Bene, sono contento che sia morto. Non può più fare del male a persone innocenti“. Poche righe, cariche di un astio che nemmeno la morte sembra aver placato. L’indignazione è esplosa immediata e trasversale. Adam Schiff, senatore democratico della California, ha scritto su X che “ogni giorno questo presidente dimostra la sua fondamentale indecenza e inadeguatezza per l’incarico“. Parole dure, ma non isolate. Il rappresentante democratico Dan Goldman ha rincarato la dose, definendo Trump “disgustoso” per aver celebrato la morte di Mueller “semplicemente perché lui ha esposto gli sforzi di Trump per rubare le elezioni del 2016“.
Chuck Schumer, leader democratico al Senato, ha letto nelle parole del presidente una strategia di distrazione dalle crescenti controversie che stanno investendo l’amministrazione: dalla guerra in Medio Oriente agli abusi attribuiti all’Immigration and Customs Enforcement, fino al caso Epstein. “La crudeltà è il punto“, ha scritto Schumer su X, sintetizzando in quattro parole il senso di sgomento che ha attraversato l’aula del Congresso. Ma quello che rende questa vicenda ancora più esplosiva è la frattura interna al fronte repubblicano. Michael Steele, ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, ha pubblicato un messaggio diretto e feroce indirizzato a Trump: “Sei un uomo vile e disgustoso. Meschino e patetico, sei un ipocrita che puzza di debolezza e insicurezza, senza alcun nucleo morale. A prescindere dalla politica, il popolo americano dovrebbe vergognarsi per averti mai affidato la leadership“.
Steele non è un nome qualunque: rappresenta quella corrente repubblicana tradizionale che fatica sempre più a riconoscersi nell’era Trump. Il suo intervento segna un momento di rottura, una crepa nel muro di omertà che troppo spesso ha caratterizzato il partito di fronte agli eccessi del presidente. Naturalmente, non mancano le voci a difesa. Laura Loomer, attivista di estrema destra, ha sostenuto che Trump “ha detto quello che tutti stanno pensando” riguardo a Mueller. Roger Stone, ex consigliere presidenziale e figura controversa, ha scelto un registro diverso, quasi biblico: “Il giudizio su Robert Mueller è stato trasferito a un tribunale molto più alto“, ha scritto su X, lasciando intendere che la vera resa dei conti per l’ex direttore dell’FBI sarà divina, non terrena.
Questa polarizzazione estrema riflette quanto profondo sia ancora il solco scavato dall’indagine di Mueller. Per i sostenitori di Trump, il rapporto finale del procuratore speciale ha rappresentato una caccia alle streghe politicizzata, un accanimento ingiusto contro un presidente eletto democraticamente. Per i suoi detrattori, Mueller ha semplicemente fatto il suo dovere, portando alla luce connessioni inquietanti e tentativi di ostruzione alla giustizia che meritavano un esame rigoroso. La morte di Mueller non chiude quel capitolo. Anzi, le parole di Trump lo riaprono con violenza, trasformando quello che avrebbe dovuto essere un momento di commemorazione istituzionale in un nuovo campo di battaglia politico. E mentre Washington si interroga sui limiti del linguaggio presidenziale e sul confine tra libertà di espressione e responsabilità istituzionale, resta una domanda: fino a che punto l’America è disposta a tollerare che la rabbia personale di un leader travolga ogni convenzione, anche quella più elementare del rispetto per i morti?



