Un nome quasi identico, una sola lettera di differenza, e una battaglia legale che mette di fronte due mondi opposti: l’alta moda e l’editoria indipendente. Da una parte Condé Nast, gigante dell’editoria e proprietario di Vogue; dall’altra Dogue, una piccola rivista dedicata alla moda per cani. Quello che poteva sembrare un semplice gioco di parole si è trasformato in un caso giudiziario complesso, con accuse di violazione del marchio e danno d’immagine.
Tutto ruota attorno a una questione centrale: la possibilità che il pubblico possa confondere due marchi. Condé Nast sostiene che Dogue sia stato progettato appositamente per richiamare Vogue, sia nel nome sia nel logo, creando un’associazione indebita tra due prodotti editoriali completamente diversi. Secondo l’accusa, questa somiglianza potrebbe far credere ai lettori che esista un legame ufficiale, danneggiando così l’immagine di uno dei marchi più iconici della moda.
La rivista “incriminata” è però molto diversa per scala e natura. Nata come progetto indipendente della graphic designer Olga Portnaya, Dogue ha iniziato il suo percorso sui social nel 2019, per poi arrivare alla stampa con una tiratura limitata a meno di 100 copie. È distribuita online gratuitamente e in una sola edicola a Beverly Hills. Le sue pagine trasformano i cani in vere star: levrieri in abiti da sera, labrador con trench coat, cuccioli fotografati come modelli di alta moda.
Nonostante le dimensioni ridotte, Condé Nast ha deciso di intervenire con una diffida formale, chiedendo il pagamento dei danni, la distruzione delle copie esistenti e il cambio del nome della rivista. Una posizione rafforzata anche dal fatto che nel 2024 Vogue ha lanciato una propria versione digitale chiamata “Dogue”, dedicata ai cani delle celebrità, un elemento che complica ulteriormente la disputa.
Dal canto suo, Olga Portnaya respinge le accuse e rivendica l’identità autonoma del progetto. Secondo lei, Dogue è una rivista ironica e creativa, pensata per celebrare i cani come protagonisti e non come accessori. La fondatrice ha trasformato la vicenda in una battaglia simbolica per tutti i creatori indipendenti, avviando una raccolta fondi per sostenere le spese legali.
Dal punto di vista giuridico, il nodo è il cosiddetto “rischio di confusione”. Le cause per violazione del marchio si basano proprio sulla possibilità che il consumatore medio possa essere tratto in inganno sull’origine di un prodotto. Esperti di diritto sottolineano che casi come questo non sono semplici: la valutazione dipende da molti fattori, tra cui somiglianza visiva, contesto e pubblico di riferimento.
Il processo potrebbe durare a lungo e comportare costi significativi per entrambe le parti. Sarà il tribunale a stabilire se Dogue rappresenti davvero un rischio per Vogue o se, invece, si tratti di un progetto chiaramente distinguibile. Questa vicenda è particolarmente utile per comprendere come funzionano i marchi nel mondo reale: non basta cambiare una lettera per evitare problemi legali. Allo stesso tempo, solleva un tema importante sull’equilibrio tra tutela dei grandi brand e libertà creativa dei piccoli progetti indipendenti.



