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Tra le strade fredde, sporche e colme di insicurezza della città di Birmingham, la banda dei Peaky Blinders ha saputo crearsi un nome e un’aura attorno a sé fatta di rispetto e paura. Le sei lunghe stagioni targate BBC One e Netflix avevano regalato agli spettatori più affezionati anni di risse, affari, camminate carismatiche, tradimenti e intrecci storici degni di nota. Il finale di Peaky Blinders era tanto aperto quanto dignitosamente conclusivo e molti spettatori avevano ormai accettato l’idea di aver salutato per l’ultima volta le vicende della famiglia Shelby. O almeno così credevano.

A distanza di 4 anni, per ordine dei Peaky Blinders, Steven Knight torna a scrivere una nuova storia con l’intento di proseguire l’arco narrativo della famiglia Shelby e il risultato che ne consegue è un prodotto ideato a cuore aperto per i fan amanti della serie; una pellicola che mantiene l’anima e il cuore pulsante delle sei stagioni, che regala attimi di tensione, gioia e dolore, ma che non riesce realmente a dare un senso alla propria esistenza.

Cos’altro c’era da raccontare ?

Cillian Murphy nei panni di Thomas Shelby nel nuovo film sequel di Peaky Blinders
Cillian Murphy nella prima immagine dal film Peaky Blinders, fonte: Netflix

La sesta stagione della serie si concluse con il protagonista Tommy Shelby che, dopo aver scoperto di non essere realmente malato, fugge dalla vita che ha condotto per anni e risparmia il medico che gli aveva diagnosticato la tubercolosi cronica. Da quella conclusiva corsa a cavallo sono passati sei anni e adesso il Rom Baro (capo dei rom) vive in una villa lontana da tutti, aiutato da Johnny Dogs. Nel frattempo, nel pieno della seconda guerra mondiale, la banda dei Peaky Blinders continua a esistere ed è capeggiata dal figlio “rom” di Thomas: Duke (Barry Keoghan).

Quest’ultimo intraprende degli affari con il collaboratore britannico filo-nazista Beckett (Tim Roth), il quale vuole introdurre sterline britanniche contraffatte. Tommy Shelby è richiamato a Birmingham per risolvere la situazione, ma sarà ancora in grado di gestire situazioni simili? L’ex capo dei Peaky Blinders è riuscito a mettersi il passato alle spalle? Sono queste le domande a cui il film sequel diretto da Tom Harper tenta di dare delle risposte.

Il Rom Baro

Thomas Shelby a cavallo nel film sequel.
Thomas Shelby a cavallo nel film, fonte : Netflix

Thomas Shelby è un personaggio che è sempre riuscito a funzionare per due ragioni: il potente carisma che possiede e la coerenza narrativa con cui è stato trattato per tutte e sei le stagioni. L’ex capo della banda di Birmingham è un uomo distrutto che ha subito numerosi traumi nel corso degli anni e ciò l’ha condotto a spegnersi emotivamente con il passare degli anni. Gli orrori della guerra, la sua amata Grace, il crollo familiare e la figlia Ruby hanno innescato nel personaggio un’anestesia mentale nei confronti della vita e del mondo esterno. La pellicola continua ad approfondire in modo dignitoso e rispettoso il caos mentale di Shelby regalando spunti di riflessioni notevoli sull’elaborazione del trauma e del lutto, confermando il già ottimo lavoro svolto dalla serie.

La pellicola si concentra in modo decisivo sul personaggio di Cillian Murphy (che torna nei panni di Shelby in forma impeccabile), concentrandosi sulla psicologia del personaggio, sui suoi traumi e le sue paure. La presenza di Duke diventa un pretesto narrativo per sviluppare maggiormente il personaggio di Tommy – il giovane capo non è mai veramente approfondito o trattato. Inoltre, il rapporto padre-figlio non prende neanche per un attimo il fulcro della narrazione, rivelandosi a tutti gli effetti trascurato e a dir poco futile agli intenti narrativi. Questo concetto conferma una prevedibile pigrizia nella scrittura, con Kinght che si limita a sfruttare il lavoro della serie e il personaggio di Tommy evitando di approfondire dinamiche più complesse come il contesto storico e gli intrecci politici, il personaggio di Ada Shelby o l’attuale stato della banda.

Un film necessario?

peaky blinders
Una foto di Peaky Blinders, fonte: BBC

Guardando Peaky Blinders: The Immortal Man sorge spontaneo domandarsi se c’era bisogno di avere questo film nel catalogo Netflix. La risposta è relativa. La pellicola ha l’intento di mungere la mucca finché dà ancora latte, di conseguenza si rivolge a un pubblico non ancora sazio di momenti alla Peaky Blinders – e la pellicola, da questo punto di vista, ne è piena. Risse, sparatorie, momenti ricchi di tensione, innumerevoli sigarette, una fotografia fredda e una regia elegante… non manca niente in questo film, se non lo scopo. Il film di Peaky Blinders vuole intrattenere e sfruttare il personaggio di Tommy Shelby per regalare ai fan altri momenti iconici da guardare (e ci riesce senza troppi problemi), oscurando però quella fetta di spettatori e fan che possono non trovarsi d’accordo con determinate scelte narrative e che possono riconoscere l’inutilità spirituale di un proseguimento della storia.

Il creatore e sceneggiatore Steven Knight ha già dichiarato di non voler fermarsi a questa pellicola e di aver già in mente altre idee in merito a futuri film o progetti spin-off riguardanti il mondo di Peaky Blinders, di conseguenza le domande sorgono spontanee. Quanto ancora c’è da raccontare sulla banda di Birmingham, ma soprattutto perché? Il mondo costruito da Knight ha realmente altre storie avvincenti da raccontare o si vuole trasformare il prodotto in qualcosa di puramente commerciale? Non si ha una risposta chiara a queste domande, ma guardando Peaky Blinders: The Immortal Man ci si può già fare un’idea.

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