Uscito nelle sale cinematografiche di tutto il mondo il 17 marzo 2006, V per Vendetta è immediatamente diventato un cult per la maschera di Guy Fawkes, che è entrata ancor più nell’immaginario collettivo nonostante fosse già il simbolo del fumetto originale. Ma anche e soprattutto per Natalie Portman e alcune sequenze memorabili presenti anche nell’opera originale, ma che dialogano con la storia del cinema stesso: Full Metal Jacket e Léon su tutti. Il grido di un singolo uomo che si erge a simbolo per mobilitare un intero popolo: non è a un viso, a un carattere o a una voce che bisogna obbedire, ma a un ideale, che è a prova di proiettile.
Ma questo non vuole essere l’elogio della pellicola. L’anniversario dell’uscita di V per Vendetta ci permette di riflettere sul valore dell’arte come veicolo, attraverso la finzione, di un discorso sul reale. Ed è da questo presupposto che forse le sorelle Wachowski – sceneggiatrici e produttrici del film – hanno adattato il fumetto originale di Alan Moore e David Lloyd modificandone radicalmente alcune parti. Queste modifiche ci parlano, allora, di un reale diverso da quello immaginato dall’opera cartacea. La domanda, a questo punto, è: la distopia del film, di cosa è specchio?
Coincidenze, complotti, macchinazioni

«Io, come Dio, non gioco a dadi e non credo nelle coincidenze». Questa è una delle prime battute di V, quando incontra Evey. Il film, sin dai primi minuti, esplicita un senso preciso: la macchinazione va al di là del volere del regime, ma abbraccia l’intero ordine delle cose. Il fulcro della pellicola è il “grande disegno”: il governo insabbia le sue malefatte, ma non solo. Il partito estremista riesce proprio a raggiungere il potere attraverso la creazione di un virus e del suo antidoto: uccide decine di migliaia di persone facendo credere nello scoppio di un’epidemia, sedandola poi in un secondo momento, ottenendo consenso.
Questo tratto centrale della pellicola è una creazione ex novo delle Wachowski. Le esigenze, durante la pubblicazione dei dieci volumi del fumetto, erano diverse. Gli anni ’80, il periodo Thatcheriano, la guerra fredda e la paura del nucleare spinsero Moore a imbastire un racconto post-atomico, dove il Regno Unito, seppur salvo, era caduto nel totalitarismo. La versione del nuovo millennio, invece, calca la mano sulla paura del terrorista, che nell’immaginario collettivo dei primi anni ’00 era, inevitabilmente, il fondamentalista islamico (assieme agli omosessuali, anche i musulmani sono una delle minoranze perseguitate e cancellate dal regime). E, come anticipato, sulla paura di una possibile epidemia che potesse mettere in ginocchio l’intera società.
L’idea è apparentemente semplice: in una contemporaneità dove si ha paura delle malattie (l’influenza aviaria scoppia nel 2003) e del terrorismo, motore di conflitti inattesi, si immagina un rivoluzionario che combatte un regime e che utilizza queste paure a suo vantaggio. Nel momento in cui si acquietano queste paure, il popolo si sente al sicuro, intontito davanti ad una TV che trasmette solo paccottiglia e propaganda. La grande bugia – per dire la verità – di V per Vendetta (film) è il ritratto di una società che invera il complottismo, lo conferma.
Repressione, giochi di potere, Fato

La bugia di Moore era diversa. Nessun complotto, nessuna macchinazione. Certo, i campi di concentramento non venivano sbandierati (come mai, nella storia); ma la repressione era tangibile. Il popolo sapeva della costante sorveglianza di stampo orwelliano. Ma non è tanto questo che differenzia l’originale dalla riproposizione, quanto piuttosto l’esistenza del Fato. Nella versione cartacea, il potere co-appartiene a un supercomputer (il Fato, appunto) con il quale il dittatore, Adam Susan, sembra quasi intrattenere un rapporto intimo. Il comandante supremo lo vediamo, nelle vignette, sempre davanti allo schermo, in attesa di un consiglio (o di un ordine?) da parte di quella luce accecante.
Centrale, seppur poco discussa, è tutta la sottotrama sugli immediati sottoposti del dittatore, che tramano alle sue spalle in attesa del momento propizio per rovesciarlo. Diventa cogente, per la comprensione dell’apparato di potere, capire questa bugia. Gli organi di controllo, dotati di qualsiasi arbitrio sul popolo, sono pur sempre controllati dall’alto. Inevitabile, dunque, che in un sistema del genere, chi conosce il potere ne desideri ancora di più. Gli organi di controllo smettono di guardare giù ma guardano su. La spinta è quasi adleriana: si è guidati dalla voglia di potere.
La realtà del fumetto, pur parlando di un futuro distopico, guarda anche e soprattutto al passato. Quando Moore mente, non inventa dinamiche: le trasla nella sua distopia. Ciò su cui ci soffermeremo, però, è proprio il Fato, il dialogo che intrattiene con l’assenza di caso nel film.
Ordini dall’alto

Il comandante supremo del film, rinominato Adam Sutler (e non Susan), ha il pieno controllo delle sue decisioni. Il governo inglese è guidato dal volere di Dio, che si incarna nelle parole di Sutler. Nel fumetto, invece, sembra essere di no. Il Fato accompagna il comandante, che ne è quasi assuefatto. In varie occasioni ne ricerca l’approvazione, addirittura l’amore. Un nome così misterioso, quasi metafisico – Fato – assume i tratti di qualcosa di estremamente tangibile: un computer. La grande paura degli anni ’80, forse ancor più dell’olocausto nucleare, si rivela essere la perdita di autonomia di fronte al (finto) volere di uno schermo.
Nel film il Fato manca; ma come dicevamo all’inizio, il grande disegno trascende l’ingerenza governativa. Pur senza il bisogno di parole altisonanti, sembra che la pellicola parli di una provvidenza che tutto aggiusta. La missione di V, l’incontro con determinati personaggi (Evey, il comandante Finch), appare come un allineamento di circostanze fortuite. Ma se Dio non gioca a dadi con l’universo, queste circostanze, fortuite, non sono. L’atto rivoluzionario perde, nella pellicola diretta James McTeigue, la forza della libertà. Se è tutto scritto, lo è anche la rivoluzione.
L’atto anarchico del V di Moore risulta più terreno, più tangibile. Il Fato non è un volere superiore, ma è un dispositivo a cui consapevolmente l’uomo ha delegato le decisioni. Se si segue il Fato, l’ordine dall’alto, non ci si assume la responsabilità delle proprie decisioni. Questo vale per il popolo, assuefatto; così come vale per il comando stesso, che si adagia sulla sua stessa ideologia. La libertà che chiede V è quella, prima di tutto, nei confronti di sé stessi.
20 anni di pellicola per ritornare alla carta

V per Vendetta, lo ribadiamo, è un cult assoluto. Lungi da noi ridimensionarne l’impatto. Questo anniversario, però, ci è servito per mettere a paragone una delle strutture profonde delle due incarnazioni, per metterne in risalto le differenze e, dunque, le rispettive potenze. Le inevitabili modifiche della pellicola sono servite anche, e soprattutto, per motivi di ritmo e di estetica. Il protagonista del film risulta essere più “supereroistico” rispetto alla controparte cartacea, anche nelle movenze e nelle sue abilità. La potenza delle immagini, comunque, è indubbia: i palazzi che esplodono, i fuochi d’artificio, la V, il messaggio alla nazione, la maschera del singolo che diventa di tutti.
Il tempo, però, pesa sulle spalle di chi mente per dire il vero; soprattutto se quella bugia non è perfettamente speculare alla realtà. Uno schermo che detta leggi al suo interlocutore, che gli permette di fare ciò, è forse più potente di un complotto farmaceutico. Guardare la pellicola oggi, a vent’anni di distanza, può essere un incentivo a recuperare le meravigliose pagine disegnate da David Lloyd e sceneggiate da Alan Moore che, proprio l’anno scorso, hanno invece festeggiato i quaranta anni dal termine della serializzazione.
E magari essere in disaccordo con queste parole, rivendicando quella libertà di pensiero che in entrambe le opere, comunque, resta il primo antidoto ad ogni totalitarismo.



