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Sette titoli mondiali, una medaglia d’argento olimpica a Pechino 2022, 5,2 milioni di follower su Instagram e una relazione con uno dei pugili-influencer più controversi d’America. Jutta Leerdam è tutto questo insieme, un cocktail esplosivo che ha trasformato una pattinatrice di velocità in un fenomeno mediatico globale. Ma proprio questa sovraesposizione sta creando una frattura profonda nel suo paese, l’Olanda, dove non tutti apprezzano il suo stile di vita da star. La 27enne olandese è finita nell’occhio del ciclone durante le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, quando si è scoperto che non aveva viaggiato verso l’Italia insieme alle compagne di nazionale. Niente pullman della squadra, niente volo charter condiviso. Jutta è arrivata con il suo jet privato, sola, alimentando le accuse di chi la considera ormai più una diva che un’atleta di squadra.

Le critiche più feroci sono arrivate dal giornalista Johan Derksen durante la trasmissione Vandaag Inside, dove non ha usato mezzi termini. “Trovo terribile il suo comportamento da diva. Tutto questo è ridicolo. Jutta non è diversa dalle altre pattinatrici. Se fossi stato io l’allenatore, non avrei mai tollerato una cosa simile“. Parole durissime che riflettono un sentimento diffuso in una parte dell’opinione pubblica olandese, stanca di vedere una pattinatrice trattata come una celebrity di Hollywood.

Anche Valentijn Driessen, firma prestigiosa del quotidiano De Telegraaf, ha rincarato la dose con un’osservazione pungente: “Si vede quasi solo Jutta. Si potrebbe quasi pensare che sia l’unica rappresentante dei Paesi Bassi presente alle Olimpiadi“. Una critica che, pur ammettendo la grande visibilità che Leerdam porta al mondo del pattinaggio di velocità, sottolinea un problema di proporzioni: quando un atleta oscura tutti gli altri, si perde il senso dello sport come esperienza collettiva.

La popolarità di Jutta è esplosa negli ultimi anni grazie alla sua relazione con Jake Paul, pugile americano diventato famoso prima come youtuber e poi come controverso protagonista del mondo della boxe. Paul è un maestro del clamore mediatico, capace di trasformare ogni suo gesto in notizia. Sabato si è presentato fuori dal villaggio olimpico di Milano con un enorme mazzo di rose per la fidanzata, un gesto romantico che però ha alimentato ulteriormente il circo mediatico attorno a Leerdam, proprio nei giorni cruciali della sua preparazione olimpica. Ma Casa Olanda, l’imponente ambasciata olimpica allestita al Superstudio nella zona Tortona di Milano, racconta una storia più sfumata. Questo muro arancione dove gli olandesi si radunano per seguire le gare, ballare, cantare e celebrare le medaglie dei loro atleti, è diviso esattamente come il paese. “Non mi piace perché è più un’influencer che un’atleta“, confessa una ragazza tra il pubblico. “Solo cavolate americane“, rincara un signore vestito d’arancione con il cappello tricolore olandese.

Dall’altra parte c’è chi elogia la compostezza di Femke Kok, altra stella dello speed skating olandese, pattinatrice in purezza meno incline alla ricerca di popolarità. Ma quando Jutta ha tagliato il traguardo dei 1000 metri, l’arena di Casa Olanda è esplosa in una fragorosa esultanza. Perché alla fine, al di là delle polemiche, rimangono i risultati sul ghiaccio. E quelli di Leerdam sono indiscutibili. La questione che divide l’Olanda non è nuova. È il dilemma dell’atleta nell’era dei social media: quanto spazio può occupare la costruzione del personal brand prima che questo danneggi la preparazione sportiva? Quanto lusso e visibilità sono compatibili con i valori tradizionali dello sport di squadra. Jutta Leerdam rappresenta una generazione di atleti che non vede contraddizione tra essere campioni e costruire un impero mediatico parallelo.

Qui è la casa di tutti gli olandesi ma chiunque è il benvenuto“, spiega un responsabile del Comitato olimpico olandese a Casa Olanda. “Per noi è importante diffondere la cultura dello sport“. Lieselot Meelker, addetta alla comunicazione del Comitato, aggiunge: “Abbiamo portato qui bambini di regioni e città più povere. Lo sport deve essere più accessibile“. Parole che testimoniano come anche all’interno delle istituzioni sportive olandesi si cerchi un equilibrio tra la spettacolarizzazione e i valori fondanti dello sport.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.