Prendete Una donna promettente, sfoltitela di scomodità e provocazioni ideologiche e vi ritroverete nell’universo di Sweetpea. L’ultima uscita di casa Prime Video prende spunto da simili premesse di sopruso e frustrazione femminile per sgambettare scanzonata fra torbide derive e inebrianti furie vendicative. Il primo episodio avvicenda ricette e ingredienti con scatti rapidi e sferzanti, annotando in poche mosse gli attriti quotidiani di una donna ripetutamente umiliata, discriminata e marginalizzata da chiunque abiti il suo stesso ambiente sociale. In una manciata di minuti Rhiannon perde l’unica persona valevole della sua vita (il padre), e da lì precipita ingorda verso una spirale di rivalsa e trionfante ferocia istintiva.
Le persone che Rhiannon vorrebbe uccidere compongono un mantra ossessivo di rancore e attesa di un cambiamento evolutivo: quello di Sweetpea è il racconto di una sbilenca emancipazione che attraversa il lutto per congedarsi da una versione di sé puerile e subalterna e forgiarne un’altra in cui sentirsi finalmente validata. È una questione di sicurezza identitaria, di slittamenti e focalizzazioni continuamente ribaltate – allestite da Sweetpea ibridando registri, smorzando dissensi ed evocando immaginari complessi, moralmente connotati ma non altrettanto semplificati.
L’umorismo appiana le criticità (stilistiche e contenutistiche) di un revenge thriller che serpeggia nelle pulsioni psicologiche di una protagonista vulnerabile e disturbante, appaiando leggerezza a riflessione e sfoderando contrasti e dilemmi interiori. Così Sweetpea brancola fra le giunture crepate di un’umanità respingente – dove una donna trascurata raggira il rompicapo che qualifica le sue nefandezze: se il mondo è crudele, insensibile e indifferente, fin dove è lecito reagirgli?
Le derive grottesche di un’esistenza trasparente

Ella Purnell presta volto, espressività e mimetismo di posture a un’anti-eroina dalla virtuosa presenza scenica. La sua Rhiannon spulcia con agilità prima l’innocuità scoraggiata di una vittima di prevaricazioni e poi la meschinità compulsiva di una giustiziera che si inebria di un’inconsueta forma di controllo. Nell’esplorare i riverberi imprevedibili e grotteschi di un passato vessatorio, Sweetpea si avvita su un ambiente marcescente ed egoista, nauseabondo a qualsiasi occhiata esterna. È un mondo popolato da bulle e uomini gretti, uno scenario virulento e insalubre quanto la dimora trasandata che ospita la protagonista: una giovane adulta vandalizzata da un’adolescenza traumatizzante.
La morte del padre apre le danze alla sequela di prepotenze ed esasperazioni che Rhiannon ci riassume con sarcasmo in apertura di serie. Ma è un episodio, sopra tutti gli altri, a compromettere definitivamente il suo stentato equilibrio quotidiano: il ritorno della nemesi liceale Julia (Nicôle Lecky) è la goccia che fa traboccare un vaso di risentimento represso e prontissimo a sgorgare.
Tra commiserazione e autoaffermazione

Rhiannon è esausta: stanca di passare inosservata, di sentirsi svantaggiata, di non riuscire a ingranare in alcuna relazione sociale. È al contempo soggiogata e consumata da Julia, o perlomeno da ciò in cui lei e le sue angherie l’hanno trasformata, privandola di qualsiasi altra ipotizzabile versione di se stessa. D’altronde la Julia del presente s’insinua ancora nella sua mente, le altera il sistema nervoso e, in alcuni degli slanci più riusciti della serie, le sconvolge suo malgrado la prospettiva – provando a restituirle un diverso senso di realtà.
L’oltraggiosa e reputazionale riscoperta di sé conduce difatti Rhiannon a una subdola parabola esistenziale: eliminare (letteralmente) ciò che la fa soffrire è la scorciatoia vittimistica che ne scagiona ogni delitto, avvalorandone al contempo le appaganti conseguenze nel mondo. Sweetpea lo mostra ambiguamente: è ricostituente il modo in cui il ruolo della donna nel complesso cambia, dandole l’illusione che sia il contesto a mutare attorno a lei e non lei, al contrario, a concedersi di sentirsi diversa rispetto a esso.
A ben vedere, il suo percorso dentro Sweetpea è controintuitivo, quasi involutivo: autocommiserarsi è la sola forma che Rhiannon conosce per accettare il percepito fallimentare della propria esistenza – prima di sperimentare il brivido criminale. Allora si fa eloquente e ridondante la maniera in cui si naufraga fra le argomentazioni deresponsabilizzanti dell’inquietante protagonista: d’altro canto, esternalizzare la colpa è ben più semplice che osservare la realtà nella sua interezza. Tanto più se l’alternativa è dover riconoscere di aver concesso agli altri, per tutto quel tempo, il potere di farsi sentire insignificante.
People I’d love to kill

Se è su Julia che Rhiannon proietta simbolicamente il suo giudice interno, ovvero quella parte di sé che cerca disperata integrazione e riconoscimento, con lo scorrere del tempo ci accorgiamo di come la realtà sia più complessa e sfaccettata di quella mediata dal cinico voice-over della ragazza.
Il principio commutativo che regola la formazione dei personaggi inverte di frequente le posizioni di vittime e di carnefici, eppure la norma rimane la stessa: allo scattare del disagio personale conviene replicare e riversare quello stesso disagio sugli altri. Così, non appena la vendetta chiama, Rhiannon risponde esaltata, rivalendosi dalla sua percezione di isolamento o tentando goffamente di salvarsi la pelle. In ogni caso, risponde come meglio scopre di saper fare: uccidendo.
Certo, il suo anonimato sociale le è d’aiuto in quella stramba svolta predatoria, e del resto Rhiannon non è abituata a considerarsi vista. Quantomeno fino a quando, la mattina seguente al suo primo omicidio, Sweetpea la sveglia radiosa sotto i tagli inediti di una luce morbida, quasi incantata: è l’inizio di una nuova era, il preludio di un’autoaffermazione gratificata dalla possibilità di riscattare una voce e di occupare matericamente uno spazio nel mondo.
Furbescamente imperfetta

In Sweetpea è la catarsi del male a manipolare la coscienza grigia e fuorviante di una serial-killer impossibile da assolvere quanto difficile da vedere condannata. Benché lei si consideri una vigilante, il suo infantilismo diventa intollerabile e men che meno difendibile nel frattempo che la serie rafforza la complicità affettiva con il suo personaggio.
È un contrasto ben congegnato, una contraddizione in termini che sa come glissare sulle manchevolezze di un crime altrimenti eccessivamente diluito. Dopotutto è quello il suo trucco interpretativo: avvalersi della dark-comedy (e del talento della Purnell) come furba attenuante alla credibilità, alle forzature e a una ribellione travestita da dissacrante insurrezione (femminista?).
A dispetto di come ci arrivi, Sweetpea convince, diverte e ondeggia fra spiriti discordanti raccordati con originalità e discontinua duttilità. Fa il suo dovere d’intrattenimento e scivola via verso un cliffhanger che chiama a gran voce una seconda stagione: questa volta, ci auguriamo, un tantino più coraggiosa.



