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Mentre l’America si spacca sulle politiche migratorie di Donald Trump e il mondo della cultura insorge contro le uccisioni dell’ICE in Minnesota, una voce stonata emerge dal coro della protesta. Nicki Minaj, la regina del rap che per anni ha incarnato l’empowerment femminile e l’orgoglio delle minoranze, ha scelto il palco più improbabile per la sua ultima dichiarazione: un summit del Dipartimento del Tesoro a Washington DC, fianco a fianco con il presidente più divisivo della storia recente americana. “Direi che probabilmente sono la fan numero uno del presidente“, ha dichiarato la rapper davanti alla platea del Trump Accounts Summit, un evento organizzato per lanciare conti bancari d’investimento destinati ai neonati. Le sue parole hanno attraversato i social media come un’onda d’urto, scatenando una reazione che va ben oltre il semplice dissenso: è una rivolta vera e propria dei Barbz, il nome con cui si identificano i suoi fan storici.

La scena ha dell’incredibile se si considera il contesto. Mentre Bruce Springsteen pubblicava Streets of Minneapolis per rendere omaggio alle vittime Renee Good e Alex Pretti, mentre Philip Glass cancellava la prima della sua nuova sinfonia al Kennedy Center in segno di protesta, mentre Billie Eilish invocava le celebrità a usare le loro piattaforme contro l’ICE, Nicki Minaj calcava il palco presidenziale promettendo di contribuire con una somma tra 150.000 e 300.000 dollari all’iniziativa governativa. Ma non è solo la cifra a fare notizia. È il tono, l’entusiasmo, la dedizione quasi fanatica con cui la rapper ha difeso Trump dalle critiche. “L’odio o quello che la gente ha da dire non mi tocca per niente. In realtà mi motiva a sostenerlo di più“, ha affermato senza esitazione. Ha poi aggiunto una frase che suona come una dichiarazione di guerra ai suoi stessi critici: “Non lasceremo che se la cavino con il bullismo contro di lui e con le campagne diffamatorie. Non funzionerà, ok? Ha una grande forza alle spalle, e Dio lo protegge“.

Trump, da par suo, ha restituito il favore con la generosità retorica che lo contraddistingue, definendo Minaj “la rapper donna più grande e di maggior successo della storia“. Un’affermazione che probabilmente farebbe storcere il naso a Lauryn Hill, Missy Elliott, Foxy Brown e Doja Cat, ma tant’è. Il presidente si è anche lasciato andare a un commento sulle unghie della rapper: “Lascerò crescere le mie unghie perché adoro quelle unghie. Lascerò crescere quelle unghie“. Un momento di imbarazzante intimità catturato dalle telecamere, con i due mano nella mano sul palco. Il compenso per questa fedeltà non si è fatto attendere. Minaj ha ottenuto una Trump Gold Card dal valore dichiarato di un milione di dollari, descritta sul sito ufficiale comeun visto basato sulla capacità di un individuo di fornire un beneficio sostanziale agli Stati Uniti“. Una corsia preferenziale verso la cittadinanza americana che potrebbe tornare particolarmente utile alla rapper, che nel 2024 aveva dichiarato su TikTok di non essere cittadina statunitense, essendo arrivata da Trinidad e Tobago da bambina.

La svolta politica di Minaj non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ultimo capitolo di una deriva iniziata mesi fa. Lo scorso dicembre era apparsa a un evento di Turning Point USA insieme a Erika Kirk, vedova dell’influencer ultraconservatore Charlie Kirk. In quell’occasione aveva già elogiato Trump definendolo bello e aitante, esprimendo ammirazione anche per il vicepresidente JD Vance, descritto come dotato diuna capacità molto insolita di essere qualcuno con cui ti identifichi“. Ha lodato pubblicamente l’amministrazione come “piena di persone di cuore“, ricondiviso TikTok della Casa Bianca pro-Trump, costruendo sistematicamente un’immagine sempre più allineata alla retorica MAGA.

Eppure, la memoria storica racconta una storia diversa. Nel 2018, la stessa Nicki Minaj aveva denunciato con forza la separazione delle famiglie al confine durante la prima amministrazione Trump. Nel 2020, alla conferenza Pollstar Live, aveva dichiarato esplicitamente di “non salire sul carro di Trump“. Cosa è cambiato in questi anni? Opportunismo politico, calcolo economico, genuina conversione ideologica? Le domande restano senza risposta, ma i fatti parlano chiaro: dall’opposizione alla guida del carro, il percorso è stato tanto rapido quanto radicale. La reazione dei Barbz è stata devastante per l’immagine dell’artista. I social media si sono riempiti di video di fan che distruggono merchandising, bruciano vinili, cancellano playlist. “Nicki Minaj è stata problematica più di una volta, ma il suo sostegno diretto a Trump, tradendo la comunità che l’ha sostenuta, è la goccia che fa traboccare il vaso“, ha scritto un utente su TikTok, filmandosi mentre getta i dischi della rapper nella spazzatura.

L’accusa più pesante riguarda il tradimento della comunità LGBTQ+, che per anni ha rappresentato una parte fondamentale della sua base fan. Trump e la sua amministrazione hanno fatto delle persone transgender uno dei bersagli principali delle loro politiche, eppure Minaj ha scelto di ignorare questo aspetto, privilegiando la visibilità e forse i benefici personali derivanti dall’allineamento con il potere. La vicenda solleva interrogativi più ampi sul ruolo delle celebrità nella politica contemporanea. Se Joe Rogan, che aveva appoggiato Trump in campagna elettorale, ha avuto il coraggio di criticare le derive autoritarie dell’amministrazione chiedendosi “Diventeremo davvero la Gestapo?“, se persino Tim Cook di Apple ha diffuso un memo aziendale sul rispetto della dignità umana indipendentemente dall’origine, come si spiega la scelta di Minaj di raddoppiare l’appoggio proprio nel momento più controverso?

La rivolta culturale contro Trump cresce giorno dopo giorno, alimentata da artisti, intellettuali, filmmaker che vedono nelle sue politiche una minaccia ai valori democratici. In questo scenario, la posizione di Nicki Minaj appare sempre più isolata, un’anomalia che rischia di costarle l’influenza culturale costruita in anni di carriera. Dai Barbz a principessa MAGA, il percorso di Nicki Minaj rappresenta uno dei casi più emblematici di come la politica dell’era Trump possa trasformare icone culturali in simboli divisivi. Resta da vedere se questa scelta strategica pagherà in termini di longevità artistica, o se invece segnerà l’inizio di un declino irreversibile agli occhi di quella stessa comunità che l’aveva incoronata regina.

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Diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Napoli - corso di sceneggiatura -, è impegnata in progetti di scrittura creativa e recensioni. Cresciuta con la consapevolezza che “All work and no play makes Jack a dull boy”. Paladina dello Sturm und Drang. Adepta del Lato Oscuro della Forza.